Terremoto: in Emilia è stata un’altra notte di paura, in migliaia sono rimasti all’aperto

Per gli abitanti di Mirandola, Cavezzo e San Felice sul Panaro, della ‘bassa’ modenese, è stata una notte ancora più difficile e scoraggiante di quella vissuta a seguito dell’evento sismico del 20 maggio. Le scosse di ieri hanno messo a dura prova anche molte delle strutture che in questa settimana erano servite per dare ospitalità a migliaia di sfollati. Ma ieri sera la Protezione civile è stata costretta a vietare l’accesso, ad esempio, alla scuola media di San Felice sul Panaro. “Non è una semplice precauzione“, spiega Matteo Casari, architetto e consigliere comunale del paese modenese. “All’interno dell’edificio c’è un vero e proprio squarcio“. Si dorme dunque all’aperto: nei giardini delle scuole e degli ospedali aumentano le tende, riservate in primis ad anziani, donne e bambini. E dopo le scosse di ieri in pochi se la sono sentita di dormire in casa, anche dove il terremoto non ha fatto alcun danno. Rifugi di fortuna, tende singole e, soprattutto, le automobili sono stati il riparo di una notte, in cui, comunque, si sono avvertite decine di scosse. Ci si interroga sul prosieguo di un’emergenza cui si aggiunge altra emergenza. Ieri pomeriggio le poche strutture ospedaliere delle provincia agibili non erano più in grado di contenere i feriti e le altre persone bisognose di assistenza. Non pochi sono stati trasferiti a Bologna.

A Cavezzo si demoliscono, giorno e notte, i palazzi che più hanno riportato danni, durante la seconda ondata sismica, attiva da ieri, sulla provincia di Modena. Il paesino di settemila abitanti, dal punto di vista urbanistico, è uno di quelli che è stato colto più impreparato dalla violenza del terremoto. Il centro è stato completamente evacuato e, da ieri sera, le ruspe riducono in polvere gli edifici che, altrimenti, sarebbero a rischio crollo. Nella zona di via Primo Maggio, dove ieri sera è stata tratta in salvo la donna anziana che ha resistito per ore interminabili sotto le macerie, due palazzi, rasi al suolo dalle ruspe, sono di epoche diverse: uno risalente agli anni Sessanta, che aveva risucchiato il proprio pian terreno, e un altro costruito, a memoria degli abitanti, non più di dieci anni fa. “E’ la dimostrazione che si può costruire bene o male in qualsiasi epoca“, commenta uno delle migliaia di cittadini di Cavezzo che hanno passato la notte fuori. “Dopo una settimana trascorsa in macchina, da questa notte mi hanno messo a disposizione un container“, racconta Ermes Neri mentre assiste all’abbattimento del palazzo dove viveva. Ci vorrà tempo per capire quanti degli edifici colpiti dal sisma a Cavezzo in maniera meno evidente, ma che comunque riportano segni di crolli all’esterno, potranno essere dichiarati agibili.