Lo strato limite planetario

Il nome fa pensare a qualcosa di fantascientico, ma si tratta solo della traduzione del più conosciuto termine inglese PBL, Planetary Boundary Layer, e indica la parte di troposfera più vicina alla superficie terrestre. Più vicina quanto, voi direte? Come un pò in tutto, le distinzioni servono solo per semplificare, perché come non c’è un limite preciso nella troposfera, la cui altezza varia (per esempio a seconda della latitudine), anche questo strato è variabile. Si può definire PBL la parte di atmosfera che risente direttamente (cioé nel giro di un’ora circa) delle variazione indotte dal terreno. Sappiamo bene quanto il terreno infuenzi l’atmosfera, è proprio per quello che per fare le previsioni prendiamo quote di riferimento di oltre 5 mila metri (e a volte  non bastano, a causa delle catene alpine). Sul suolo i venti diventano turbolenti, ossia generano vortici nell’atmosfera vicina al suolo, e sempre  vicino al suolo il riscaldamento solare genera moti turbolenti che sono poi la causa delle termiche che vanno a generare nubi dette cumuli.

Insomma, di notte le cose sono più tranquille, e arriva a un centinaio di metri, di giorno anche a oltre 1,5 Km.

All’interno del PBL possiamo però distinguere uno strato laminare, in cui non si ha turbolenza (per l’appunto), una specie di cuscino che riveste tutto. L’altro è lo strato turbolento che occupa quasi tutto il PBL.

Tanto per curiosità diciamo che ci sono anche dei metodi per individuare l’estensione di questo strato, e si basano, per esempio, sulla dispersione del gas Radon.

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