Il violento terremoto di Ferrara del 1570 nel Fondo di sismologia della Biblioteca del CRA-CMA

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L’articolo che pubblichiamo è  di Luigi Iafrate, ripreso dal ClimateMonitor ed estratto dal documento “Meteorologia di Roma anno 2011” pubblicato dal CRA-CMA a cura di Maria Carmen Beltrano. (Versione integrale pdf qui).

Che la memoria storica delle persone in materia di fenomeni geofisici eccezionali diventi, con il passar del tempo, sempre più labile, fino a perdersi del tutto, è oramai un fatto arcinoto. La conseguenza di un simile oblio, quando si tratta di fenomeni distruttivi del passato come i terremoti, è la perdita della percezione del rischio sismico cui il territorio in cui si vive è soggetto. Del resto, è fuor di dubbio che solo una conoscenza puntuale dei sismi avvenuti nel passato può invero condurre ad una stima della pericolosità sismica delle diverse aree del Paese, sulle cui basi si potranno poi delineare scenari di possibili sismi futuri.

Ma, per fortuna, a rinverdirci la memoria interviene la sismologia storica, disciplina che si pone l’obiettivo di ricostruire gli effetti sul territorio degli eventi sismici accaduti nel passato, attingendo direttamente dalle “fonti storiche”, ovvero da qualunque documento scritto che ne dia in qualche modo conto, come i documenti d’archivio, le cronache di giornali, i diari, le perizie tecniche, gli studi storiografici o sismologici, ma anche le epigrafi e le lapidi. La sismicità storica è oggetto di indagine in ogni paese sismico del pianeta, ma sono assai rari i casi in cui i sismologi possono ricostruire scenari macrosismici ricavando dati da un patrimonio documentario così cospicuo, vario e cronologicamente esteso come quello italiano.

Eppure, nonostante l’Italia sia così ricca di testimonianze documentarie dei suoi innumerevoli terremoti storici, la maggior parte degli abitanti dei centri ferraresi e modenesi colpiti dalla grave sequenza sismica dello scorso maggio 2012 (Sant’Agostino, Bondeno, Finale Emilia, Mirandola, San Felice sul Panaro), tuttora in corso, non aveva, per mancanza di memoria storica sull’argomento1, la consapevolezza di vivere in una delle aree italiane a più alto rischio sismico. Quasi nessuno di essi, infatti, ha cognizione che, tra il novembre del 1570 e la fine del 1574, la città di Ferrara fu l’epicentro principale di una lunga e forte sequela sismica, con più di duemila scosse, principalmente concentrate tra il novembre 1570 ed il febbraio 1571. Questi i suoi effetti distruttivi: molte delle abitazioni (circa il 40%) furono danneggiate, quasi tutti gli edifici pubblici e le chiese registrarono crolli parziali e lesioni, nonché sconnessioni delle strutture portanti (pareti). E così il terremoto si rivelò, per Ferrara ed il ferrarese, nonché per talune località della provincia di Modena, un disastro ingente, tale da compromettere politicamente il futuro della stessa dinastia regnante, gli Estensi.

Figura 1: Notizie sul terremoto di Ferrara del 1570 tratte da “Terra tremante” di Marcello Bonito – Napoli, 1691

Testimonianze accurate del violento terremoto ferrarese del 1570 sono a noi pervenute attraverso la diaristica, i dettagliati carteggi diplomatici e le diverse relazioni degli ambasciatori mandati sul posto dalle principali corti d’Italia e d’Europa2. A rendercene particolareggiatamente conto sono tre interessanti scritti di sismologia storica: Terra tremante di Marcello Bonito (Napoli, 1691); Il terremoto di Ferrara nel 1570, di Angelo Solerti (in “Rassegna Emiliana”, 1890); I terremoti d’Italia di Mario Baratta (Torino, 1901). Terra Tremante, o vero Continuatione de’ terremoti dalla creatione del mondo fino al tempo presente […] è una ponderosa opera di sismologia storica che analizza cronologicamente i grandi terremoti della storia che provocarono catastrofi e radicali metamorfosi della natura, fino all’anno della sua pubblicazione in Napoli, cioè sino al 1691 (figura 1).

