Sentenza terremoto L’Aquila, Di Pietro (Idv): “Bertolaso non è Galileo”

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“Ma quale Galileo e Galileo? Ma che c’azzecca Galileo con la condanna dei componenti della commissione Grandi rischi per l’ operazione mediatica, come la chiamava Bertolaso, messa in scena all’Aquila una settimana prima che il terremoto ammazzasse 300 persone? Su questo tema stiamo presentando un’interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio, per capire come intenda muoversi sulle dimissioni dei vertici della commissione e, qualora decida di respingerle, per capire le ragioni di tale scelta. Questo governo, infatti, ci ha abituato male, poiche’ ha sempre tergiversato, senza prendere posizione sulle questioni importanti”. Lo scrive sul suo blog il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che aggiunge: “Se proprio vogliamo tirare in ballo Galileo Galilei e la liberta’ della scienza, dobbiamo farlo al contrario. Nessuno ha mai rimproverato ai membri della commissione Grandi rischi di non aver previsto quello che la scienza a tutt’oggi non puo’ prevedere. Non e’ per questo che sono stati condannati, ma per aver finto di poter prevedere che non sarebbe accaduto nulla. Galielo Galilei era uno scienziato e fu condannato perche’ non volle piegare le ragioni della scienza e della verita’ ai dogmi religiosi. Questi pseudo scienziati, invece, sono stati condannati per aver sottomesso le ragioni della scienza e della verita’ a quelle della propaganda. A sfregiare l’onore della scienza sono stati coloro che si facevano dettare da un emissario del governo le proprie conclusioni ‘scientifiche’. Se quei signori avessero onestamente ammesso di non poter prevedere nulla e, quindi, di non poter ne’ rassicurare ne’ destare allarme, avrebbero detto la verita’ e avrebbero fatto il loro dovere. Forse alcune persone, senza quella falsa rassicurazione dettata solo dalla necessita’ di non disturbare il governo Berlusconi, avrebbero lasciato L’Aquila e si sarebbero salvate. Si sono assunti dunque una responsabilita’ morale e penale pesantissima, per la quale sono stati condannati”. Scrive ancora Di Pietro: “All’Aquila, dall’inizio alla fine, le ragioni della propaganda hanno prevalso su tutte le altre: prima su quelle della prevenzione, poi su quelle della ricostruzione”.