Svolta in Basilicata nelle politiche energetiche e nella gestione del petrolio, l’oro nero. La Regione ha deciso una moratoria sulle istanze per nuove ricerche ed ulteriori estrazioni, fatta eccezione per i due grandi giacimenti dell’Eni (Val d’Agri) e della Total (Tempa Rossa). Con una norma proposta dalla Giunta De Filippo e approvata dal Consiglio regionale nell’assestamento di bilancio, si e’ stabilito che non saranno piu’ rilasciate le ”intese” tra Regione e Stato, in pratica si tratta del via libera all’estrazione di idrocarburi (petrolio e gas). Il governo lucano ha deciso, infatti, che il contributo gia’ fornito al fabbisogno energetico nazionale nazionale e’ sufficiente e oltre non si puo’ andare: la Basilicata attualmente copre oltre il 6% della necessita’ del Paese e arrivera’ all’8% o al 9% quando entrera’ in produzione il giacimento di Tempa Rossa, a regime dal 2016. La regione appenninica, nelle viscere della Val d’Agri, ha riserve (in minima parte gia’ estratte dall’Eni) che sono stimate in quasi un miliardo di barili di olio equivalente. Una ricchezza mineraria che e’ valsa vari appellativi, ora ”Texas d’Italia” ora ”Lucania Saudita”. Ma tutta questa ricchezza non si percepisce in realta’ perche’ le royalties versate dallo Stato sono solo il 7% e non c’e’stata creazione significativa di occupazione. Certo, sulla Basilicata sono piovuti oltre 200 milioni di euro di royalties, servite soprattutto per ristrutturare i centri storici, estendere la rete del gas metano, dare qualche beneficio infrastrutturale ad una delle aree interne piu’ depresse della regione.
La Basilicata non sara’ una gruviera. Per il presidente della Regione, Vito De Filippo, e’ stato raggiunto il ”limite in termini di sostenibilita”’ con le estrazioni gia’ autorizzate. Sulla regione continuano a mettere gli occhi le compagnie di tutto il mondo che fanno istanza per fare prospezioni geologiche, per cercare altre riserve e per estrarre gas o greggio. Alla data del 31 dicembre 2011 i permessi di ricerca gia’ vigenti sono 12, molti rilasciati negli anni ’90 e qualcuno anche prima. Continuano, inoltre, ad essere protocollate istanze di nuovi permessi: ce ne sono altri 17. E dalla mappa dell’Ufficio geominerario nazionale (Unmig) la localizzazione di tali richieste, unite ai titoli minerari gia’ vigenti, disegna una Basilicata per oltre la meta’ del suo territorio coperta dalle potenziali superfici in cui le compagnie chiedono di fare ricognizioni, esplorazioni o trivellazioni. Gia’ da alcuni mesi la Regione aveva adottato una linea di maggiore cautela sulla politica petrolifera per diverse ragioni. Non ha avuto un concreto seguito il memorandum firmato tra la Regione e l’ultimo Governo Berlusconi, caduto poco dopo, in cui lo Stato garantiva di investire sulla Basilicata con una contropartita in termini di infrastrutture e di rilancio dell’economia e delle imprese come segno tangibile di riconoscimento del sacrificio che la Basilicata subisce sul proprio territorio per l’impatto degli impianti estrattivi, utili anche alle necessita’ del Paese.
C’e’ anche un altro motivo, pero’, che ha indotto la Regione a mettere un punto fermo ed e’ l’inquinamento che attivita’ di questo genere producono, pur con tutte le cautele adottabili o le prescrizioni che si possono imporre. La scoperta di una discarica di fanghi di perforazione a Corleto Perticara, nel Potentino, mai bonificata dopo venti anni, e’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso perche’ l’ipotesi, su cui l’autorita’ giudiziaria indaga, e’ che la catena alimentare sia stata contaminata ed abbia portato a delle morti sospette, soprattutto nell’ambito di qualche nucleo familiare di allevatori o pastori che in quel luogo portavano il gregge di pecore a pascolare. Sta di fatto che la Regione ha deciso di cambiare passo. Il fronte ambientalista si sta dividendo. Si passa dagli entusiasmi del Wwf e dei Radicali per questa moratoria da tempo richiesta alle perplessita’ di altre associazioni. Tra queste il ”Movimento No Triv”, di portata nazionale, che si batte contro una possibile ondata di trivellazioni sia sulla terraferma che in mare. I ”No Triv” puntano sull’aspetto tecnico della questione. La norma votata dal Consiglio lucano stabilisce che la Regione non concedera’ l’intesa, ossia il lasciapassare alla concessione del permesso minerario. Per i ”No Triv” tale previsione ”e’, almeno dal punto di vista giuridico, ad un tempo, perfettamente inutile e costituzionalmente illegittima”. Inutile – argomentano – in quanto il Decreto Sviluppo stabilisce che si potra’ bypassare la Regione ”in caso di mancata espressione degli atti di assenso o di intesa” e ”il Governo procedera’ egualmente al rilascio del titolo”.
