L’ultima eruzione del Vesuvio nel marzo del 1944: la cronaca e 8 storiche fotografie esclusive

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    La fase parossistica dell’eruzione con la colonna eruttiva ben visibile. Foto NARA

    Dopo aver descritto la potente eruzione del 1631, il geologo Giampiero Petrucci ricorda l’ultimo evento eruttivo del Vesuvio, sviluppatosi nel marzo del 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale, quando a Napoli erano già giunti gli Alleati.

    I prodromi. Se gli antichi romani non sapevano che il Vesuvio fosse un vulcano (ma nel 79 lo capirono loro malgrado) e se nel 1631 anche gli scettici spagnoli (allora governanti il Regno di Napoli) compresero pienamente la potenza vesuviana, all’inizio del Novecento tutti erano ormai consapevoli che la montagna, prima o poi, avrebbe potuto nuovamente scatenarsi. L’attività del Vesuvio era infatti proseguita per trecento anni, alternando fasi eruttive e quiescenza: in qualche caso i prodotti piroclastici avevano nuovamente raggiunto il mare (1707) ed alcuni paesi circumvesuviani (Ottaviano 1779), anche se l’intensità delle eruzioni non era nemmeno lontanamente paragonabile ai fenomeni pompeiani. Piuttosto sembrava più sviluppata l’attività stromboliana, con piccole esplosioni e molte colate di lava che a più riprese avevano ricoperto i fianchi della montagna, raggiungendo pure diverse cittadine (Ercolano 1771, Cercola e S. Sebastiano 1872) e perfino il mare (Torre del Greco 1794, Torre Annunziata 1805). Non sorprese dunque l’evento dell’aprile 1906 anche se creò inevitabile panico e disagi oltre che più di 200 vittime. Anche questa eruzione fu stromboliana (termine che ovviamente prende nome dall’attuale vulcano più attivo delle isole Eolie), essendo caratterizzata contemporaneamente dall’emissione di lave e prodotti piroclastici. Le prime si svilupparono soprattutto verso sud dove venne invasa Boscotrecase e si registrarono danni ingenti a Torre Annunziata. Nel lato opposto della montagna, subirono devastazioni Ottaviano e S. Giuseppe Vesuviano. Diversi centimetri di cenere caddero anche su Napoli dove, per il peso dei prodotti vulcanici accumulati, crollò il tetto del mercato di Monteoliveto, provocando diversi morti. Valanghe di detriti e fango (i cosiddetti lahars) causarono ulteriori danni a Cercola, Pollena Trocchia, S. Sebastiano, Terzigno. Crollò in parte la cima del vulcano, generando un ampio cratere, totalmente riempito dai prodotti emessi nel decennio successivo. Nel 1929 altra ripresa, stavolta esclusivamente effusiva, con le lave giunte nei pressi di Terzigno. Poi quindici anni tranquilli ma non quiescenti: all’interno del cratere s’era generato infatti un cono da cui sgorgava fumo, vapore e talora lava la quale però mai riuscì ad oltrepassare l’orlo interno del vulcano.

    L’eruzione vista dal mare. L’aereo sulla destra è un Curtiss P-40 dell’aviazione statunitense. Foto NARA

    L’inizio. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, in pochi pensano al Vesuvio: i problemi contingenti sono ben altri. Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcano in Sicilia ed iniziano la loro lenta risalita della penisola, giungendo a Napoli (già liberata da una sollevazione popolare) il 1 ottobre 1943, accolti ovviamente da una moltitudine in festa. Nel capoluogo partenopeo nessuno, probabilmente, si accorge di quanto accade ai primi di gennaio del 1944: all’interno del cratere del Vesuvio ai apre una frattura alla base del piccolo cono. La lava fuoriesce dal cratere e percorre qualche centinaio di metri sui fianchi della montagna prima di fermarsi. Qualche altra colata compie lo stesso cammino per circa un mese, poi tutto torna tranquillo. Il 13 marzo altro segno di risveglio: il piccolo cono collassa e si verificano deboli lanci di lapilli e scorie. Dobbiamo all’allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe Imbò, la cronaca dettagliata dell’evento eruttivo vero e proprio che inizia nel pomeriggio del 18 Marzo con una fase tipicamente stromboliana: piccole esplosioni e colate di lava che superano il dislivello del Monte Somma e si dirigono a Nord mentre scorie e lapilli vengono spinti fino ad un’altezza di circa 100 m.

