Uno studio italiano per monitorare i detriti in orbita

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I detriti spaziali attorno alla Terra

Se da un lato il livello tecnologico raggiunto dalla nostra società ci consente numerosi vantaggi, dall’altro può risultare estremamente invasivo per la natura: è il caso degli innumerevoli detriti spaziali che orbitano attorno alla Terra, e che spesso possono anche rappresentare un pericolo per la popolazione mondiale. Per questo motivo è allo studio, con il coordinamento della presidenza del Consiglio, un progetto per monitorare le sonde spaziali ormai in disuso. ”Al momento solo gli Stati Uniti sono in grado di monitorare i tanti detriti presenti nello spazio”, ha spiegato il colonnello Marco Nardini, responsabile dell’Ufficio di politica spaziale aeronautica dello Stato Maggiore dell’Aeronautica militare, a margine dell’inaugurazione di Orbita Italia. ”Stiamo cercando di creare una capacità italiana, anche se minima, per contribuire al monitoraggio”, ha spiegato. ”Proprio per questo – ha aggiunto – la presidenza del Consiglio sta dialogando con Difesa, Agenzia Spaziale Italiana, Istituto Nazionale di Astrofisica, Protezione Civile e alcune aziende, per gettare le basi per un progetto sinergico”. Il sistema utilizzato oggi dagli Usa, oltre al monitoraggio grazie a radar e telescopi, prevede l’obbligo di allertare i proprietari dei satelliti ritenuti a rischio impatto con eventuali detriti entro un raggio di sicurezza; ”un allarme che obbliga, quando ricevuto, all’accensione dei propulsori per spostare di orbita il satellite: un’attivita’ che porta a un grande consumo di combustibile e che riduce il periodo di operativita’ dei satelliti”, continua Nardini. ”Allo stato attuale – ha detto ancora – non ci sono fondi per realizzare nuovi strumenti specifici e l’idea è valutare la fattibilita’ di creare una nuova piattaforma usando strumenti che esistono gia’, come la grande antenna di Medicina, oppure utilizzando strumentazioni radar dismesse. Dal dialogo tra le varie realta’ coinvolte nascera’ un documento per valutare il progetto e nel caso chiedere anche la partecipazione di altri soggetti europei”.