Per il movimento contro le trivelle, la previsione lucana e’ anche illegittima ”in quanto si pone in aperta violazione del principio (costituzionale) di leale collaborazione” dal momento che ”la Regione non puo’, infatti, stabilire preventivamente e in via generale attraverso una sua legge che non stringera’ l’intesa con lo Stato”. Con i ”No Triv” De Filippo ha avuto un dialogo telematico in cui ha ribadito l’aspetto politico della decisione, di ”portata notevole”. Per il governatore lucano e’ un no chiaro e sostanziale ad ogni nuova richiesta di permessi di ricerca di idrocarburi, comprese quelle ancora in corso di istruttoria. ”Non ci sottriamo a fornire un contributo al Paese su un tema strategico quale quello dell’energia ma non consegniamo la Basilicata ai petrolieri”, e’ il ragionamento di De Filippo. Da molti anni la Basilicata vive questo equilibrio molto precario tra lo sviluppo e la tutela dell’ambiente, della natura, dei Parchi, visto che ci sono richieste di permessi anche molto vicini alle aree protette. E cosi’ la Regione ha tracciato una netta linea di demarcazione: quello che e’ stato autorizzato basta. I numeri, infatti, indicano nella regione lucana il territorio italiano con riserve pari all’ottanta per cento di cio’ che e’ estraibile. Nel ventre lucano ci sono riserve stimate in 900 milioni di barili che per altri 25 anni richiederanno di trivellare ed estrarre. I due grandi giacimenti lucani, quando saranno a regime, potranno fornire 150 mila barili al giorno mentre attualmente la produzione quotidiana oscilla tra gli 80 ed i 90 mila da parte dell’Eni.
La compagnia del cane a sei zampe opera in Val d’Agri. Il giacimento e’ stato scoperto nel 1981 ed e’ in esercizio dal 1999. Ha riserve per 480 milioni di barili di petrolio. A pieno regime puo’ raggiungere i 104 mila barili al giorno. Il fulcro e’ il Centro Oli di Viggiano dove affluisce il greggio estratto in un comprensorio di 65mila ettari. Il petrolio viene trasportato a Taranto, direttamente alla raffineria dell’Eni, attraverso un oleodotto della lunghezza di oltre 130 chilometri. ”Tempa Rossa” e’ l’altro serbatoio di greggio con riserve stimate in 420 milioni, da estrarre in 20 anni, al ritmo di 50 mila al giorno a pieno regime. Si trova nella Valle del Sauro e della Camastra, un distretto della piu’ ampia valle dell’Agri. Il giacimento e’ stato scoperto nel 1997 e la produzione iniziera’ nel 2016, l’operatore e’ la multinazionale francese Total in partnerhip con Shell che detiene un quarto della partecipazione. Sono previsti investimenti per 1,6 miliardi di euro. Il campo avra’ una produzione di 50.000 barili di petrolio al giorno, insieme a 230.000 metri cubi di gas naturale e 240 tonnellate di gas liquido. Il progetto prevede la costruzione di un centro di produzione e di lavorazione del petrolio e del gas, un deposito di gas liquefatto ed un collegamento con l’oleodotto Val d’Agri-Taranto che portera’ greggio nella raffineria della citta’ pugliese dalla quale sara’ esportato. La capacita’ dell’oleodotto e quella dei depositi e del terminal petrolifero saranno aumentate in linea con l’incremento della produzione.


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