    Alcuni B-25 del 447° Squadrone del 321° Bomb Group passano nei pressi del Vesuvio in piena eruzione

    Gli sviluppi. Sin dal giorno seguente la lava scivola nel versante settentrionale e lungo il Fosso della Vetrana, ad una velocità molto variabile. Il movimento della lava, oltre che dalla morfologia, è influenzato da diversi fattori tra cui la portata della bocca effusiva, la composizione e la temperatura: in generale ad un maggior contenuto in silice (spesso presente in buona quantità nei prodotti vesuviani) corrisponde una minore velocità così come una minore viscosità si traduce in uno spostamento più rapido. Nel 1944, come si evince anche da alcune preziose immagini d’epoca, le colate laviche raggiungono altezze anche di 7-8 metri e percorrono poche decine di metri all’ora, soprattutto una volta giunte a valle dove iniziano a raffreddarsi: sono costituite da una crosta superficiale semisolida che, spinta dalla porzione interna più fluida, tende a sgretolarsi in blocchi. La lava tra l’altro compie lo stesso tracciato del 1855 ma stavolta raggiunge i paesi di Massa di Somma e San Sebastiano dove si infila tra le vie e danneggia numerose abitazioni. Ancora oggi in quest’ultima cittadina sono ben visibili i residui solidificati di quell’eruzione: addirittura lungo Via Roma alcune case sono state edificate direttamente sulla colata di lava del 1944. Mentre aumentano le scosse sismiche, nel pomeriggio del giorno 21 si assiste ad un altro fenomeno: si sviluppano infatti vere e proprie fontane di lava, alte anche fino a 2 km. Si tratta di fenomeni molto particolari, che di notte assumono contorni spettacolari (a Napoli la popolazione rimane alzata a vedere i bagliori), tipici delle eruzioni hawaiane dove però sono molto più intensi e costanti. Nel 1944 sul Vesuvio queste fontane si sviluppano ad intermittenza e con durate non superiori all’ora, con il vento che trasporta scorie e lapilli in direzione sud-est. Angri, Pagani, Scafati, Nocera e le campagne circostanti sono infatti interessate da una notevole caduta di materiali piroclastici, fino a dieci centimetri di spessore. Al contrario, per tutta la durata dell’evento, Napoli ed il litorale del golfo vengono praticamente risparmiati dalla cenere. In questo senso l’eruzione stromboliana differenzia in maniera esemplare le sue conseguenze. Se infatti il versante settentrionale è interessato soprattutto dall’avanzata della lava (che arriva nei pressi di Cercola), è la parte sud-orientale della montagna a subire la maggiore caduta di cenere e lapilli: vengono infatti colpiti anche Poggiomarino, S. Giuseppe Vesuviano e Terzigno. In un campo di volo nei dintorni di quest’ultima cittadina si verifica un fatto clamoroso: 88 bombardieri B-25 Mitchell dell’aviazione statunitense vengono ricoperti dalla cenere e danneggiati vistosamente, “peggio che sotto un bombardamento” come testimoniarono a più riprese i reduci americani.

