Vallo di Diano: dopo 15 anni si ripropone la ricerca petrolifera

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Nel 1997 i cittadini del Vallo di Diano si mobilitarono, in gran parte, quando si diffuse la notizia che un gruppo di Società petrolifere aveva ottenuto il permesso di eseguire un pozzo profondo esplorativo per verificare la presenza di giacimenti petroliferi ad oltre 4000 m di profondità. Erano state eseguite preliminarmente ricerche geologiche e geofisiche che avevano consentito di individuare una struttura profonda potenzialmente idonea come riserva di idrocarburi. La verifica della presenza dell’eventuale giacimento doveva essere effettuata con il pozzo esplorativo chiamato S. Michele 1, da ubicare nel Vallone Bersaglio nel Comune di Sala Consilina, nella fascia pedemontana a sud est dell’abitato. Il progetto prevedeva, in caso di rinvenimento di un giacimento di idrocarburi, l’esecuzione di una decina di altri pozzi deviati utilizzando il cantiere del pozzo esplorativo.

La società petrolifera capofila aveva già ottenuto tutti i permessi da parte ministeriale e regionale quando si sollevò una accesa contestazione popolare con occupazione fisica dell’area di accesso al Vallone Bersaglio. Il dibattito si sviluppò con il contributo di consulenze giuridiche e amministrative in favore degli oppositori del progetto che non scalfirono le intenzioni della società petrolifera che, forte delle autorizzazioni ufficiali, intendeva iniziare a perforare il pozzo esplorativo.

Contattato e sollecitato dal Dr. Geologo Antonio Petroccelli studiai le problematiche connesse alla perforazione ed alla eventuale produzione di idrocarburi. Mi resi conto che vi erano diversi problemi che non erano stati adeguatamente affrontati e risolti. A questo punto mi fu chiesta una consulenza scientifica da parte della Comunità Montana Vallo di Diano i cui risultati furono descritti nella relazione datata ottobre 1997 dal titolo “principali problemi geo-ambientali che possono essere connessi alla ricerca e produzione di idrocarburi nel territorio della Comunità Montana – PERMESSO DI RICERCA PETROLIFERA S. ARSENIO – POZZO ESPLORATIVO S. MICHELE 1” di cui riporto sinteticamente gli aspetti più significativi.

Sintesi dei dati acquisiti

Come chiaramente esplicitato dallo scrivente l’indagine fu espletata al fine di verificare con assoluta imparzialità i reali problemi geoambientali connessi non solo alla perforazione di un pozzo esplorativo ma anche alla eventuale successiva produzione di idrocarburi in un’area caratterizzata dalla presenza di acquiferi carbonatici superficiali di importanza strategica e altamente vulnerabili, da elevata sismicità e da marcato rischio idrogeologico. Lo studio si basò su rilevamenti diretti nella zona in cui doveva essere perforato il Pozzo S. Michele 1 e in tutta l’area circostante ritenuta significativa per l’acquisizione di dati utili per l’evidenziazione di eventuali problemi geoambientali  fino ad allora non valutati o non valutati adeguatamente.

Il lavoro dello scrivente, pertanto, fu teso esclusivamente all’accertamento dell’impatto ambientale delle ricerche  petrolifere e della eventuale produzione di idrocarburi attraverso gli acquiferi così come prospettato dalla Texaco mettendo anche una particolare attenzione alla valutazione della sicurezza degli impianti ubicati nel centro del Vallone Bersaglio in un’area sottoposta a vincolo idrogeologico ma soprattutto a rischio idrogeologico.

L’aspetto preoccupante per la difesa delle risorse idriche apparve la ricerca petrolifera che mirava a raggiungere le strutture carbonatiche profonde al di sotto, cioè, degli acquiferi carbonatici (Fig. 1).

Vari studi eseguiti nell’area del Vallo di Diano hanno evidenziato l’importanza idrogeologica connessa all’affioramento e alla struttura delle rocce carbonatiche che costituiscono acquiferi di strategico valore dal momento che riforniscono varie sorgenti perenni aventi portata complessiva di circa 5000 l/sec; grande rilevanza hanno anche le falde ospitate nei sedimenti alluvionali, aventi spessori anche superiori a 100 metri, che rappresentano il riempimento quaternario della depressione del Vallo di Diano.

Lo studio sottolineò l’importanza che hanno le acque sorgive e di falda per l’assetto socio-economico attuale del Vallo di Diano e per le prospettive di sviluppo futuro.

Le acque sorgive del Vallo di Diano, infatti, per la particolare struttura geologica evidenziata in Incoronato, Nardi e Ortolani (1978), si trovano a quote superiori a 400 m s.l.m. ed hanno, pertanto, una importanza strategica. Esse, inoltre, non possono essere sostituite con altre acque. E’ evidente che la loro utilizzazione, conservazione e preservazione dall’inquinamento è alla base dell’assetto socio-economico dell’intera area, attuale e futuro.