Figura 2: “Il terremoto di Ferrara nel 1570” di Antonio Solerti, in Rassegna Emiliana, 1890

L’autore, il marchese Marcello Bonito, era un archivista del Regno di Napoli e trasse ispirazione dal terremoto che, qualche anno prima, nel 1688 (5 giugno), aveva scosso Napoli3. Di indole prettamente monografica è invece il lavoro di sismologia storica realizzato dal critico letterario e bibliotecario Angelo Solerti (Savona, 1865 – Massa, 1907) e pubblicato sulla rivista “Rassegna emiliana di storia, letteratura ed arte”, nel numero di aprile del 1890: Il terremoto di Ferrara nel 1570 (figura 2).

Si tratta di una descrizione assai minuziosa del terremoto ferrarese del novembre 1570, tutta basata su fonti storiche coeve. L’opera I terremoti d’Italia, un “saggio di storia, geografia e bibliografia sismica italiana” pubblicato a Torino nel 1901, contiene la descrizione più particolareggiata possibile di ben 1.364 terremoti avvenuti in Italia nei duemila anni che precedono il 1898. Il testo è diviso in tre parti: nella prima sono analizzati cronologicamente i maggiori parossismi italiani, nella seconda è studiata la sismicità per ciascuna regione, la terza comprende una bibliografia amplissima sull’argomento. Alla sua base vi è un’enorme ricerca storica che lo rende ancora oggi un punto di riferimento obbligato per gli studi del settore. Un motivo, questo, per riconoscere nel suo autore, il geografo e sismologo Mario Baratta (Voghera, 1868 – Casteggio, 1935) il fondatore della Sismologia storica moderna.

Figura 3: Frontespizio degli “Annali dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e di Geodinamica, 1895” ed elenco del personale in servizio in quell’anno, tra cui Mario Baratta

Le tre opere or ora menzionate sono gelosamente custodite nel Fondo speciale di sismologia della Biblioteca Storica dell’Unità di Ricerca per la Climatologiae la Meteorologiaapplicate all’Agricoltura (CRA-CMA): raccolta le cui origini si fanno storicamente risalire agli anni immediatamente successivi all’assunzione da parte del Regio Ufficio Centrale di Meteorologia anche delle competenze sismiche, a quel tempo denominate “geodinamiche” (Regio Decreto del 9 giugno 1887 n. 4636). Primo Servizio meteorologico nazionale con ruolo di centralità, l’Ufficio di Meteorologia era stato istituito, in Roma, nel 1876 (Regio Decreto n. 3534); istituzionalmente, si configura come l’antesignano dell’Unità di Ricerca per la Climatologia e la Meteorologia applicate all’Agricoltura. È presso la sede di Roma dell’Ufficio meteorologico anzidetto che il sunnominato Mario Baratta, nel 1891, ad appena un anno dal conseguimento della laurea, esordì come sismologo (in qualità di assistente). Vi resterà fino al 1896 (figura 3). E chissà che il concepimento del suo monumentale saggio I terremoti d’Italia non sia avvenuto proprio negli ambienti della Biblioteca storica del CRA-CMA?!

Ma torniamo ora all’argomento della nostra nota storica, attraverso alcuni passi dei volumi suaccennati che meglio descrivono l’impatto sul territorio del terremoto interminabile di Ferrara e del ferrarese e modenese del 1570-1574, assai simile, per violenza, tipologia di manifestazioni e frequenza di scosse, all’attuale4.

Tra i cataclismi più famosi che le cronache ricordino va certamente annoverato, per la violenza e per la durata, il terremoto che funestò Ferrara per parecchi anni dal 1570 in poi” (Solerti, 1890. Il terremoto di Ferrara nel 1570, p. 517).

