Terremoto L’Aquila: torna la paura dopo la nuova scossa di stanotte

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La terra a L’Aquila torna a tremare e rievoca i fantasmi del 6 aprile 2009. La scossa di magnitudo 3.6 della scorsa notte ha fatto rivivere agli aquilani la paura “ma soprattutto ha riacceso quella sensazione di rabbia e sconforto per quello che non si e’ fatto e che si continua a non fare”, dice all’Adnkronos Vincenzo Vittorini, che nel sisma ha perso la moglie e una figlia. “La citta’ e’ impreparata e a 42 mesi dal terremoto continua a vivere nella paura, e’ in balia di se stessa – denuncia – non si sta facendo nulla in termini di prevenzione e non si e’ imparato nulla dalla tragedia di 3 anni e mezzo fa”. Gli fa eco Renza Bucci, che nel sisma ha perso la figlia incinta di 9 mesi, il genero e il nipotino di due anni: “ad ogni scossa mi tornano in mente le immagini dei miei cari”. “Sono stanco di sentire lezioni accademiche, di professori e governanti che si riempiono la bocca ma poi nessuno fa nulla perche’ le case di questa citta’ siano davvero sicure”, ammonisce Vittorini, chirurgo e capogruppo in Consiglio Comunale del movimento civico ‘L’Aquila Che Vogliamo’, che in queste ore e’ in Tribunale in attesa della sentenza sul crollo della sua casa. “Non c’e’ un piano di protezione civile comunale degno di una citta’ che e’ stata rasa al suolo – denuncia – non e’ stata fatta nessuna esercitazione, non ci sono le cosiddette aree di attesa dove andare in caso di pericolo e quelle che ci sono non sono degne di dirsi tali e sono spesso impossibili da raggiungere”.
“E’ sconvolgente – si rammarica Vittorini – che la prevenzione non sia una priorita’ e che l’incolumita’ della gente non venga prima di tanti altri interessi”. E ancora: “E’ amaro constatare che la classe dirigente di questa citta’ – tuona – sembra non aver capito nulla dagli errori del passato e non voler cambiare mentalita’ per cambiare questa citta’. L’Aquila avrebbe dovuto diventare il simbolo nazionale della cultura della prevenzione e sicurezza e invece continua a vivere in una sottocultura. Se non si parte da qui, nei prossimi terremoti la gente continuera’ a piangere i propri cari”. Se L’Aquila “avesse fatto questo scatto culturale, e dopo il terremoto si fosse cominciato a ricostruire davvero con criteri antisismici – prosegue Vittorini – una scossa come quella di stanotte non avrebbe fatto paura a nessuno, come avviene in Paesi evoluti in questo campo, quali il Giappone o la California. E invece continuiamo ad avere paura perche’ non ci sentiamo sicuri. Siamo arrabbiati e sconfortati – conclude – ma non rassegnati. Proseguiamo nella nostra battaglia per cambiare la mentalita’ di chi ci governa e affinche’ L’Aquila possa davvero rinascere”. Sulla insicurezza della citta’, gli aquilani parlano ad un’unica voce: “siamo impreparati – denuncia Antonietta Centofanti, che nel crollo della casa dello studente ha perso il nipote Davide – e ogni volta che c’e’ una scossa torna il panico. Anche questa notte, appena la terra ha cominciato a tremare il mio pensiero e’ andato alle scuole, se fossero state aperte i ragazzi e gli insegnanti non avrebbero saputo cosa fare, come comportarsi, perche’ qui non si fanno esercitazioni di sicurezza”.
“Oggi, dopo la scossa di questa notte – prosegue Centofanti – avrei voluto avere, come cittadina, qualche comunicazione della Protezione civile, con informazioni e indicazioni sui comportamenti da tenere. E invece niente”, denuncia. E cosi’ “ogni scossa ci porta a riflettere sul futuro della nostra citta’, e sul fatto che se non si comincia a percorrere strade diverse L’Aquila restera’ un fantasma. E’ ormai in ginocchio da tutti i punti di vista: occupazione, produttivita’, artigianato, tagli alla cultura, che si sommano a tutti i disagi di chi non ha piu’ la propria casa”. “Quando la terra mi trema sotto i piedi mi tornano in mente le immagini e i ricordi dei miei cari”, racconta Renza Bucci. “Piu’ che la paura per la scossa tornano i fantasmi del passato e lo sconforto per il futuro”, aggiunge. “Se stanotte qualcuno avesse voluto mettersi al riparo in una zona sicura – spiega – non avrebbe saputo cosa fare e dove andare. Non c’era allora un piano ad hoc e non c’e’ ancora oggi, non ci sono le cosiddette aree di attesa e la prevenzione resta parola sconosciuta”.