Nella relazione fu sottolineata l’importanza delle acque sorgive del Vallo di Diano anche per la progressiva diminuzione delle precipitazioni che caratterizzano l’attuale periodo di cambiamento climatico.

Problemi geoambientali principali

I problemi geoambientali principali connessi alla ricerca e produzione di idrocarburi nel territorio della Comunità Montana erano essenzialmente due:

1 – rischio idrogeologico del sito in cui era prevista la realizzazione del pozzo S. Michele 1;

2 – rischio sismico derivante da effetti locali quali rotazioni di blocchi rocciosi di notevole spessore attorno ad assi suborizzontali e spostamenti verticali relativi tra blocchi in occasione di un eventuale sisma simile a quello del 1857.

Il sito in cui era prevista la realizzazione del Pozzo S. Michele 1 è ubicato nel centro della valle torrentizia denominata Vallone Bersaglio ed è sottoposto a vincolo idrogeologico. La Texaco aveva richiesto lo svincolo idrogeologico dell’area producendo uno studio con cui si proponeva di realizzare una sistemazione idraulica in modo da deviare le eventuali acque di piena che avrebbero potuto incanalarsi nella valle in seguito ad eventi pluviometrici eccezionali. Il rischio idrogeologico connesso alla invasione di acqua in tal modo sarebbe stato eliminato.

L’indagine svolta dallo scrivente evidenziò un problema, fino ad allora mai segnalato per il margine nordorientale del Vallo di Diano, rappresentato dalle colate rapide di detriti che nel secolo scorso hanno già interessato l’area di Padula.

Il problema geoambientale più grave del sito non era rappresentato, pertanto, dalle piene idriche eccezionali ma dal rischio di colate rapide di fango e detriti.

Il sito prescelto dalla Texaco per realizzare il pozzo risultò ad alto rischio idrogeologico connesso al transito di colate rapide di fango e detriti. Una eventuale colata rapida avrebbe potuto distruggere istantaneamente gli impianti di perforazione mettendo in grave pericolo anche la vita degli addetti ai lavori del pozzo esplorativo S. Michele 1. Una eventuale colata rapida potrebbe anche interessare il sito, qualora il pozzo esplorativo rinvenga un giacimento, durante le successive fasi di produzione di idrocarburi che potrebbero prolungarsi anche per alcune decine di anni. I danni ambientali in tale caso sarebbero immediati per le falde idriche all’interno delle rocce carbonatiche e detriti molto permeabili e ad elevata vulnerabilità determinando un inquinamento di lunga durata.

Rischio sismico connesso ad effetti locali

Va evidenziato che il Vallo di Diano  (specialmente la parte orientale) è interessato da forte sismicità; l’ultimo violento sisma è quello del 1857 che ebbe epicentro tra lo stesso Vallo di Diano, l’alta valle del Melandro e l’alta Val d’Agri. Ricostruzioni di tale evento sono state fatte, tra le altre, nell’Atlante del CNR-Progetto Finalizzato Geodinamica, 1985.

L’area epicentrale è stata quella maggiormente sollecitata e danneggiata dal sisma; nella relazione si evidenziò che la classificazione sismica allora vigente era errata e che la zona doveva essere definitivamente classificata di elevata sismicità e non di media. In sostanza, quindi, il riferimento alla media sismicità fatto nella relazione sul rischio sismico dell’area del pozzo S. Michele 1 presentata dalla Texaco e a firma di Scandone – Petrini non era di fatto corretto; il reale grado di sismicità, almeno della parte orientale del Vallo di Diano era relativo alla elevata sismicità e non alla media.

Nella relazione si evidenziò il ruolo degli effetti locali in occasione di un forte sisma come quello del 1857; tali aspetti erano stati ignorati negli studi della Texaco. Gli studi effettuati dopo il sisma del 1980 avevano evidenziato che sulla superficie del suolo nell’area maggiormente disastrata si sono verificate rotture dei terreni con spostamento verticale delle parti (Westaway & Jackson, 1987;  Pantosti et alii, 1993)  come nell’area del Pantano di S. Gregorio Magno, Piano delle Pecore nell’area di Monte Marzano-Monte Ogna, rotazioni di grandi blocchi come nella valle del Fiume Ofanto dove fu registrata la rotazione di tutta la diga sull’Ofanto di Conza della Campania solidalmente con il substrato roccioso e  con abbassamento di circa 1 m di un lato della valle ( Cotecchia, 1986 ).

A parte l’interpretazione sul significato di tali evidenti deformazioni della superficie del suolo, è innegabile che esse si siano verificate. L’area interessata da tali deformazioni è ampia circa 16 – 18 km e comprende la larghezza dell’area epicentrale allungata secondo le faglie crostali che hanno originato il sisma.

