Riepilogo dati della tempesta dell’Epifania; venti fino a 150 km/h e onde oltre i 7 metri di altezza

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La forte mareggiata che ha investito Capo d'Orlando, nel messinese tirrenico

Come ampiamente previsto la giornata dell’Epifania, appena trascorsa, verrà ricordata soprattutto per le forti bufere di vento, dal quadrante settentrionale, che hanno spazzato l’intero territorio nazionale, dalle Alpi a Lampedusa, cagionando purtroppo tanti danni e anche dei feriti in varie regioni d’Italia. Neanche le Alpi sono state in grado di ripararci da questa tempesta. Pensate che in alcune aree, come in Sardegna, sul litorale molisano, sulla Puglia e sul nord della Sicilia, il vento è stato talmente impetuoso da raggiungere persino l’intensità di un uragano di 1^ categoria sulla ben nota scala Saffir-Simpson, utilizzata solitamente per valutare l‘intensità e la forza dei cicloni tropicali. Dal raffronto dei dati di massima raffica archiviati nelle varie stazioni gestite dall’Aeronautica Militare appaiono dei valori davvero considerevoli, ma non certo paragonabili ai record assoluti. Su tutti sono veramente notevoli i 77 nodi di massima raffica registrati sia nella stazione di Capo Bellavista, lungo le coste della Sardegna orientale, soggette al fenomeno del vento di caduta dai rilievi interni, che in quella di Monte S.Angelo, sul Gargano, ad oltre 800 metri di altezza. Il dato è davvero importante se pensiamo che 77 nodi sono all’incirca 143 km/h. Una raffica di ben 143 km/h (sembra fatto apposta) è stata registrata anche in Sicilia, precisamente a Brolo, una località della costa tirrenica messinese, molto esposta alle impetuose burrasche, o per meglio dire tempeste, portate dai venti di Ponente e Maestrale. Ma non sono da meno pure i 73 nodi fatti da Termoli, sulla costa molisana, altro punto particolarmente esposto ai fortissimi venti dal quadrante nord-occidentale che scivolano a gran velocità lungo il medio-basso Adriatico. Anche Campobasso, malgrado l’altitudine, non è stata da meno, con i suoi 72 nodi da NO, circa 133 km/h. In Puglia, come atteso, il brindisino e in parte pure il leccese, sono state le aree maggiormente sferzate, con raffiche che hanno raggiunto i 67 nodi nella stazione di Brindisi, oltre 124 km/h. Rimanendo sempre in Puglia non possiamo non citare i 109km/h a S.Maria di Leuca, i 100 km/h a Marina di Ginosa e i 93 km/h di Galatina.

I furiosi venti settentrionali che hanno spazzato tutta l'Italia, dalle Alpi a Lampedusa

Le bufere di vento sono state rese ancora più violente dal cosiddetto vento “Isallobarico”

I forti venti, come già spiegato ampiamente nei precedenti articoli, sono stati attivati dal notevolissimo “gradiente barico” (differenza di pressione) che si è venuto a creare proprio nella giornata di venerdi 6 Gennaio tra la Spagna e la Grecia. Questo notevole squilibrio barico, accresciuto ulteriormente dalla formazione e l’approfondimento di una profonda ciclogenesi secondaria che si è collocato sul basso Adriatico, davanti le coste brindisine, con un minimo barico al suolo sceso sotto i 983 hpa (di tutto rispetto), ha determinato un netto infittimento delle isobare sulla penisola italiana, generando cosi l’intenso “gradiente”. fra la Spagna, sede di un robusto promontorio anticiclonico di oltre 1035 hpa, e la Grecia e i Balcani, interessati direttamente dalla profonda circolazione depressionaria in approfondimento lungo il basso Adriatico. Bisogna però anche dire che stavolta, oltre al noto vento di “gradiente”, si è sommato pure il cosiddetto vento “Isallobarico” che è generato da una rapida caduta di pressione su un’area più o meno vasta, a seguito del passaggio ravvicinato di una profonda ciclogenesi (come accaduto proprio in questo caso particolare). Rispetto al comune vento di “gradiente” il vento “Isallobarico” agisce come una sorta di grande onda atmosferica che permette alle masse d’aria di spostarsi il più rapidamente possibile da un’area di alta pressione a un’altra di bassa pressione limitrofa. Di solito il vento “Isallobarico” è associato alle potenti tempeste che si formano in mezzo all’oceano (sia sull’Atlantico che sul Pacifico) e che seguono il passaggio dei grandi cicloni extratropicali, note anche come “depressioni-uragano”, con minimo barici al suolo pronti a scendere sotto i 950-940 hpa. Ciò da origini a autentiche tempeste di vento che alle volte possono divenire anche violente (più di quanto previsto dai modelli), in grado quindi di arrecare danni molto considerevoli a strutture e infrastrutture. Per questo si sono realizzati dei veri e propri fortunali che già dal pomeriggio e la serata di giovedi 5 Gennaio hanno sferzato il mar di Corsica, il mar di Sardegna e le Bocche di Bonifacio, con raffiche capaci di superare anche i 130-140 km/h.

