”Quando succedono queste cose e’ inevitabile che la mente vada li’. Rivivi quel dolore, cio’ che hai vissuto quella notte”. A dirlo Loris Rispoli, presidente dell’associazione ‘140’, uno dei comitati delle famiglie delle vittime del Moby Prince, il traghetto su cui il 10 aprile 1991 morirono 140 persone dopo una collisione con una petroliera nella rada del porto di Livorno. ”Leggo cose assurde – continua Rispoli, che nella sciagura di oltre vent’anni fa ha perso una sorella – Persone che si strappavano di mano i giubbotti salvagente, altre che si rubavano i posti sulle scialuppe, genitori che dovevano tenere i bambini piccoli in alto per non farli schiacciare dalla calca. Scene da film che poi scopri essere piu’ che reali, cose brutte da sentire e da leggere, inimmaginabili. Noi non c’eravamo a bordo del Moby Prince, ma tutto questo ci rimanda con la mente a quella notte”. La vicenda del Giglio, secondo Rispoli, puo’ essere paragonata a quella di Livorno. ”Paralleli con la sciagura del 1991? Certo, io non ho mai creduto a ricostruzioni fantasiose dovute a traffici illeciti, ma piuttosto ci si trovava anche in quel caso di fronte a carenze di sicurezza sul traghetto. Il dramma di oggi ci dimostra che certe tragedie non sono mai uniche”. ”Dopo gli ultimi incidenti nel mare della Toscana, l’ultimo dei quali e’ finito con l’affondamento con un peschereccio – conclude Rispoli – ci saremmo aspettati maggiore sicurezza in mare. Uno si aspetterebbe che una nave che trasporta 4-5 mila persone abbia la massima sicurezza, anche per tutti i controlli degli organi preposti. Invece questo fa capire quanta strada ci sia ancora da fare nel campo della sicurezza dei trasporti marittimi”.


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