Al 17 [novembre] a 19h del mattino [ore 11:10 GMT)], in Ferrara si sentì una prima scossa della durata di oltre un <<pater>> ed assai violenta, avendo fatto cadere un centinaio di comignoli, rovinare molti merli e terrazzini, in numero di circa cinque o seicento e scompaginare moltissimi edificii: fu seguita da molte repliche, fra le quali specialmente furono intense quelle avvenute sull’imbrunire della giornata. A 3h della notte (19:10 GMT) una nuova scossa, la maggiore e la più lunga, fece nel vecchio palazzo del castello precipitare un tetto, sotto cui rimasero morte tre persone. I danni in città furono inestimabili: caddero i torrioni ed i merli delle antiche mura […] Nel castello precipitarono le sommità delle quattro torri con parecchie balaustrate e qualche muro interno; andarono parimenti a terra le due torricelle del duomo, […] Non vi fu insomma edificio pubblico e privato che non avesse risentito danni: ciò che rimase in piedi si dovette però puntellare. Tutte le strade erano ingombrate dalle macerie, sotto le quali rimasero morte un centinaio (130-150) di persone. Fra gli effetti prodotti da questo terremoto devonsi notare i rombi sotterranei, i bagliori repentini nell’atmosfera, il gonfiamento improvviso delle acque del Po, certe elevazioni ed avvallamenti del suolo […] pure emissioni violente di acqua nerastra e di arena. La scossa maggiore fu forte a Treviso, a Padova, a Bologna, a Venezia; fu sentita nel modenese, nel reggiano, nel mantovano, a Firenze ed a Roma. Dopo la prima scossa del 17 novembre si avvertirono moltissime repliche (secondo alcuni 150 nelle prime 24h) accompagnate da rombi sotterranei […] per circa nove mesi non vi fu giornata in cui non fosse avvertita una od anche più scosse, tutte sempre ondulatorie: con lunghi intervalli e con minor violenza continuò il periodo sismico fino al febbraio 1574, dopo di che le commozioni diminuirono notevolmente per cessare nel 1576, nel quale anno fu sentito una sola scossa” (Baratta, 1901. I terremoti d’Italia, p. 105-107).

Nell’anno accennato 1574 […] Il Terremoto spaventò un’altra volta il Popolo di Ferrara, nel quale era ancora fresca la memoria del danno, che poco prima haveva da esso ricevuto” (Bonito, 1691. Terra tremante, p. 716).

Figura 4: Frontespizio del trattato “Del terremoto” di Lucio Maggio – Bologna, 1571

Il nobile bolognese Lucio Maggio, che del terremoto fu testimone oculare, riferisce di una delle scosse forti della lunga sequenza sismica ferrarese del 1570-1574, con parole cariche di spavento ma anche intensa meraviglia: “[…] per desiderio solamente della verità [a proposito delle funeste notizie sul terremoto], me n’andai a Ferrara […] ecco che si sente un rimbombo come di una lontana Bombarda, & nel medesimo tempo viddi (che anchor mi spaventa il ramentarlo) tutta la terra moversi hor in uno, hor in unaltro lato, con tanta agitatione, che io credeva che le sommità delle case mi cadessero addosso, ne credo ch’io fossi lontano a due braccia ad una alta, & massiccia muraglia, che venne a terra con tanto fracasso, & polvere […]. Questa narrazione, scritta secondo l’ortografia dell’epoca, è contenuta proprio all’inizio del libro di Lucio Maggio Del terremoto, edito in Bologna nel 1571: un’opera fortemente ispirata da questo fenomeno tellurico di straordinaria durata, al pari di altri scritti, contemporanei o immediatamente successivi, che trattano delle cause e degli effetti del terremoto in generale e di quello ferrarese in particolare (figura 4).

Il testo è strutturato in forma di dialogo e gli interlocutori sono, oltre a Lucio Maggio, che ne è l’autore, Fabio Albergati, Paolo Casali e Giulio dalla Porta5. In esso vengono esposte ed esaminate le diverse teorie e tutta la documentazione storica in materia di terremoti, comprese le conseguenze catastrofiche. Vi si analizzano anche i cosiddetti precursori sismici. L’autore, quantunque sostenga come causa del sisma l’esalazione secca teorizzata da Aristotele, accenna pure al paragone del terremoto con le mine, e ad altre più moderne ipotesi e teorie, tra cui la tesi di una terra non continua ma “più tosto contigua, perché vi sono molte divisioni” (c. 40), che potrebbe considerarsi il lontano preludio della teoria della tettonica a placche.

Dopo la prima edizione del 1571, l’opera conobbe diverse ristampe e traduzioni in francese.La Biblioteca del CRA-CMA ha la fortuna di possedere l’edizione originale del libro, con legatura moderna in mezza pelle e titolo in oro sul dorso.

Altro singolare studio ispirato dal terremoto di Ferrara del 1570 è il Libro, o Trattato de’ diversi terremoti del celebre architetto ed erudito Pirro Ligorio (Napoli, 1513 – Ferrara, 30 ottobre 1583)6. Nell’ultima parte del manoscritto, intitolata “Rimedi contra terremoti per la sicurezza degli edifici”, è disegnata e spiegata la prima casa ‘antisismica’ della storia. Il progetto di un edificio capace di resistere alla forza dei terremoti balenò nella mente di Ligorio proprio mentre camminava per una Ferrara semidistrutta.

