Con il termine “Monsone” di solito si indica quel tipo di vento periodico, la cui direzione e velocità media varia e si inverte a seconda della stagione. Tutt’oggi la nozione di “Monsone” intende diverse accezioni. Anticamente con la parola “Monsone” si faceva riferimento al cambiamento stagionale di direzione del vento al suolo. La maggior parte dei meteorologi e climatologi tedeschi chiamano “Monsoni” quei “venti planetari” la cui direzione dominante varia da una stagione all’altra, con una inversione della componente nelle stagioni opposte. I meteorologi inglesi e americani invece usano il termine “Monsone” per indicare il flusso deviato dell’Aliseo che doppia l’equatore e raggiunge l’altro emisfero (basti pensare al “Monsone di Guinea” che investe l’Africa occidentale e corrisponde all’Aliseo di SE dell’Atlantico meridionale che supera l’equatore e viene successivamente deviato verso destra dalle depressioni termiche dell’Africa centrale, assumendo una direzione da SO). Ma i “Monsoni” più noti e conosciuti sul pianeta sono quelli che si sviluppano tra le coste dell’Asia meridionale e l’oceano Indiano, che determinano importanti ripercussioni meteo/climatiche a livello planetarie. Per lungo tempo si è creduto che la circolazione monsonica asiatica e il cambiamento stagionale dei venti si potesse spiegare come un gigantesco meccanismo simile a quello delle brezze o dei venti termici.
Un ruolo fondamentale lo gioca la particolare conformazione delle coste asiatiche meridionali e la presenza poco a sud di un ampio oceano, l’Indiano, che dalle coste dell’Antartide si estende fino alla fascia tropicale dell’emisfero boreale. In pratica, durante la stagione invernale, con la drastica diminuzione del soleggiamento diurno e l’irraggiamento le grandi distese dell’Asia centrale si raffreddano sensibilmente favorendo una espansione delle masse d’aria fredde verso latitudini più meridionali e la formazione di un vasto anticiclone di origine termica, causando periodi di freddo e siccità. In estate invece avviene l’esatto contrario. Il passaggio del sole allo “Zenit” e l’intensa insolazione diurna determina un brusco riscaldamento delle terre emerse, fra l’entroterra indiano e l’area indo-cinese, che origina una profonda bassa pressione termica (minimo sui 990 hpa) sulla pianura del Gange. Questa profonda depressione termica a sua volta aspira verso il continente sub-indiano aria molto umida, di origine marittima sub-equatoriale, generando l’umido flusso sud-occidentale che porta le intense piogge che nel periodo estivo inondano i paesi dell’Asia meridionale, dall’India fino alla Cina meridionale. Ma una serie di dettagliati studi cinesi, indiani e giapponesi ha fatto crollare queste concezioni cosi semplicistiche sulla dinamica dei “Monsoni” evidenziando dei punti ritenuti veramente fondamentali.
Ma come si originano i “Monsoni” che interessano le coste asiatiche ? cosa li scatena?
I “Monsoni” asiatici e dell’oceano Indiano sono sostanzialmente originati da un grande spostamento latitudinale del famoso “fronte di convergenza intertropicale”, noto come “ITCZ”, che proprio sull’oceano Indiano e in prossimità delle coste dell’Asia meridionale raggiunge le massime fluttuazioni verso nord e sud. Difatti la linea dell’”ITCZ” durante l’inverno si stabilisce intorno i 10’ di latitudine sud, mentre durante l’avvento dell’estate boreale il “fronte intertropicale” si attesta attorno i 10’ di latitudine nord. Negli altri oceani tale spostamento è molto meno marcato, che può superare di poco i 5-6’ di latitudine. Questo enorme fluttuazione del “fronte intertropicale” è generata da una traslazione altrettanto importante della “corrente a getto sub-tropicale” (che scorre a circa 250 hpa) operata dall’influenza della grande catena dell’Himalaya che con le sue vette sopra i 7000-8000 (tra cui l’Everest) diventa un ostacolo quasi insormontabile che devia il flusso originario del “getto” ed esercita una grande influenza dominante sul clima delle regioni limitrofe.

