Durante le terse giornate tarantine, quando spira il vento dai quadranti settentrionali, è possibile scorgere dal lungomare della città i rilievi dell’appennino calabro-lucano, innevato durante la stagione fredda. Uno scenario che va a compensare quello prodotto dalle gru e dalle cimiere di una città industriale, che da tempo, e forse mai come in questo periodo, lotta contro l’inquinamento ambientale. Uno spettacolo che in futuro dovrà essere condiviso con delle enormi pale eoliche; è il verdetto del Ministero dell’Ambiente alla compatibilità ambientale, che lo scorso 24 Luglio, ha fornito l’ok per la costruzione di un parco eolico in Mar Grande. Il progetto, presentato dalla Societ Energy, sarà realizzato nella rada esterna del porto di Taranto, e sarà costituito da 10 aerogeneratori capaci di generare trenta megawatt di energia, sufficienti a rendere autonomo e indipendente il porto tarantino dal punto di vista del fabbisogno energetico. L’opera, chiamata tecnicamente “offshore”, occuperà una porzione d’area che non ricade nel sito di interesse nazionale, né interessa direttamente aree di interesse comunitario o zone a protezione speciale.
L’installazione delle turbine si prediligono in acque poco profonde lungo la costa e in cui il vento spira forte e costante grazie all’assenza di ostacoli. Il primo parco eolico offshore fu realizzato in Danimarca nel 1991; attualmente, decine di parchi eolici offshore sono attivi in tutto il mondo e moltissimi sono in fase di progettazione e realizzazione. Nel solo nord Europa, si prevede che entro il 2030 verranno installati circa 40mila MW di offshore. L’assenza di rilievi orografici permette in questi casi una produzione mediamente superiore del 30% rispetto alle installazioni su terraferma, risultando una variante significativamente più redditizia. Il parco nascerà in uno specchio d’acqua distante 100 metri dalla costa e 7 chilometri dalla città di Taranto, le cui torri saranno alte 110 metri. Il progetto possiede una serie di prescrizioni, che dovranno essere rigorosamente rispettate dalla stessa società, con la supervisione dell’Arpa Puglia.
Tra queste, esiste quella di evitare il disorientamento di mammiferi marini presenti in zona durante le rumorosissime lavorazioni. Sarà necessario “verificare la presenza in acqua di cetacei tramite il posizionamento di gruppi di idrofoni posti sui 4 punti cardinali equidistanti a 1, 5 e 10 km dall’area di cantiere; qualora non vengano né segnalati visivamente né registrati segnali di presenza di cetacei nell’arco di 30 minuti, si dovrà comunque procedere con la tecnica del soft start, ovvero raggiungere con una adeguata tempistica la potenza massima dì svolgimento dell’operazione rumorosa”. E pensare che poco meno di due settimane fa, l’associazione Jonian Dolphin Conservation, composta da giovani tarantini professionisti del mare, ha scoperto che vicino al ponte Girevole, a 500 metri da Taranto, vivono dei delfini, affascinando turisti e bambini e per una volta distogliendo l’attenzione sull’inquinamento del capoluogo Ionico. L’associazione si è recata successivamente a Roma per presentare un documentario straordinario, poi riproposto anche a Taranto, inserendolo nel database internazionale Obis-Seamap, sistema di primissimo piano nella raccolta dati sull’ambiente marino mondiale. Ma allora perché non sfruttare dal punto di vista turistico la visione di questi mammiferi nel loro habitat naturale? In altre parti del mondo queste pratiche, chiamate dolphin watching, sono certamente sfruttate in un modo più esaustivo. Ma a Taranto si sceglie un tipo di progresso, che nonostante rappresenti una fonte pulita e alternativa di energia, risulta di significativa alterazione del paesaggio. Come se non lo fosse già abbastanza.
Un paesaggio infatti già notoriamente martoriato dalle scelte del passato e che sembra proprio non trovare pace. Taranto quindi, la città con origini mitologiche, potrebbe divenire il polo di riferimento per le tecnologie eoliche del Mediterraneo. E arrivederci ai nostri amici delfini.


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