Sempre più critica la situazione dell’Artico; la riduzione dei ghiacci determinerà l’indebolimento della “Jet Stream” con una persistenza delle configurazioni bariche attuali?

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Ecco come si presenta il mare davanti la Groenlandia, completamente privo di ghiaccio con l'insorgenza di un moto ondoso importante

Purtroppo, come temevamo, con l’incombere dell’estate boreale lungo le latitudini artiche i ghiacci marini hanno subito un drastico arretramento in tutto il mar Glaciale Artico. In molti bacini, dall’Artico norvegese fino alle coste della Siberia orientale, ormai si sono aperte grandi spaccatura nel Pack che stanno accompagnando un drastico arretramento in questi ultimi giorni, caratterizzata dal più intenso soleggiamento annuale. Ciò accompagna l’apertura di ampi spazi di acque libere fra i ghiacci che possono essere sfruttati dalla navigazione marittima. Sui settori meridionali del mare di Barents e sul mar di Kara il ghiaccio ormai è quasi del tutto sparito, comportando la formazione di vaste aree di acque libere su cui può agire l’azione del moto ondoso, prodotto dai sostenuti venti polari, che a sua volta fa ad esercitare una pressione verso la parte più meridionale della banchisa, andando a frantumare e sgretolare gli strati di ghiaccio molto giovane e poco spesso che iniziano già a fondersi per il rialzo delle temperature dell‘aria. L’unica eccezione rimane sul mare di Bering dove l’estensione del ghiaccio marino è ampiamente superiore alle medie del periodo, a causa di un prolungato periodo di anomalie termiche negative, per tutto il periodo invernale e primaverile, e della persistenza di intensi venti dai quadranti settentrionali che hanno contribuito a spingere i blocchi di ghiaccio fin verso lo stretto di Bering.

L'aurora boreale sull'Artico

Ad aggravare la già delicata situazione del Pack artico ci pensa il caldo di questi giorni che sta interessando diverse aree dell’Artico e che sta accelerando il processo di fusione. Le isole Svalbard, nell’Artico norvegese, sono ormai completamente prive di neve, con le rocce nude senza neppure un mucchietto di ghiaccio. Pure il penultimo baluardo fra tutte le stazioni dell’emisfero nord a bassa quota, l’isola di Trynoy, da ieri è rimasta senza neve. Solo l’isoletta di Vize rimane oggi l’unico luogo a livello del mare dell’emisfero boreale dove è possibile trovare un po’ di neve al suolo. Per Giugno si tratta di una situazione piuttosto critica. Lo scioglimento del manto nevoso nelle isole del mar Glaciale Artico è avvenuto con circa un mese d’anticipo rispetto alla media climatologica. Insomma, un brutto campanello d’allarme che evidenzia le sofferenze dei ghiacci marini del Polo Nord che sono stati quasi dimezzati (soprattutto gli strati di ghiaccio vecchio e molto spesso) dopo i minimi del 2007 e del 2011. Una buona parte del ghiaccio vecchio, e quindi molto più spesso, della Calotta è stato definitivamente fuso dalle alte temperature che hanno caratterizzato quelle terribili annate, creando un “gup” considerevole, molto difficile da poter rimarginare.

Fantastiche sculture di ghiaccio sul mar Glaciale Artico

Ciò ha comportato, durante il periodo invernale, la formazione di una notevole quantità di ghiaccio molto giovane, e poco spesso, che però durante i mesi estivi tende rapidamente a sciogliersi, provocando una drastica riduzione dell’estensione del ghiaccio marino sul mar Glaciale Artico. Inoltre il ghiaccio meno spesso è molto più fragile rispetto al ghiaccio vecchio e quindi molto più vulnerabile agli effetti del moto ondoso che ne provoca la frantumazione, agevolando una fusione più veloce. Ma non va tanto meglio anche nei settori montagnosi. Da ieri il lago Finsevatn, nel nord della Norvegia, appare completamente liquido, con qualche piccolo pezzo di ghiaccio galleggiante pronto a fondersi definitivamente. Nei prossimi giorni si prevede un ulteriore fusione dei ghiacci, soprattutto nelle aree dove già si sono aperte delle spaccature profonde dentro la banchisa. Questa situazione purtroppo agevolerà una più veloce fusione del ghiaccio dato che durante l’estate (quando il sole sorge più alto nell’orizzonte) le aree di acque libere tra i banchi di ghiaccio più facilmente assorbono l’energia solare, favorendo un incremento della temperatura delle acque superficiali non poco significativo. Questo fenomeno si sta riscontrando soprattutto nel mare di Beaufort.

La rapida riduzione dei ghiacci artici rischia di provocare un indebolimento della “Jet Stream” favorendo un rallentamento della circolazione atmosferica ?

Come viene evidenziato pure da una ricerca, condotta dall’Università del Wisconsin, pare che il riscaldamento dell’Artico sta contribuendo a rendere le configurazioni bariche e gli schemi sinottici sempre più persistenti e duraturi nel tempo nelle medie latitudini, con intervalli che possono persistere per interi mesi. Questa persistenza può dare luogo a pesanti ondate di caldo, intense avvezioni fredde, siccità o situazioni meteorologiche estreme, come eventi alluvionali e prolungati periodi di maltempo, che possono rimanere “stabili” per più giorni, settimane o addirittura mesi interi.

Difatti il notevole riscaldamento dell’Artico in genere ha come prima ripercussione un notevole rallentamento delle “Westerlies” (o flusso Zonale), gli impetuosi venti dai quadranti occidentali che dominano lungo le medie latitudini dirigendo l’andamento meteo/climatico sui vari continenti. L’indebolimento delle correnti occidentale si avverte soprattutto alle quote medio-alte della troposfera, con un forte rallentamento del ramo principale della “Jet Stream”, che sovente si presenta fra i 30° e i 60° di latitudine nord e sud, ai confini fra la Cella di Hadley e di Ferrel. Perdendo buona parte della sua forma il “Jet Stream”, per una nota legge fisica, comincia ad ondularsi su se stesso creando delle grandi onde su scala planetaria, meglio note come le “onde di Rossby”. Le “onde di Rossby”, lunghe da 1.000 a 10.000 km, si formano con una precisa successione di tempi e tendono a muoversi da ovest verso est, con una velocità di propagazione che è direttamente proporzionale alla loro lunghezza e alla velocità media di spostamento delle correnti nell’alta troposfera.

Nel periodo primaverile ed estivo, quando inizia l’arretramento dei ghiacci marini della banchisa del Polo Nord e il vortice polare (caratterizzato da geopotenziali bassi alla quota di 500 hpa) comincia gradualmente ad indebolirsi e a restringersi su una determinata area del mar Glaciale Artico, le “onde di Rossby” tendono a rallentare la loro velocità di propagazione da ovest ad est, originando dei Pattern climatici abbastanza durevoli che potrebbero portare ad una maggiore probabilità di eventi meteorologici estremi che derivano da condizioni prolungate, come siccità, inondazioni, ondate di freddo o avvezioni d’aria calda con onde mobili di calore insistenti per intere settimane. Un po’ sull’esempio di quanto visto lo scorso inverno tra gli USA e il Canada meridionale che per diversi mesi sono rimasti in balia di una ampia ondulazione oraria (onda anticiclonica) in seno alla “corrente a getto” che ha alimentato numerose ondate di calore verso i territori contigui degli States, dove si sono registrati migliaia di record mensili fra Gennaio e il mese di Marzo, risultati fra i più caldi di sempre della storia climatica degli USA.