L’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966

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In tutta Italia, gli ultimi giorni di ottobre ed i primi del novembre 1966, erano stati caratterizzati da violente ed intense precipitazioni, interrotte solo da brevi schiarite nel giorno di Ognissanti.

Le piogge erano aumentate di intensità nella giornata del 3 novembre, ma a Firenze e dintorni nessuno si dava eccessive preoccupazioni. In mattinata, a causa dell’ingrossamento del fiume, si cominciava a monitorare con sempre maggiore attenzione il bacino dell’Arno. Iniziò a nevicare sul Casentino e sul Mugello, che sono da sempre le due porzioni di bacino maggiormente responsabili delle piene dell’Arno e dei suoi affluenti.

Nel pomeriggio forti perturbazioni colpivano tutto il bacino dell’Arno e le stazioni pluviometriche registrarono valori elevatissimi; in alcune zone della Toscana, durante quella notte, caddero tra i 180 e i 200 millimetri di pioggia, vale a dire circa 200 litri su ogni metro quadrato (vedi, per confronto, la quantità di acqua che cade mediamente durante un temporale sul sito http://alfiogiuffrida.blogspot.it/2012/06/lenergia-di-un-temporale.html  ). Il livello dell’Arno iniziò a crescere con sempre maggiore rapidità. Tuttavia la gente non aveva paura, a Firenze e nei dintorni ci si preparava a trascorrere il 4 novembre, anniversario della vittoria nella Prima guerra mondiale, allora festa nazionale.

A tarda sera il livello dell’Arno continuava crescere fino a farsi inquietante. I vigili del fuoco avevano già ricevuto oltre 100 chiamate di piccoli allagamenti di scantinati ed autorimesse. Le campagne erano allagate e le famiglie che vi abitavano erano salite sui tetti.

Nella notte tra il 3 ed il 4 novembre in mezza Toscana si erano già verificati smottamenti e frane a causa dell’acqua e alcuni fiumi erano già straripati. Verso le 2 di notte del giorno 4, a Firenze, il torrente Mugnone, affluente dell’Arno in piena città, aveva rotto gli argini ed era straripato presso il Parco delle Cascine. L’ippodromo venne allagato, i 260 cavalli presenti erano terrorizzati, la maggior parte furono portati in salvo su dei camion, ma circa settanta cavalli di razza morirono annegati. Verso le 3 la nuova sede del giornale “La Nazione” era allagata. Il Capo Redattore chiamò per telefono l’addetto alla sorveglianza degli impianti idrici per avere qualche informazione, ma quando l’uomo rispose la situazione era già tragica; l’acqua lo travolse durante la telefonata.

Tra le ore 4 e le 7 le acque dell’Arno invasero completamente la città. Il primo a cedere fu  il Lungarno Benvenuto Cellini, sommergendo i quartieri di San Niccolò, Santo Spirito e San Frediano. Poco dopo l’Arno straripò anche nella zona del Lungarno Acciaioli e l’acqua iniziò ad affluire nel quartiere di Santa Croce. Verso le 7 cedette la spalletta di Piazza Cavalleggeri: la furia dell’Arno si abbattè sulla Biblioteca Nazionale Centrale e sul quartiere di Santa Croce.

Verso le ore 9 le acque limacciose dell’Arno raggiunsero Piazza del Duomo, mentre da tutte le fognature l’acqua defluiva con forza verso via Pisana, trasformandola in un vero e proprio fiume di acqua fangosa e piena di chiazze di nafta. A mezzogiorno le acque raggiunsero il massimo della loro altezza e già si aveva notizia delle prime vittime (due anziani rimasti intrappolati).

Finalmente, verso le ore 20, mentre era già sera, a Firenze, dove le acque avevano raggiunto anche i sei metri di altezza, l’Arno iniziò lentamente a lasciare il centro storico e rientrare nel suo corso. Fù l’inizio della fine dell’incubo per la città ma la furia del fiume in queste stesse ore arrivò ed Empoli, dove l’Elsa ruppe gli argini.

Della alluvione di Firenze si è parlato tanto, riportando foto che suscitano sempre la nostra commozione. In questo articolo vogliamo mostrare un documento inedito: il “brogliaccio di stazione” in cui l’operatore meteo della stazione di Firenze Peretola scriveva i suoi appunti, che poi venivano sintetizzati nei messaggi meteorologici SYNOP, emessi regolarmente tutti i giorni, ogni tre ore, in tutte le parti del mondo.

“Subito dopo la compilazione del bollettino synop delle ore 12.00/z del 4/XI/66, l’acqua straripata dal fiume Arno invadeva l’aeroporto ed in brevissimo tempo raggiungeva, nei locali della stazione meteorologica l’altezza di metri 1,45. L’operatore di servizio ”Maresciallo 2° classe marconista Betti Costantino” a stento raggiungeva (a nuoto, ha poi detto) la vicina palazzina comando aeroporto, ponendosi in salvo al primo piano di questa, dopo aver lasciato il “modello met S201” sopra l’armadio.”

Tre giorni dopo, quando finalmente si è potuto rientrare nei locali della stazione meteorologica, qualcuno ha scritto sullo stesso modello: “Ritrovato il giorno 7/XI/66, intatto. Il giorno 8/XI/66 col bollettino delle ore 15.00/z veniva ripristinato il servizio accentramento bollettini e la compilazione da parte di questa stazione del bollettino “aero” senza gruppo zero, con orario 03.00/18.00. Per svolgere i predetti servizi la stazione è provvisoriamente ubicata in una stanzetta al secondo piano della palazzina comando aeroporto.”

Forse, per chi non è del mestiere, queste parole dicono poco. Invece per coloro che hanno vissuto il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica, mostra l’attaccamento al dovere di un sottufficiale che ha messo a rischio la propria vita per portare a termine il suo compito finchè le forze della natura non lo hanno strappato, a forza, dal suo posto di lavoro. Ed anche in quelle tragiche circostanze, non sapendo se fosse stato in grado di “raccontare” la sua avventura, si era preoccupato di lasciare traccia scritta delle ultime ore del suo lavoro. Viva il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare!

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