Vivo in un paese che non esiste piu’. Niente piu’ negozi, niente piu’ fabbriche, niente piu’ centro storico. Non ci resta niente”. Cecilia F., 29 anni, dopo la prima scossa aveva iniziato a riordinare il negozio di abbigliamento della sua famiglia a Mirandola, provincia di Modena, comune sventrato dai terremoti del 20 e del 29 maggio. Il negozio si trova nel centro di Mirandola, come racconta stasera l’AGI. Ma l’ultima scossa ha fatto venir giu’ altre pietre, altri tetti. E il centro storico e’ stato chiuso, delimitato da nastri bianchi e rossi. Una zona larga diversi chilometri quadrati che ha al suo interno le vetrine con ancora i manichini caduti su un lato e le finestre che qualcuno ha aperto e che dopo la fuga non ha piu’ chiuso. Alle chiese del centro, come il Duomo o la chiesta di S. Francesco, non e’ rimasta che la facciata.
All’interno ancora crolli e sassi. Fuori dal paese i capanonni, sotto cui sono morti due operai e che svelano desolazione e lamiere piegate come gomma. “Siamo in ginocchio – prosegue Cecilia – e se dopo il primo terremoto le speranze di ricominciare erano poche adesso sono a zero“. In via dell’Industria, dalla strada si vedono sedie e scrivanie di un’azienda collocata in un capannone che appare moderno, mentre poco dopo una concessionaria auto e’ implosa. A tenere lontane le persone dal centro non c’e’ solo la paura di nuovi crolli, ma anche la prospettiva del niente. “E’ tutto bloccato – dice Cecilia – case, negozi, siamo paralizzati dalla paura“.


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