
Nelle zone attive sismicamente non è pensabile di affrontare il problema semplicemente fingendo che non ci sia. Ciò che sta accadendo in questi giorni in Italia lo dimostra chiaramente. Non posso certo dire se, dove e come ci siano stati errori di costruzione in alcuni fabbricati, ma conosco il mio Paese, e posso dire che viviamo su una polveriera troppo spesso fingendo che sia tutto normale.
Mi riferisco ai tanti prefabbricati, centri commerciali, che non hanno certo l’aria di essere resistenti, che anche con un colpo di vento vengono scoperchiati, magari costruiti e permessi dalla fretta di regalare qualche spazio di campagna a gente che poi fornirà magari qualche posto di lavoro con un salario da fame ma certamente lascerà il terreno sventrato da mostri di cemento (cemento? Speriamo!).
Forse credete che esageri. Pensiamo al Vesuvio. Sembra che la tecnica del “io speriamo che me la cavo” trovi la sua consacrazione su quelle pendici, dove, quando accadrà la catastrofe, forse qualcuno cercherà di nascondere le prove di qualcosa di molto preciso accaduto nel 79 d.C.. A differenza che allora abbiamo costruito male e ovunque, con una densità abitativa allucinante. Lo stesso dicasi per il Sud in generale, dove le scosse che altrove non fanno che un po’ di paura, causano molti morti e feriti. Finché il Nord si è scoperto vulnerabile, se non nelle case, nei luoghi del lavoro. Morti bianche.
Intanto il nostro Governo prepara aumenti di tasse sulla benzina, suggerisce di assicurarsi sulle catastrofi. Va bene, ma lo Stato che non ha i soldi per la sicurezza del territorio, li avrà per la ricostruzione? O anche la salute è un fai-da-te?
E che dire delle esercitazioni? Mai fatta una, personalmente, e, alla minima scossa, traffico intasato e si salvi chi può. Anche la politica dell’evacuazione dalle scuole con gente che urla non è da Paese serio. Siano preparati i professori, se non gli alunni, e non dico tanto a capire che forse si creano più danni a scappare da un luogo pubblico alla bell’e meglio, ma almeno a dare un esempio di compostezza agli alunni. Se le scuole venissero interpretate ancora come luoghi dove non si impara solo a passare un esame, ma a vivere in una comunità, forse le cose andrebbero meglio.
Esempi e risposte, ove ce ne siano, che vorremmo anche dai nostri politici e da chiunque indossi una divisa o abbia un ruolo di responsabilità, perché in quel momento rappresentano tutti noi e noi dobbiamo poterci rivolgere a loro con fiducia e serenità.


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