La configurazione barica che ha prodotto le forti burrasche sull'Italia

Localmente, come all’interno delle Bocche di Bonifacio, uno dei bracci di mare più tempestosi di tutto il mar Mediterraneo, si è andati ben oltre, con folate prossime anche ai 150-160 km/h. Basti pensare ai 161 km/h segnati nella serata di giovedi 5 Gennaio dalla stazione di Capo Corso. In poche ore le bufere di vento in azione sul mar di Corsica e di Sardegna si sono estese a tutta l’isola, interessando dapprima il sassarese, l’oristanese e il nuore, per propagarsi per ultimo al cagliaritano e a tutto il settore più meridionale, con raffiche di oltre i 120-130 km/h. I picchi più forti, oltre che sull’area delle Bocche di Bonifacio, si sono lambiti lungo le coste orientali, in particolare attorno il golfo di Orosei e nella zona di Capo Bellavista, dove l’effetto di caduta dai massicci montuosi interni, come quello del Gennargentu, ha fatto acquistare ulteriore velocità al forte vento, rendendolo molto turbolento e impetuoso sulle zone costiere sottostanti. Pensate che a Siniscola, nella Sardegna nord-orientale (provincia di Nuoro), località particolarmente esposta alle fortissime raffiche di caduta dai rilievi interni, si sono superati i 156 km/h. La raffica più forte raggiunta nei bassi strati in tutta la Sardegna. In poche ore le forti burrasche da O-NO si sono poi propagate, molto velocemente, al medio-basso Tirreno, per investire le coste della Sicilia tirrenica, dal trapanese al palermitano e messinese, con raffiche che in alcuni frangenti, nei punti meglio esposti, hanno raggiunto anche i 100-120 km/h, creando tanti danni e disagi, soprattutto nel messinese tirrenico, dove la furia eolica ha sradicato alberi, divelto parecchi cartelloni pubblicitari, insegne stradali e pali della luce.

Tra la mattinata e il primo pomeriggio di venerdì 6, con il graduale spostamento della profonda area depressionaria secondaria verso l’Albania e il nord della Grecia, i venti si sono disposti da N-NO e da Nord, seguendo l’andamento della curvatura ciclonica che si è venuta a formare sulle regioni centro-meridionali. La disposizione delle isobare ha favorito il richiamo di aria fredda che dalla regione “carpatico-danubiana” e dai Balcani si è messa in moto verso l’Adriatico, sfondando dai monti della Bosnia Erzegovina verso le coste dalmate, tramite tempestosi venti da N-NE che hanno superato i 117 km/h a Dubrovnik, meglio nota in Italia anche come la Ragusa di Croazia. Su tutto il medio-basso Adriatico si sono attivati venti di tempesta da N-NO che durante la discesa verso il Canale d’Otranto hanno investito in pieno le coste molisane, il Gargano e il Salento, spirando con punte di oltre i 110-120 km/h, localmente si è arrivati anche sino a 130 km/h. La Puglia infatti, grazie alla vicinanza del profondo minimo barico da 983 hpa, assieme alla Sardegna e alla Sicilia, è stata una delle regioni ad essere maggiormente flagellata dai fortissimi venti di Maestrale e Tramontana che hanno creato ingenti danni e tanti disagi. Da notare come tra Lecce e Brindisi, molto vicine all’occhio della circolazione depressionaria che per varie ore si è posizionata sul basso Adriatico, la pressione sia scesa su valori insolitamente bassi, sotto i 985-984 hpa. Non capita spesso sulle nostre regioni di avere dei valori cosi bassi.

Mari da molto agitati a grossi

Mari da molto agitati a grossi; ad Alghero onde medie alte anche più di 6-7 metri

Venti cosi impetuosi, determinati da un rapido crollo dei valori barici nei bassi strati, non potevano che rendere tutti i bacini da agitati a molto agitati (forza 6), fino a localmente grossi (forza 7). Il mar di Corsica, il mar di Sardegna, buona parte del basso Tirreno e lo Ionio e il Canale di Sicilia a largo si sono presentati grossi per varie ore, con onde che hanno raggiunto e superato anche i 6.0-7.0 metri. Ciò ha creato seri disagi alla navigazione marittima e nei collegamenti con le isole minori. Analizzando i vari dati misurati dalla rete delle boe ondametriche, gestite dall’ISPRA, emergono valori davvero molto considerevoli. Su tutti quello della solita Alghero che già nella nottata, fra giovedi 5 e venerdi 6 Gennaio, con l’arrivo dei possenti venti di “Mistral” dal golfo del Leone, ha registrato onde medie alte anche più di 6.0-7.0 metri, provenienti da O-NO e NO. Non sono da meno gli over 5.0 metri toccati dalle boe di Mazara, nel Canale di Sicilia, e di Monopoli, sul basso Adriatico. Peccato per il dato della boa di Palermo che è andato perso a seguito di un malfunzionamento riscontrato già dal 3 Gennaio. Siamo sicuri che con quell’intensità di venti, ma soprattutto con quell’esposizione alle correnti da N-NO, avrebbe potuto fare di meglio, magari con valori over 6.07.0 metri. Il consistente moto ondoso si è attenuato solo nella notte fra sabato 7 e la mattinata odierna, con una lenta scaduta lungo tutto il medio-basso Tirreno, il mar di Sardegna e il basso Adriatico. Solo il Canale di Sicilia e lo Ionio a largo hanno continuato a mantenersi agitati, o localmente molto agitati, con onde alte anche più di 3.0-4.0 metri, in rapida attenuazione e propagazione verso le coste del golfo della Sirte e della Cirenaica.

Il grafico della boa di Alghero mostra che nel corso della giornata di venerdi 6 si siano registrate onde alte fino a 7.0 metri