Il dramma degli incendi: per ripristinare un ecosistema in fumo devono passare tra 20 e 100 anni!

Credit: NOAA

Dai 20 anni per la macchia mediterranea ai 100 anni di una foresta di conifere: tanto ci vuole affinche’ un ecosistema colpito da incendio possa riprendersi e tornare a una situazione simile a quella pre-evento. Se questo dato si associa all’aumento nella frequenza degli incendi (+76% di roghi solo nelle campagne italiane rispetto al 2011, secondo la Cia), la gravita’ della situazione per l’ambiente e’ evidente. Senza contare che gli incendi emettono una grande quantita’ di anidride carbonica in atmosfera, visto che la combustione e’ esattamente il processo contrario alla fotosintesi. A preoccupare gli addetti ai lavori e’ proprio “la frequenza con cui si ripetono gli incendi su una stessa superficie: se elevata, un ecosistema come quello di una foresta non ha tempo di ristabilirsi”, spiega all’Adnkronos Tommaso Anfodillo, del Dipartimento Territorio e Sistemi agroforestali dell’Universita’ degli Studi di Padova, indicando come ‘elevata frequenza’ un ripetersi degli incendi al di sotto dei 10 anni. Ci sono poi alcuni ecosistemi che si sono adattati naturalmente agli incendi (che sono pur sempre fenomeni naturali), come la macchia mediterranea, e altri che si trovano in zone cosi’ raramente colpite da essere piu’vulnerabili. Un esempio? “La corteccia della quercia da sughero che, particolarmente spessa nel Mediterraneo, favorsice l’abbattimento termico e quindi isola la pianta dal fuoco”, spiega l’esperto. Ma cosa succede all’ambiente quando si verifica un incendio? “Tutta la sostanza organica, ovvero la fertilita’ della terra, viene ossidata e restano solo elementi minerali. Tolta la sostanza organica, si avviano processi erosivi molto forti e il suolo perde coesione”, spiega Anfodillo. E la soluzione non c’e’, bisogna lasciar fare alla natura perche’ confrontati i risultati del processo naturale di ripresa con quelli ottenuti attraverso interventi artificiali, “i giovamenti sono pochi rispetto a un costo elevato”, sottolinea.

Arginare gli incendi e’ dunque fondamentale, anche se dietro l’angolo c’e’ il rischio di incorrere nel cosiddetto “paradosso dell’estinzione”. Ed ecco di cosa si tratta: a fronte di un aumento del pericolo di incendi aumenta lo sforzo umano per ridurli; a questo si aggiunge l’attivita’ di riforestazione seguita a un periodo di maggiore sfruttamento di boschi e foreste che ne aveva causato l’impoverimento. Solo in Italia questa attivita’ ha portato a un aumento del patrimonio boschivo di +1,7 milioni di ettari negli ultimi anni. Il risultato e’ che la maggiore prevenzione, unita all’aumento della superficie forestale, aumenta anche la quantita’ di biomassa e, in caso di incendio, causa eventi piu’ distruttivi. E per distruttivi si intende il cosiddetto “incendio di chioma”, incontrollabile anche secondo gli esperti, “con fiamme alte fino 50 mt che avanzano di 50-100 metri al minuto e contro i quali l’acqua non puo’ nulla, visto che evapora prima di toccare il suolo”, specifica Anfodillo. Un danno anche dal punto di vista del dissesto idrogeologico, perche’ gli incendi espongono i territori gia’ vulnerabili a ulteriori rischi di frane ed alluvioni: quando brucia la vegetazione, infatti, viene meno l’azione di drenaggio delle acque, quella di traspirazione delle piante e la capacita’ di trattenere il terreno sottostante. “Negli anni scorsi abbiamo assistito a disastri di natura idrogeologica che erano figli degli incendi degli anni precedenti – dice Gian Vito Graziano , presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi – Non solo in Sardegna, ma anche in Sicilia, uno dei quali a breve distanza dalla citta’ di Palermo, dove diverse persone sono state costrette a lasciare la propria casa per precauzione. Fare prevenzione dai rischi idrogeologici vuol dire lavorare a tutto campo, dunque anche sul fronte della lotta agli incendi”.