
La sonda russa Phobos Grunt è caduta nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, alle 18:45 ora italiana. La navicella russa è rimasta nell’orbita terrestre per 2 mesi dopo aver fallito il suo reale obiettivo. La posizione esatta dell’impatto dovrebbe essere a 1250 chilometri ad Ovest dell’isola di Wellington. Non è chiaro quanti componenti siano riusciti a raggiungere la superficie, anche se la stragrande maggioranza dei detriti dovrebbe essersi disintegrata per attrito in atmosfera. Cresce la paura per possibili contaminazioni dovute alle sostanze chimiche prodotte dalla pioggia di carburante ancora presente al momento della caduta, ma gli esperti tranquillizzano tutti affermando che questi timori sono assolutamente infondati. Si è a conoscenza infatti che il materiale utilizzato per i serbatoi è l’alluminio, che non è capace di resistere alle altissime temperature a cui è stato sottoposto. L’incidente ha segnato l’ennesima fine drammatica per una missione russa, ormai incapace di portare a termine le sue missioni. Dal momento che la sonda ormai giace nell’Oceano, sarà praticamente impossibile recuperare anche il biomodulo LIFE, progettato per un importante esperimento basato sulla vita dei microorganismi nello spazio. Ancora una volta la buona sorte, ha permesso di non rilevare danni a persone o cose, ma in futuro sarà necessario valutare seriamente il problema dei detriti orbitali, sempre più numerosi e sempre più pericolosi. Come per le altre sonde precipitate recentemente, non si sa molto della sua fine, se non il punto di impatto. Non è semplice infatti osservare un oggetto di cui non si conosce l’esatta traiettoria anche pochi minuti prima, e in caduta libera su aree così vaste e disabitate.


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