In relazione all’ubicazione delle faglie o della faglia crostale che ha originato il sisma del 1857 non si hanno dati precisi. La parte orientale del Vallo di Diano, dove dovrebbe essere perforato il pozzo S. Michele 1, si trova all’interno della fascia ampia circa 8 – 9 km ad ovest e 8 – 9 km ad est rispetto alla probabile struttura che potrebbe originare un eventuale nuovo sisma in futuro. Non si può escludere, pertanto che un eventuale forte sisma possa provocare la rotazione dei blocchi di roccia fino in superficie e provocare rotture dei terreni con spostamenti verticali dei blocchi. Del resto nessuna ricerca è stata espletata con scavi, trincee ecc. per verificare se in passato si sono già verificati effetti di tale tipo anche nell’area del Vallo di Diano.

Le ricerche effettuate dallo scrivente nelle cave di detriti calcarei ubicate lungo i margini occidentali dei Monti della Maddalena consentirono di individuare nella cava in cui è ubicata la discarica dei rifiuti solidi urbani di Sala Consilina e ubicata poco a sud del sito in cui è prevista la perforazione del pozzo S. Michele 1 evidenze di movimenti tettonici recenti che interessano i detriti calcarei e alcuni paleosuoli in essi intercalati.

In particolare sono evidenti le faglie che interessano i sedimenti ubicati a circa 10-15 m di profondità dal piano campagna e altre faglie che interessano sedimenti e paleosuoli recenti fino quasi in superficie. Queste ultime faglie, rinvenute per la prima volta nell’area del Vallo di Diano in occasione della presente indagine e non note ai consulenti Texaco, potrebbero essersi verificate anche durante il periodo storico ed essere connesse, quindi, all’attività sismica recente ed attuale.

I dati sopra esposti confermano le previsioni che il margine occidentale dei monti della Maddalena può essere interessato da rotazione di blocchi attorno ad assi suborizzontali e da spostamenti verticali relativi tra blocchi durante i forti eventi sismici che hanno interessato e che, purtroppo, potrebbero interessare l’area in futuro.

Le rotture con spostamenti verticali dei blocchi e la rotazione degli stessi blocchi rocciosi aventi spessore di centinaia di metri potrebbero provocare danni o rotture delle tubazioni infisse nel sottosuolo. Se attraverso tali tubazioni stanno risalendo idrocarburi si possono avere dispersioni nel sottosuolo e in superficie con immaginabili danni ambientali e danni alle falde idriche.

Dal momento che si può dire solo che l’area è sismicamente attiva e che molto probabilmente in futuro si avranno altri sismi ma non si può prevedere quando questi possano avvenire, si deduce che è meglio evitare di realizzare impianti di produzione di idrocarburi che persistano sul territorio a rischio per alcuni decenni e che siano caratterizzati dalla risalita di fluidi profondi attraverso gli acquiferi carbonatici superficiali.

Lo studio evidenziò come le falde di acqua potabile siano sovrapposte al probabile giacimento; l’eventuale estrazione di idrocarburi, come programmato dalla Texaco, avverrebbe attraverso la falda mediante numerosi pozzi di produzione che verrebbero realizzati dalla stessa postazione del pozzo esplorativo S. Michele 1.

La figura 37 schematizza i probabili problemi che possono verificarsi in fase di produzione in seguito ad un non escludibile indidente in superficie o in seguito ai danni che le tubazioni possono avere per effetto di un forte sisma simile a quello verificatosi nel 1857.

Il pericolo reale è connesso alla eventuale estrazione degli idrocarburi attraverso gli acquiferi altamente permeabili e attraverso le falde strategiche per l’assetto socio-economico della Campania.          Non si può certamente escludere che possa avvenire un incidente durante la produzione con fuoriuscita di idrocarburi in superficie sugli acquiferi e nel sottosuolo nelle falde.

Conclusioni

L’indagine svolta dallo scrivente in assoluta autonomia culturale e professionale senza alcuna forzatura da parte del Committente evidenziò alcuni importanti aspetti geoambientali dell’area interessata dalle ricerche petrolifere sul versante destro orografico del fiume Tanagro che finora non sono emersi dai vari contributi forniti dalla Texaco, dai suoi consulenti e dai consulenti delle Istituzioni locali.

L’indagine condotta fornì i seguenti nuovi elementi alla Comunità Montana e a tutte le Istituzioni interessate all’armonico uso delle risorse naturali e allo sviluppo socio-economico del territorio:

1 – Il sito in cui doveva essere realizzato il pozzo S. Michele 1, nel centro del Vallone Bersaglio, presenta un rischio idrogeologico per colate rapide di fango e detriti.