    La lava fumante non risparmiò gli edifici ecclesiastici. Foto NARA

    La fase parossistica. Nel primo pomeriggio del giorno 22 un altro cambiamento, il più vistoso e pericoloso. Se la lava sul versante settentrionale tende ormai a perdere velocità, aumenta invece l’intensità esplosiva dell’eruzione, con la formazione di una colonna eruttiva alta fino a 5 km in cui sono presenti anche prodotti lapidei strappati con violenza dal condotto. Si susseguono le esplosioni e, causa il parziale collasso della colonna, si formano, soprattutto nel versante meridionale, alcuni  modesti flussi piroclastici e piccole nubi ardenti che però, essendo di dimensioni limitate, si esauriscono direttamente sui fianchi della montagna, senza raggiungere fortunatamente (al contrario del 79 e del 1631) i nuclei abitativi. Continua inoltre a svilupparsi la cosiddetta “agitazione sismica”: frequenti scosse telluriche connesse alla degassazione del magma in prossimità della bocca effusiva, con conseguenti esplosioni nel condotto che provocano onde sismiche nel terreno. E’ questa la fase principale dell’eruzione che testimonia una volta di più la pericolosità del Vesuvio: un vulcano in cui l’attività esplosiva, soprattutto a seguito di lunghi periodi quiescenti, non è mai mancata.

    Ad eruzione finita un B-25J del 57° Bomb Wing passa sopra il Vesuvio. L’aereo sulle ali porta uno slogan significativo: “Finito Benito Next Hirohito”. Foto di John Sutay, storico del 57° BW, reperita grazie a Dominique Taddei

    La fine. Dal giorno 23 le esplosioni diventano freatomagmatiche (per il contatto tra magma ed acqua), aumenta la sismicità e si verificano altri piccoli flussi e frane di materiale appena eruttato.  Poi però le esplosioni diminuiscono e torna la lava che stavolta si incanala in direzione sud-ovest ma senza compiere particolari danni. La cenere eruttata cambia il suo colore da nerastra a grigio-biancastra ed infine bianca al punto da far sembrare la cima della montagna coperta di neve. Poco a poco l’eruzione esaurisce la sua potenza. Il giorno 29 è praticamente tutto finito (dal cratere uscirà un rigagnolo di fumo fino al 7 aprile) e si passa alla stima dei danni. 26 vittime (alcune delle quali per i crolli dei tetti sotto il peso dei materiali vulcanici), 12mila evacuati, le strade di interi paesi ricoperte da uno spesso strato di cenere o da metri di colate laviche, i raccolti delle campagne distrutti, le truppe alleate sconvolte dal fenomeno insolito ed inaspettato. Questa del 1944 è l’ultima eruzione del Vesuvio: con essa, secondo molti esperti, si chiude un ciclo iniziato nel lontano 1631. Da 70 anni infatti il vulcano langue come un orso in letargo: il parere dei vulcanologi è che in tutto questo periodo il condotto magmatico sia passato dalla fase “aperta” a quella “chiusa” o “ostruita”, con l’aumento del rischio di un’eruzione intensa ed esplosiva. Da tempo gli unici segnali percettibili rimangono piccoli tremori sismici e le fumarole visibili nel cratere: nessuno può sapere quanto ancora durerà questa situazione. Ma lo studio del passato ed un attento monitoraggio del presente possono preparare meglio tutti noi ad affrontare le incognite del futuro.

    • Si ringrazia Don Kaiser ed il sito www.warwingsart.com per la gentile concessione delle foto pubblicate.
    • Thanks to Mr. Don Kaiser (www.warwingsart.com) who has provided us with the photos here published
    • La sigla NARA identifica il National Archives and Record Administration, College Park, Maryland, USA. Il 340° Bomb Group statunitense nel marzo 1944 era di stanza nei pressi di Terzigno
    • Si ringrazia il dott. Stefano Carlino per la gentile collaborazione.
    • Per approfondimenti si consiglia il testo “Due giorni al Vesuvio – Guida Vulcanologica del Parco del Vesuvio”, a cura di S. Carlino e G. Luongo, Ente Parco Nazionale del Vesuvio, 2005

    BIBLIOGRAFIA