
I terreni soggetti a liquefazione sono quelli nei quali la resistenza alle deformazioni è dovuta interamente all’attrito tra le particelle; vale a dire i terreni incoerenti come le sabbie e i limi. Nei materiali argillosi, che sono dotati di coesione, le forze interlamellari riducono la mobilità delle particelle; il decadimento della resistenza è pertanto graduale e non consente il verificarsi della liquefazione.
Il recente terremoto emiliano ha avuto il suo epicentro nella bassa pianura modenese e ferrarese, dove sono molto diffusi i depositi sabbiosi e limosi saturi d’acqua dei paleoalvei dei fiumi emiliani. Ciò ha comportato il verificarsi di numerosi casi di liquefazione, con grandi fuoriuscite di acqua mista a sabbia in corrispondenza di fenditure del terreno o anche lungo tubazioni di pozzi.
Intanto anche i geologi dell’Università degli Studi dell’Insubria – Varese e Como, sono arrivati inEmilia Romagna per studiare il terremoto. A condurre ricerche c’è Alessandro Michetti, arrivato nei giorni scorsi a Finale Emilia. Il docente di geologia coordina due colleghi dell’Insubria: Franz Livio e Roberto Gambillara si trovano nei dintorni di Sant’Agostino già da domenica.
Michetti ha spiegato ai giornalisti che “ci sono un sacco di problemi, gli effetti sull’ambiente e sul costruito sono importanti. Ci sono ancora scosse, ma non sono forti. L’energia ieri e oggi è limitata. Lavorando su fratture e deformazioni del terreno vogliamo capire come evolve il fenomeno. È necessario intervenire in fase emergenziale, perché le prove possono sparire nei giorni successivi. Se piove o se procedono a rimozioni. Con i nostri dati, paleosismologici, possiamo analizzare la pericolosità e quindi aiutare la società a difendersi“.
Nelle foto, altri effetti di liquefazione dei terreni causati dal sisma emiliano di ieri, martedì, 29 maggio 2012 (Cavezzo, località Uccivello) e altri scatti d’archivio dei giorni precedenti. Foto di Marco Maria Coltellacci:
