Terremoto, l’Ancsa lancia l’allarme per le ‘zone rosse’: “è una logica che fa morire i centri storici”

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“La logica delle ‘zone rosse’, mutuata peraltro dal G8, dove interi centri storici colpiti o anche soltanto considerati a rischio, vengono chiusi e resi inaccessibili va superata perche’ e’ distruttiva per la sopravvivenza delle comunita’ locali che vengono allontanate da luoghi identitari”. E’ l’allarme lanciato dalla presidente dell’Associazione nazionale centri storici-artistici e assessore (Ancsa) all’Urbanistica della Regione Toscana, Anna Marson, nel corso di una conferenza stampa tenutasi oggi a Bologna sulla gestione dell’emergenza sisma in Nord Italia. “Gia’ all’Aquila questo modello ha mostrato i propri limiti e le proprie contraddizioni – prosegue Marson – nel momento in cui non distinguono le diverse condizioni del danno arrecato agli edifici, ma ci si limita a definire una zona di pericolo alla quale viene inibilto l’accesso e impedita la ripresa di qualunque attivita’, creando zone deserte e senza vita”. Marson, che circa 10 giorni fa ha scritto al presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani, Commissario straordinario per la ricostruzione, chiedendo che l’associazione possa sedere al tavolo del comitato che dovra’ gestire la ripresa, e’ convinta che “per non far morire le comunita’ e le citta’ e’ decisivo mantenere i luoghi collettivi, gli spazi pubblici, i tracciati storici, ancora prima dei muri” favorendo la ripresa delle attivita’ in spazi anche provvisori, ma non lontano dal luogo d’origine.
Per fare questo, prosegue Marson, “bisogna rivedere la logica centralistica di gestione dell’emergenza, riportando le amministrazioni locali e le popolazioni al centro del processo di verifica e agibilita’ degli edifici, quindi degli interventi di ricostruzione”. “Le competenze dei tecnici locali – continua la presidente – e’ spesso superiore a quella dei tecnici appartenenti alla Protezione civile che non ha la capacita’ di coordinare gli esperti presenti sul territorio”. Secondo Marson, “ci sono elenchi di tecnici e di professionisti che sono inutilizzati, c’e’ un’offerta di competenze in tutto il Paese che non viene impiegata e siamo gia’ in ritardo”. Concorde anche Giovanni Cerfogli che lavora al Comune di Modena e fa parte dell’Ancsa. “La prima ricognizione e’ stata fatta – sostiene – ma ora serve la fase di intervento delle competenze piu’ specifiche che e’ ferma, i centri storici sono abbandonati, senza considerare che c’e’ anche il tema del disastro del paesaggio rurale, con case e masserie compromesse”. Ancsa punta poi l’indice contro le demolizioni di campanili e chiese fatte con l’esplosivo. “Bisogna evitare quelle non strettamente necessarie – rimarca Marson – perche’ in troppi casi queste demolizioni coincidono con l’idea di messa in sicurezza, mentre non possono rappresentare la soluzione ai problemi aperti dal sisma”. Infine la richiesta e’ “non utilizzare strumenti operativi straordinari per la ricostruzione dei centri, ma impiegare quelli ordinari, magari snelliti”.
Il modello secondo l’Ancsa deve essere quello del Friuli e dell’Umbria, non quello de L’Aquila, dove il centro storico e’ ancora abbandonato, mentre sono sorte le new towns nel nulla. “Non si possono aspettare i piani di ricostruzione” aggiunge il segretario tecnico dell’associazione Stefano Storchi, cui fa eco Bruno Gabrielli coordinatore del comitato tecnico-scientifico. “A L’Aquila la citta’ storica e’ morta – rimarca Gabrielli – e non vogliamo che accada lo stesso in Emilia. Per questo le attivita’ commerciali, artigianali e industriali vanno ripristinate in qualunque modo al piu’ presto, sull’esempio della fioraia che ha riaperto il suo negozio in un piccolo prefabbricato”. “E’ chiaro per fare questo – sostiene ancora Gabrielli – bisogna superare il centralismo affidato alla protezione civile, avere certezza sui finanziamenti ai Comuni e sui contributi ai privati”. A tutto cio’ si aggiunge il problema dei detriti da selezionare. “Non ci risulta – spiega Cerfogli – che si stia facendo una cernita dei materiali edilizi di pregio, ma che tutto stia finendo in discarica senza distinzioni”. Secondo Marson poco possono fare le Sovrintendenze che “sono rese inefficaci e inefficienti dalla mancanza di personale e risorse”. Il nodo resta dunque quello di coniugare il recupero veloce del patrimonio storico, degli spazi pubblici, delle identita’ comuni rappresentate dai centri storici e dalla loro vitalita’ con le esigenze di sicurezza della popolazione e i tempi di intervento.