Morte Armstrong, il “Programma Apollo”: l’ultima epopea moderna

Con la morte di Neil Armstrong cala il sipario sul più famoso protagonista del “programma Apollo”, il momento più alto dell’avventura spaziale dell’umanità (almeno finora), simbolo dell’ottimismo e della potenza tecnologica di un’era. Un`epos politico e tecnologico senza precedenti ma in ultima analisi rimasto per ora fine a se stesso, se le prossime Amministrazioni non decideranno di prendere il testimone dagli anni Sessanta e permettere alla Nasa di pensare di nuovo in grande. John F. Kennedy volle infatti regalare al Paese un sogno veramente americano, che facesse dimenticare le miserie del Vietnam, umiliasse un`Unione Sovietica fino a quel momento sempre un passo avanti nella corsa allo spazio e fornisse utili dividendi tecnologici, oltre che succose commesse al settore aerospaziale: il tutto – fattore cruciale – a spese dei contribuenti, felici di partecipare a una guerra patriottica senza spargimenti di sangue. Che poi sia Washington che Mosca si avvalessero degli esperti, missilistici e non, “rapiti” dalla Germania nazista alla fine della seconda Guerra Mondiale – in primis Wehrner von Braun – è un curioso omaggio all`universalità della scienza. Ma come in ogni epica, il sangue purtroppo non mancò: Gus Grissom – uno dei “Magnifici Sette”, i primi astronauti della Nasa, cui sarebbe probabilmente spettato l’onore del primo allunaggio – Roger Chaffee ed Ed White morirono in un incendio divampato durante un test a terra dell`Apollo 1, un incidente che rischiò di porre una fine prematura all`intero progetto.
Una seconda tragedia, questa però in volo e in mondovisione, la sfiorò poi l`Apollo 13 ma – anche alla luce del successivo programma shuttle – non si può non essere meravigliati da quanto tutto sia filato liscio, considerando che gran parte della tecnologia utilizzata era di fatto inedita. Per questo furono necessarie numerose missioni preliminari, senza le quali la “prima volta” dell`Apollo 11 non sarebbe stata possibile. Negli archivi rimangono i nomi dei dodici astronauti che in sei missioni hanno posto piede sulla Luna. Ma quando Gene Cernan rimise piede sul Lem per rientrare a casa sapeva già che sarebbe stato l’ultimo: l’opinione pubblica aveva voltato da tempo le spalle all’Avventura. La sua lezione è anche quella dell`intero programma: l`uomo ama il meraviglioso, è vero, ma ci si abitua fin troppo in fretta; Kennedy si era trasformato in un eroe caduto, i Sessanta erano finiti, i Beatles si erano sciolti e alla Casa Bianca c`era Richard Nixon. I contribuenti si erano stancati di finanziare quella che era diventata in modo quasi imbarazzante una routine, né gli importava troppo del`aspetto scientifico (quintali di rocce, ancora oggi non tutte analizzate): il progetto Apollo si rassegnò a partorire lo Skylab, a collaborare con i russi e a fare spazio agli shuttle, lasciando l`esplorazione umana dello spazio a un futuro incerto. Un futuro che potrebbe essere prossimo, grazie al nuovo “Constellation” (un nome scelto da un`agenzia pubblicitaria, un dubbio auspicio ma al passo coi tempi), ma che al momento rimane tuttavia poco più di un nome sulla carta complice la crisi e il relativo taglio dei bilanci. In prospettiva, la Casa Bianca non dovrà decidere se regalare un altro sogno, ma se veramente sia tale: se il ritorno sulla Luna o la “conquista” di Marte valgano veramente la pena agli occhi di un`umanità che, alle prese con i problemi attuali, non abbia più voglia di fare un altro “passo da gigante”.