La barriera eretta dall’Himalaya provoca per effetto dinamico d’ostacolo la traslazione ampliata dalla “Jet Stream”, il che comporta la traslazione del “fronte intertropicale”. A questo si aggiungono i notevoli “gradienti termici” orizzontali che si innescano fra le aree interne dell’Asia centrale, il Tibet e le grandi superfici oceaniche dell’oceano Indiano. In inverno le correnti fluiscono generalmente da Ovest verso est nell’alta troposfera, mentre al livello del suolo tendono a provenire dai quadranti settentrionali o da NE. A causa dell’origine continentale queste correnti si presentano sotto forma d’impulsi freddi e secchi, e interessano generalmente soltanto la bassa troposfera (dal suolo fino a 3 km di quota). Il freddo flusso dai quadranti settentrionali è determinato dal forte dislivello barico tra gli anticicloni termici, che si originano sulle steppe mongole, per il forte raffreddamento pellicolare invernale dei bassi strati, e le zone più meridionali, sull’oceano Indiano, ove dominano dei regimi di relativa bassa pressione. Durante il “Monsone invernale” i flussi freddi e secchi provengono dalla steppa mongola e si propagano verso sud lungo la pianura della Mongolia e quella cinese, fino alle alture de Tien Shan e dell’Altaj ad Ovest, e raggiungono le colline di Nanling nella Cina meridionale e le montagne della Corea del Nord, spostandosi verso est.
Poiché tali fronti d’irruzione fredda sono spessi soltanto a 1500-2000 metri, tendono ad incanalarsi nelle valli, evitando di valicare montagne ed altopiani. In qualche caso, tuttavia, se la spinta fornita dal dislivello barico all’origine è intensa, tali impulsi freddi continentali possono spingersi fino al Mar Giallo, coinvolgendo le località pianeggianti e costiere della Cina orientale e la Corea, arrivando anche fino a Taiwan. In questi casi, benchè l’aria in origine sia secca, possono generarsi precipitazioni, anche nevose, per la sua umidificazione nel passaggio al di sopra dell’oceano. Sul finire di Maggio si sviluppa il processo inverso. Il “gradiente termico” tra l’altopiano del Tibet e l’India risulta completamente invertito, con temperature sopra l’altopiano tibetano più alte rispetto alla parte meridionale dell’India e all’oceano Indiano. La conseguente formazione di un anticiclone nella troposfera superiore sulla regione tibetana genera un’inversione delle correnti nell‘alta troposfera, che da Ovest e O-SO si dispongono dai quadranti orientali.

Nello stesso tempo, con la formazione della depressione termica lungo le pianure del Gange, si origina una sostenuta corrente sud-occidentale che dalle coste della Somalia comincia a spirare con grande vigore verso il mar Arabico e le coste dell’India occidentale. Questa particolare situazione barica accompagna lo spostamento verso nord dell’“ITCZ”. Le forti precipitazioni che avvengono sulle coste indiane occidentali, sono apportate dalle intense, spesso burrascose, correnti da SO e O-SO, chiamate “getti Somali“, visto la loro origine attorno le coste del Corno d’Africa. Queste correnti sud-occidentali sono molto umide a causa del loro passaggio obbligato sulle superfici sub-equatoriali dell‘oceano Indiano. Le piogge si intensificano ulteriormente quando queste correnti interagiscono con i primi rilievi himalayani, nel loro moto verso nord-est. Questo è il motivo per cui il settore immediatamente a nord del golfo del Bengala è noto per avere le più intense precipitazioni del mondo durante la stagione monsonica estiva. Per questo motivo Cherrapunji, villaggio indiano sulle prime pendici dell’Himalaya, è una tra le località più piovose al mondo, detenendo una media pluviometrica annua di ben 11.777 mm.
La circolazione depressionaria a bassa quota sull’entroterra indiano fornisce le condizioni favorevoli allo sviluppo delle depressioni tropicali, che propagandosi verso ovest tendono a intensificarsi ulteriormente. Sui territori asiatici meridionali, il riscaldamento dai bassi strati, insieme all’aumento della convergenza sugli oceani circostanti, determina un ambiente favorevole allo sviluppo di convezione organizzata. Questo è importante per il continuo mantenimento del “Monsone“. Tra l‘ultima settimana di Agosto e i primi di Settembre, le piogge monsoniche cominciano a ritirarsi dal continente asiatico, in modo graduale. Al contempo il “gradiente termico” meridionale fra l’altopiano tibetano e le regioni circostanti si inverte di nuovo, originando una “corrente a getto subtropicale” occidentale nella media e alta troposfera. Contemporaneamente, a nord comincia a formarsi l’anticiclone termico siberiano nei bassi strati, e l’”ITCZ” e l’anticiclone sub-tropicale sopra l’oceano Indiano si ritirano verso sud, aprendo la cosiddetta fase di stasi monsonica che segna la fine del flusso umido sud-occidentale e l’avvento della più fresca e secca ventilazione nord-orientale. Sulla circolazione monsonica è davvero notevolissima l’influenza dell’altopiano tibetano. Difatti si è osservato come nella primavera boreale, non appena in primavera la copertura nevosa invernale fonde, l’altopiano tibetano diventa secco e assorbe la radiazione solare e risultando più caldo rispetto alle zone circostanti, per cui, in definitiva, si trasforma in una grande fonte di calore sensibile che determina importanti ripercussioni sull’alta troposfera.


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