Sebbene l’epicentro principale del sisma del 1570-1574 fosse più ad est rispetto all’area epicentrale del terremoto attuale, è comunque da rilevare che la vera causa di entrambi va ricercata nell’attività delle faglie sismogenetiche presenti nella porzione di Appennino sepolta sotto la Pianura Padana, che è nota come Dorsale Ferrarese. La magnitudo del sisma del XVI secolo è stata stimata uguale o leggermente inferiore a quella del terremoto recente, ma gli effetti descritti dalle fonti storiche dell’epoca non sono per nulla diversi: rombi sismici, fenomeni di luminescenza dell’aria (“bagliori repentini nell’atmosfera”), sollevamenti ed avvallamenti del suolo, liquefazione dei terreni, con emissione di fumi e/o fuoriuscita di sabbie bollenti, affioramento improvviso di terreni neri maleodoranti, ecc. E si tratta dei medesimi effetti registrati nel corso dell’altro grave sisma che colpì il ferrarese circa mezzo secolo più tardi, il terremoto di Argenta del 19 marzo 1624; a descriverceli con dovizia di particolari è ancora una volta Mario Baratta, nel suo lavoro I terremoti d’Italia (p. 118-119). Una quiete sismica relativa doveva, per lunghissimo tempo, seguire ai terremoti di Ferrara ed Argenta, mentre nuova energia sismogenetica andava accumulandosi, in profondità, al disotto della coltre alluvionale ferrarese, per poi essere, nel 2012, con veemenza, rilasciata attraverso una nuova sequenza sismica, già, tristemente, entrata nella storia. Dopo più di quattro secoli, dunque, il suolo del ferrarese e modenese è tornato a tremare fortemente7.

La Galleria Tacchini della Biblioteca dell’Unità di Ricerca per la Climatologia e la Meteorologia applicate all’Agricoltura

Concludiamo quest’articolo, scrive il Climate Monitor, sottolineando che se la sismologia storica si è affermata e consolidata in Italia, un merito speciale va riconosciuto alla Biblioteca dell’Unità di Ricerca per la Climatologiae la Meteorologiaapplicate all’Agricoltura, perché, mettendo a disposizione degli studiosi del settore i testi rari di quel che resta dell’antico Fondo di sismologia8, ha recato anch’essa un indubbio contributo alla definizione della pericolosità sismica del Paese su base storica.

  1. Una caratteristica, ahimè, che certe volte non risparmia nemmeno gli addetti ai lavori, come gli stessi sismologi e geologi. Fino agli anni 1996-97, il problema della pericolosità sismica della Pianura Padana era fondamentalmente sconosciuto finanche alla normativa antisismica; solo in seguito sono uscite le prime carte di pericolosità sismica per la regione padana e l’intero territorio nazionale. [?]
  2. Notevole era allora il prestigio politico e culturale goduto dal Ducato Estense in ambito nazionale ed internazionale. [?]
  3. L’epicentro di questo potente sisma era localizzato nella zona “Benevento – Cerreto Sannita”. [?]
  4. L’uso del grassetto in questi passaggi è una mia scelta e serve a dare risalto agli effetti distruttivi del sisma ivi raccontati. [?]
  5. Albergati e Casali erano coetanei, amici, e forse anche condiscepoli, del gentiluomo Lucio Maggio. [?]
  6. Codice 28 delle Antichità romane, presso l’Archivio di Stato di Torino. [?]
  7. E più di quattro secoli è pure l’intervallo di tempo che separa il grave sisma ferrarese del 1570 dal precedente altrettanto violento avvenuto nel Veneto ed in Emilia-Romagna: il terremoto che, nella notte del 3 gennaio 1117, colpì Ronco all’Adige ed il veronese. Per causa sua, infatti, “moltissime città, paesi e castelli” dell’Alta Italia, tra cui anche Parma, Modena, Bologna e Ferrara, “ebbero a risentire gravi rovine ed immensi danni” (Baratta, op. cit., p. 23). [?]
  8. Ciò che manca nella raccolta sismologica anzidetta è la parte ceduta, sul finire degli anni Trenta, all’Istituto Nazionale di Geofisica (attualmente INGV), costituito, in quegli anni, per subentrare al progenitore del CRA-CMA nella gestione del Servizio sismico governativo. [?]