Allerta tsunami cancellata, ma i residui dell’onda viaggeranno per tutto l’oceano Indiano raggiungendo le coste di Somalia, Kenya e Tanzania

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La terra torna a tremare lungo il sud-est asiatico. Una potente scossa di terremoto, con una magnitudo stimata approssimativamente intorno gli 8.7 – 8.8 Richter (ma in realtà la vera magnitudo si valuterà nelle prossime settimane con i calcoli incrociati dei vari istituti geologi internazionali), ha scosso l’Indonesia. L’epicentro si è localizzato ancora una volta a largo delle coste occidentali dell’isola di Sumatra, in pieno oceano Indiano, davanti la città di Banda Aceh, ormai nota in tutto il mondo per le distruzioni apportate dal terribile tsunami delle scorso 26 Dicembre 2004. Stavolta però, a differenza del violentissimo terremoto del 26 Dicembre 2004 (la scossa è stata talmente potente da spostare persino l’asse terrestre), l’epicentro si è localizzato poco più a sud della stessa grande struttura sismogenetica. Un sisma di cosi alto potenziale non poteva non avere un grande risentimento su un’area geografica piuttosto estesa. Difatti, come riportano le cronache locali, lo scuotimento è stato avvertito molto forte anche a Singapore, in Thailandia, nell’isola-stato di Sri Lanka e nella parte meridionale dell’India, paesi che, insieme a Indonesia hanno subito lanciato l’allarme tsunami. ”Il terremoto è stato avvertito in modo molto molto forte. E’ saltata l’elettricità, ci sono ingorghi per arrivare in luoghi più alti. Ovunque risuonano sirene e versi del Corano dalle moschee”, ha detto il portavoce dell’agenzia indonesiana per la gestione dei disastri che ha inviato una squadra di soccorsi ad Aceh per accertare l‘entità dei danni.

L'epicentro del violento terremoto davanti Sumatra

Le autorità di Bangkok hanno chiesto alle popolazioni di abbandonare le coste del Mare delle Andamane per ripararsi ”in alto” ed e’ stato chiuso l’aeroporto di Phuket, nel sud della Thailandia. Visto il meccanismo focale e la potente scossa è riuscita a generare uno tsunami che è subito stato avvertito dai dati di alcune boe oceanografiche che hanno segnalato una variazione dell’altezza della superficie marina, seppur di appena 20 cm, più che sufficiente per lanciare un “warming tsunami”. Di solito uno tsunami può attivarsi in seguito a un violentissimo terremoto sottomarino, spesso di magnitudo > gli 8.0 Richter, o da altri eventi che comportano uno spostamento improvviso di una grande massa d’acqua quali, per esempio, una gigantesca frana o un’eruzione vulcanica sottomarina. La forza e la distruttività di uno tsunami dipende sostanzialmente dalla quantità di acqua spostata al momento della formazione del maremoto stesso. Sovente uno tsunami (o maremoto) si forma in mare aperto dove tuttavia l’onda rimane poco intensa e poco visibile e concentra la sua forza in prossimità della costa quando l’onda si solleva e si riversa dentro l’entroterra sotto forma di un autentico muro d’acqua. Ma a differenza delle tradizionali onde marine, prodotte dal vento e dalle correnti, il Maremoto agisce come una intensa perturbazione sottomarina che coinvolge l’intera colonna d’acqua, dal fondale fino alla superficie.

Recenti studi hanno dimostrato che l’attivazione dei Maremoti non dipende tanto dalla violenza del fenomeno sismico, quanto dalle modalità di modificazione e alterazione del fondo oceanico e della profondità di quest’ultimo in vicinanza di una grossa faglia. Difatti, durante i grandi terremoti sottomarini (come quelli che ciclicamente interessano le dorsali oceanica o l’area del Pacifico), le deformazioni del fondale che accompagnano l’evento tellurico producono un improvviso spostamento delle grandi masse d’acqua sovrastanti, innescando cosi la perturbazione sottomarina che alimenta l’insorgenza del Maremoto. Lo spostamento d’acqua prodotto si propaga progressivamente in superficie creando onde superficiali molto lunghe, anche di qualche centinaio di chilometri, che si estendendo in tutta la superficie oceanica (come quando si lancia un sasso in uno stagno).

L'andamento dell'onda di tsunami, mappa elaborata dal NOAA

Fortunatamente il forte terremoto che si è verificato a largo delle coste occidentali di Sumatra, a differenza dell’evento del 2004, non è stato cosi violento da riuscire a trasferire alla colonna d’acqua sovrastante quell’energia sufficiente ad innescare uno tsunami potenzialmente dannoso, in grado quindi di provocare ingenti danni lungo i tratti costieri interessati. Solo localmente, eventuali fenomeni di “Rifrazione” del moto ondoso e la sinuosità delle coste o la presenza di baie particolarmente profonde dalla forma ad imbuto (rivolta verso l’epicentro del sisma) potrebbero far accrescere l’altezza dell’onda, su valori anche superiori ai 2.0 metri. Finora, da quanto riportato dalle cronache locali, le onde che hanno raggiunto le isole Andamane, le coste meridionali della Thailandia, l’est dello Sri Lanka e i litorali dell’India orientale, dallo stato dell’Andhra Radesi a quello dell’Orissa, non hanno superato neanche il 1.0 metri di altezza. Probabilmente nelle prossime ore la piccola onda, figlia del grande sisma ad ovest di Sumatra, tenderà a muoversi molto rapidamente, raggiungendo a breve pure gli atolli delle isole Maldive dove il livello del mare potrebbe alzarsi di appena 50 cm o meno di un metro, allagando temporaneamente le parti più basse delle isole più piccole (la cui altezza sopra il livello del mare non supera nemmeno i 2 metri nella parte più alta) del grande arcipelago con una grossa e improvvisa alta marea. Nel corso della nottata i residui dell’onda si allontaneranno verso l’oceano Indiano occidentale, raggiungendo le coste della Somalia, del Kenya e della parte più alta della Tanzania, inclusi gli atolli corallini a nord del Madagascar, con delle variazioni della superficie oceanica che potranno oscillare da 5 a 20-30 cm.