Neve e gelo: questo 2012 è da considerare gli storici inverni di ’29, ’56 e ’85? Il ClimateMonitor di Guido Guidi lancia un’iniziativa per raccogliere i dati

L’Italia ha vissuto, nelle ultime due settimane, una fase di gelo e neve davvero straordinaria. Anche qui su MeteoWeb abbiamo più volte paragonato quest’evento, prima che arrivasse e poi durante i suoi giorni culminanti, agli storici inverni di 1929, 1956 e 1985, che per l’Europa e l’Italia in generale sono stati i più freddi e nevosi degli ultimi 115 anni (e, sia chiaro, non stiamo facendo analisi “da orticello”, perchè in qualche area regionale limitata è normale che ci siano state altre stagioni più fredde e nevose, ma in linea di massima, a livello generale, sono quelli gli inverni di riferimento principali). Questo 2012 potrebbe assolutamente competere con quelle tre stagioni eccezionali: abbiamo già documentato alcuni record storici, soprattutto in termini di precipitazioni nevose, che hanno abbondantemente superato i quantitativi caduti sia nel ’56 che nel ’29 (figuriamoci nell’85!!). Ma per fare un’analisi più seria e generale, bisognerebbe approfondire i dati in modo molto dettagliato e per questo motivo il http://www.climatemonitor.it/, portale di climatologia gestito dal Tenente Colonnello del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare, Guido Guidi, ha lanciato oggi un’iniziativa per la raccolta dei dati, al fine di confrontare questo 2012 con le precedenti stagioni già citate.

Negli ultimi dieci giorni – ci ha spiegato Guidiproprio dall’inizio del mese di febbraio, il nostro Paese è stato colpito da una intensa ondata di maltempo. Dal punto di vista strettamente meteorologico, l’evento è stato, ed è tutt’ora, decisamente degno di attenzione, per le caratteristiche di eccezionalità, senz’altro, ma anche per le particolari dinamiche che lo hanno caratterizzato. Dinamiche che, sebbene note, e per molti aspetti correttamente inquadrate in termini di prognosi, occupano comunque la parte più alta della distribuzione statistica. Eppure, ancora una volta la Natura ci ha stupiti. Sia per la potenza degli eventi osservati, sia per la precisione con cui al ripetersi di situazioni già viste, fa corrispondere una evoluzione quasi scontata. Sappiamo bene che le circolazioni retrograde sono pericolose, specialmente d’inverno. Come sappiamo che ogni volta che il ‘tempo’ ha fatto la storia, si sono realizzate queste condizioni. Sicché, per arricchire il bagaglio conoscitivo e per essere ancora più pronti la prossima volta, è quanto mai necessario compiere una approfondita esegesi dell’accaduto e metterla a confronto con il passato. Le informazioni disponibili sono tante, ma ne servono molte di più. E’ per questo che abbiamo deciso di chiamare a raccolta la comunità degli appassionati di meteorologia per condividere i dati e analizzarli. Speriamo vivamente di avere una risposta significativa. A tutti buon lavoro“.

Infatti in quest’articolo pubblicato oggi sul Climate Monitor si legge, oltre a molto altro, quanto segue:

Per tentare una prima interpretazione quantitativa, si è spesso paragonato il febbraio 2012 ai grandi inverni del 20° secolo (1929, 1956 e 1985) e tuttavia è saggio aspettare che almeno le bocce siano ferme prima di esprimere giudizi. Ad ogni modo prima o poi le bocce si fermeranno e già da ora possiamo iniziare a domandarci su cosa potrà reggersi in termini quantitativi un paragone efficace.

A nostro avviso il paragone potrebbe essere condotto con riferimento ai seguenti elementi:

  1. Circolazione: si potrebbero raccogliere e analizzare le cartografie di geopotenziale e temperatura, ad esempio disponibili su Wetterzentrale.
  2. Temperature al suolo: una volta consolidati i dati più recenti, si potranno utilmente confrontare le serie storiche disponibili. Al riguardo potrebbe essere problematico reperire dati sul 1929.
  3. Altezza della neve fresca caduta. Difficilmente si riuscirà a realizzare una cartografia dell’altezza della neve caduta. Parte delle informazioni potrebbe essere reperibile dalle osservazioni sinottiche, ma ci sarà da capire se e quali informazioni possano essere disponibili in relazione alla diffusione spaziale dell’evento. Per il resto mi pare che di dati nivometrici ve ne siano ben pochi. Ciò vale in particolare per le zone di pianura e fondovalle ove non è sensato mantenere nivometri a ultrasuoni e dunque sarebbe oggi essenziale l’attività di volontari disponibili a registrare con continuità dati di neve fresca operando manualmente su platee in cemento lontane da fonti di calore ed ostacoli (non parlo di cose impossibili: reti di volontari che misurano pioggia e neve manualmente sono attive anche presso la NOAA.
  4. Cartografia della neve fusa (da totalizzare su un periodo il più possibile lungo poiché non tutti i pluviometri sono riscaldati): In questo caso qualcosa si può ottenere – Luigi ha già prodotto carte utilizzando i dati della rete agrometeorologica nazionale di CRA-Cma ex Ucea – ma si dovranno comunque tollerare inaccuratezze.

Con una postilla forte e chiara: “non c’è una dead line, ma neanche possiamo aspettare la prossima estate!”.
Chiunque volesse contribuire, si faccia pure avanti!