Le opere di sistemazione idraulica del vallone previste dalla Texaco non servivano a scongiurare il rischio connesso al passaggio rapido e messa in posto di migliaia di metri cubi di detriti qualora dai versanti a monte si fossero innescate colate rapide di fango e detriti. L’area del cantiere sarebbe stata inesorabilmente sconvolta con grave pericolo per la vita degli addetti al lavoro.

Il rischio ambientale sarebbe ancora più grave se un eventuale evento franoso del tipo sopra descritto si verificasse durante le fasi di produzione di idrocarburi con conseguente irrimediabile inquinamento delle falde idriche.

2 – Il sito in cui doveva essere realizzato il Pozzo S. Michele 1, così come tutti i Monti della Maddalena ubicati in destra orografica del fiume Tanagro, si trova nella fascia a più elevato rischio sismico qualora si verifichi un evento sismico simile a quello del 1857; il rischio è connesso alla probabile rotazione di blocchi rocciosi lungo assi suborizzontali e allo spostamento verticale di blocchi contigui. Effetti geologici simili sono stati rilevati e documentati da vari autori in seguito all’evento sismico del 1980.

Anche in seguito agli eventi sismici recenti del settembre-ottobre 1997, caratterizzati da magnitudo inferiore a quella degli eventi del 1980 e 1857, tra Umbria e Marche si sono rilevati spostamenti verticali tra blocchi rocciosi contigui lungo una ampia fascia larga vari chilometri, come è stato ampiamente documentato dal Prof. Giuseppe Cello dell’Università degli studi di Camerino durante il Convegno Nazionale Geoitalia 97 tenutosi all’inizio di ottobre del corrente anno a Bellaria di Rimini.

La rotazione di blocchi o lo spostamento verticale tra blocchi contigui potrebbe determinare seri inconvenienti alle tubazioni infisse nel sottosuolo per circa 4000 metri. I problemi gravi si avrebbero in fase di produzione di idrocarburi con probabili rotture delle tubazioni e fuoriuscita di fluidi nel sottosuolo che potrebbero inquinare gravemente le falde idriche.

Le vitali falde idriche vanno tutelate accuratamente per cui il parere dello scrivente è che vada evitato qualsiasi intervento che comporti anche una sola probabilità di arrecare inquinamento alle strategiche risorse idriche sotterranee.

Lo scontro si concluse in tribunale con una vittoria della Comunità locale per cui il pozzo esplorativo fu bloccato.

Dopo 15 anni si ripropone il probelma

La richiesta di perforazione del Pozzo S. Michele 1 aveva evidenziato una situazione del tutto nuova in quanto gettò luce sul fatto che possono entrare in conflitto gli usi di due importanti risorse: l’uso potabile, agricolo e industriale dell’acqua degli acquiferi superficiali e l’estrazione degli idrocarburi profondi.

Dal momento che allo stato attuale le leggi possono consentire di avviare interventi “nuovi”, il cui impatto sul territorio può essere di non facile valutazione mancando esperienze precedenti, che possono determinare inquinamento delle falde e considerando che vanno utilizzate correttamente tutte le risorse naturali, andrebbero individuati gli opportuni rimedi legislativi e tecnici per consentire un armonico sviluppo di tutto il territorio evitando di avviare interventi che potrebbero irrimediabilmente danneggiare le strategiche risorse idriche.

Lo scrivente ritiene che sarebbe un errore imperdonabile provocare l’inquinamento di risorse idriche strategiche rinnovabili, destinate a persistere in eternità sul territorio e quindi a disposizione di tutte le generazioni umane future, in seguito ad una non completa e corretta valutazione dei rischi connessi all’estrazione degli idrocarburi; va considerato, inoltre, che la conoscenza dei problemi ambientali connessi alle azioni dell’uomo deve consentire di adottare ubicazione delle perforazioni tali da non danneggiare le risorse idriche.

Oggi si assiste ad una nuova mobilitazione nel Vallo di Diano in seguito all’avviso emanato da un nuovo gruppo di società petrolifere che sono state autorizzate a svolgere ricerche geologiche e geofisiche e un eventuale pozzo esplorativo nelle stesse aree in destra orografica del fiume Tamagro.

E’ parere dello scrivente che gli aspetti geoambientali connessi alla ricerca di idrocarburi con l’esecuzione di un pozzo sperimentale nel Vallo di Diano rappresentino un ” Caso di importanza nazionale “.

E’ parere dello scrivente che le ricerche mediante trivellazione andrebbero sospese per dare l’opportunità a tutte le Istituzioni interessate, da quelle locali a quelle centrali, di mettere a punto i necessari interventi con cui portare avanti la ricerca e l’uso delle risorse naturali e ambientali con la più assoluta garanzia di preservazione e tutela delle risorse idriche.