Incidente Costa Concordia, i sub raccontano le “emozioni” strazianti del recupero dei cadaveri

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Usano un ‘filo d’arianna’ per trovare la strada in un dedalo buio e sporco, per cercare i dispersi nei corridoi del ponte 3 e del ponte 4 della Costa Concordia. Un lavoro pericoloso perche’ una volta immersi nel ventre della nave i sub perdono contatto con la superficie e si inoltrano in quel dedalo di corridoi e di cabine, con tendaggi e lenzuola che fluttuano nell’acqua, oggetti che galleggiano in un ambiente troppo sporco e troppo buio. Il maresciallo Luciano Gallo, del nucleo subacquei della Capitaneria di porto di Napoli, e’ uno dei sommozzatori della Guardia costiera che recuperano i corpi dei dispersi sulla grande nave piegata davanti al porto del Giglio. Gallo racconta all’ANSA le emozioni e le sensazioni di un lavoro tanto silenzioso e tanto pericoloso ma cosi’ importante in un dramma come questo. ”I sub scendono fino a -46 metri di profondita’ per cercare il varco. Da un certo punto in poi siamo ‘ciechi’ perche’ ormai l’acqua dentro la nave e’ ammorbata dalla putrescenza del cibo”. Entrano, trascinandosi dietro il ‘filo d’arianna’ utile a trovare la strada per uscire. Poi cominciano a salire lungo i corridoi e nelle cabine. ”E’ buio. Possiamo vedere soltanto con i fari a led che abbiamo sui caschi – dice Gallo -. A volte pero’ non e’ sufficiente perche’ l’acqua e’ cosi’ nera che impedisce la vista”. Cosi’ i corpi ”ci sta che li urti, che li tocchi perche’ non ci vedi. E devi capire col tatto cosa hai davanti”. Cosi’ quando li trovano, ”e’ un’emozione violenta, molto forte. Anche se dovremmo essere abituati. E per non legarli, li abbracciamo e li riportiamo fuori”. Per non legarli li abbracciano, delicatamente, e li portano su, seguendo quel ‘filo d’arianna’ che per i sub significa tornare a casa e per chi aspetta i dispersi significa non avere piu’ speranza.