Isole Falkland: continua la disputa territoriale 30 anni dopo la guerra che affossò la dittatura argentina

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    La pietra tombale sulla dittatura argentina e la resurrezione politica di Margaret Thatcher: trent’anni fa, la guerra delle Falkland non risolse il contenzioso della sovranità sull’arcipelago, ancora aperto, ma cambiò il destino politico dei due Paesi. Il 2 aprile 1982 la giunta guidata dal generale Leopoldo Galtieri – alle prese con una grave crisi economica che aveva portato a uno sciopero generale – ordinò lo sbarco delle truppe speciali: appena si seppe la notizia Buenos Aires esplose di gioia, e il principale obbiettivo dei militari – riunire il Paese attorno al suo governo – sembrò così raggiunto. Tuttavia la giunta aveva omesso un fattore fondamentale da un calcolo rivelatosi più propagandistico che politico: la “special relationship” fra Washington e Londra. Buenos Aires contava infatti su una più o meno benevola neutralità da parte degli Stati Uniti, per decenni alleati nella repressione contro l’opposizione di sinistra: ma quando la Gran Bretagna decise che l’iniziativa argentina meritava una risposta militare (il che colse di sorpresa i generali argentini, che scommettevano sulla sproporzione fra i costi di una riconquista e l’effettiva importanza strategica dell’arcipelago) all’Amministrazione Reagan non rimase che sostenere il governo Thatcher.
    Il “rapporto Rattenbach” firmato due anni dopo dalla commissione di inchiesta guidata dall’omonimo generale argentino – di cui il governo di Buenos Aires ha autorizzato recentemente la diffusione – definì l’operazione “un’avventura militare senza alcuna preparazione né organizzazione” (raccomandando addirittura la fucilazione di Galtieri e del responsabile della Marina, ammiraglio Jorge Anaya): di fronte alla inattesa reazione britannica, la giunta si vide costretta infatti a un conflitto per il quale non possedeva risorse militari e logistiche adeguate. L’esercito argentino poteva contare su alcune unità di elite ma era di fatto divenuto uno strumento al servizio della repressione interna, costretto a inviare al fronte un 70% di militari di leva: questi soffrirono fame e freddo, né mancarono casi di abusi e torture da parte dei loro superiori. Solo l’aviazione militare fu in grado di far fronte alla superiorità della Royal Navy, ma non di impedire lo sbarco dei marines che in due settimane tornarono a far sventolare l’Union Jack su Port Stanley. Il conflitto – concluso con la resa formale delle forze argentine il 14 giugno e costato la vita a 649 militari argentini e 255 britannici – affossò il prestigio dell’esercito e aprì la strada al ritorno della democrazia in Argentina, e contribuì alla popolarità di una Thatcher data ormai per spacciata ma che mantenne l’incarico fino al 1990, più a lungo di qualsiasi altro predecessore nel Ventesimo secolo.

    Secondo il quotidiano argentino la Nacion, circa quarant’anni fa, nel 1974, Gran Bretagna e Argentina erano vicinissime a un accordo per la ‘condivisione’ della sovranità delle isole Falkland-Malvine. Una proposta britannica in tal senso venne accettata “con euforia” dall’allora presidente argentino Juan Domingo Peron ma l’accordo non venne mai concluso proprio a causa della morte di Peron tre settimane dopo. Il decesso di Peron, spiega ancora La Nacion, sarebbe infatti la chiave di tutto. Londra non si fidava del suo successore, la moglie Maria Estela Martinez, e per questo ritirò il piano. Otto anni dopo le truppe argentine decisero di invadere le isole scatenando la guerra delle Falkland. Il “documento non ufficiale” del Foreign Office offriva in sostanza uno status di doppia sovranità . Secondo il testo, sulle isole “avrebbero sventolato fianco a fianco le bandiere britannica e argentina e le lingue ufficiali sarebbero state inglese e spagnolo”. Tutti gli abitanti avrebbero avuto “la doppia nazionalità”. Il testo venne consegnato dall’ambasciatore britannico in Argentina al ministro degli esteri di Buenos Aires Alberto Vignes l’11 giugno 1974. Meno di un mese dopo, il primo luglio, la morte di Peron cambiò drammaticamente le carte in tavola. Due anni dopo ci sarebbe stato il colpo di stato dei militari. Poi, nel 1982, la guerra.

    I cittadini delle Isole Falkland “si sentono britannici” e sono determinati a mantenere questo loro status. Nei giorni in cui l’arcipelago celebra il 30esimo anniversario della guerra che affossò la dittatura argentina, il governatore delle Falkland, Nigel Haywood, chiarisce: “Per noi non c’è alcuna disputa. Le isole sono britanniche, abbiamo tutti i diritti di esserlo, gli stessi isolani si sentono britannici. L’unica disputa è che l’Argentina contesta questo nostro diritto, ma eventuali negoziati non avrebbero alcun senso”. Buenos Aires ha deciso di perseguire civilmente e penalmente le compagnie petrolifere implicate in attività sulle isole Falkland. Negli ultimi giorni, inoltre, le autorità argentine hanno rifiutato di concedere il permesso di sbarco al porto di Ushuaia, la città più a meridione del paese, a due navi da crociera britanniche, la Star Princess e la Adonia, con 3.300 passeggeri a bordo, ultimo episodio della querelle con Londra sulle Isole Falkland. “E’ chiaro che l’Argentina sta provando in ogni modo a renderci la vita più difficile”, ha spiegato ancora il governatore Haywood. “Naturalmente questo è controproducente e irrigidisce la posizione degli isolani che vogliono rimanere britannici. L’Argentina dice che questo è loro territorio, ma vi sembriamo parte dell’Argentina? Sembriamo quello che alcuni ministri argentini dicono, ovvero che la popolazione è tenuta in ostaggio dai militari? Io penso che non sia così”, ha insistito il governatore.