Il suolo Europeo è troppo sfruttato e contaminato

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Tre milioni di siti contaminati da bonificare e il 16% di territorio soggetto a erosione idrica e 42 milioni di ettari di terreno soggetti a erosione da vento. Sono alcuni dei dati che riguardano lo stato del suolo in Europa, contenuti nel report “The State of Soil in Europe 2012” dell’Agenzia Europea dell’Ambiente e del Joint Research Centre. Il documento analizza le situazioni che mettono a rischio, o hanno danneggiato irreversibilmente, territori europei a causa di sovra-sfruttamento, pratiche inadeguate di gestione del territorio, attivita’ industriali e cambiamenti di uso del suolo, scelte che portano alla impermeabilizzazione del terreno, alla sua contaminazione, all’erosione ed alla perdita di carbonio organico. “The State of Soil in Europe” si propone come supporto alla strategia sul terreno della Commissione Europea e alla direttiva dell’Ue in materia, che ha come obiettivo la protezione e lo sfruttamento sostenibile del territorio europeo. Nel testo vengono indicate le principali minacce al suolo: si va’ dalla perdita di biodiversita’ (che riguarda tanto i batteri quanto i mammiferi) alla compattazione del suolo, fenomeno al quale contribuisce l’utilizzo di macchine pesanti in agricoltura e che provoca una minore capacita’ di immagazzinare e condurre l’acqua e la perdita’ di permeabilita’ da parte della terra. A un anno dal disastro di Fukushima dei bambini giapponesi che risiedono a 200 chilometri di distanza dalla centrale presentano ancora tracce di contaminazione: è quanto risulta dalle analisi effettuate dall’Associazione per il Controllo della radioattività (Arco). Dei 22 bambini sui quali l’Acro ha effettuato delle analisi delle urine, 14 presentano ancora tracce di cesio 134 e cesio 137: i campioni sono stati prelevati tra il dicembre del 2011 e il febbraio del 2012. “I valori non sono molto elevati se paragonati a quelli registrati in Bielorussia (dopo il disastro di Chernobil, ndr) ma dimostrano coma la contaminazione duri nel tempo e provenga dall’alimentazione e non da fumi o particelle nell’ambiente” ha spiegato il presidente dell’Acro, David Boilley, sottolineando come occorra “valutare gli effetti sulla salute di una contaminazione debole ma prolungata nel tempo”.