Una missione da 1 miliardo di dollari per perforare il fondale oceanico sino al mantello terrestre

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Credit: CNN

La moderna tecnologia ha consentito all’umanità di raggiungere la Luna e di programmare una missione spaziale con astronauti verso Marte, ma se dovessimo valutare le esplorazioni effettuate nel terreno sotto i nostri piedi, ci accorgeremmo che non abbiamo nemmeno scalfito la reale superficie del nostro pianeta. Ora, una missione da 1 miliardo di dollari, si è prefissa lo scopo di perforare il fondale marino per raggiungere ed esplorare il mantello terrestre, a 3000 chilometri di profondità, riportandone campioni in superficie e stravolgendo questa idea. Il progetto, ideato dall’università britannica di Southampton, la quale lo definisce “lo sforzo più impegnativo nella storia delle scienze della Terra”, potrebbe aiutare a rispondere ad alcune delle nostre più grandi domande sulle origini e l’evoluzione del nostro pianeta. I geologi impegnati nel progetto lo stanno già mettendo a confronto con le missioni Apollo, che per prime portarono dei frammenti di roccia da un luogo sconosciuto. Tuttavia, il team deve superare delle difficoltà non di poco conto, come la perforazione di rocce ultra-dure con aste da 10 chilometri di lunghezza, e il punto di partenza, ubicato nel bel mezzo dell’Oceano. E’ qui che la crosta terrestre arriva ad uno spessore di 6 Km inferiore rispetto ad un massimo di 60 chilometri nelle aree continentali. L’area scelta è l’Oceano Pacifico, nei pressi delle dorsali medio-oceaniche.

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Il foro rappresenterà una vera e propria prodezza di ingegneria, ed avrà un diametro di soli 30 centimetri. Per lo scopo, gli scienziati usufruiranno di un’apposita nave da perforazione giapponese chiamata Chikyu, in grado di trasportare 10 chilometri di tubi di perforazione. Ciò che rende il compito ancora più difficile è che, attualmente, le punte hanno una durata limitata compresa tra 50 e 60 ore, prima di dover essere sostituite, e quindi la perforazione potrebbe richiedere diversi anni, a meno che la tecnologia subisca delle migliorìe. In realtà il primo tentativo di raggiungere il mantello terrestre avvenne nel 1960. Soprannominato “Progetto Mohole” in onore al meteorologo croato Andrija Mohorovicic che per primo scoprì il confine tra la crosta terrestre ed il mantello, un team di scienziati americani riuscì a perforare a pochi metri nella crosta oceanica al largo dell’isola di Guadalupe, nel Pacifico orientale. Il risultato venne riconosciuto da un telegramma del presidente John F. Kennedy, ma il progetto venne definitivamente chiuso nel 1966. Nel 1980 poi, un altro progetto nell’area settentrionale della penisola di Kola, ha raggiunto il nuovo record di 12 chilometri nella crosta terrestre. Nel 2011, una delle principali compagnie petrolifere statunitensi di importanza mondiale, la Exxon Mobil, ha superato questo record nella Russia orientale. Anche se tutti questi scavi non si sono nemmeno lontanamente avvicinati al mantello terrestre, i geologi hanno molta fiducia nei progressi delle tecniche di perforazione che hanno reso i loro piani più fattibili di quanto fatto sino ad ora.

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Di fronte ad un progetto così ambizioso, ma soprattutto così costoso, nasce tuttavia il quesito se tutto questo rappresenti realmente una necessità dell’uomo, specie in periodi non propriamente favorevoli (economicamente parlando). Per lo scienziato della missione, dr. Damon Teagle, raggiungere il mantello terrestre fornirebbe un patrimonio di fondamentale conoscenza scientifica che ispirerebbe le generazioni future. “Stavo dando una lezione a studenti 15 enni delle scuole superiori, di recente – afferma lo scienziato – e sono rimasti affascinati al pensiero che si potrebbe creare un foro così piccolo e profondo da una nave di perforazione in mezzo ad un oceano profondo 4.000 metri”. Oltre alla realizzazione tecnica di riportare campioni, gli stessi potranno chiarire molte delle ipotesi su come funziona il nostro pianeta. Nonostante il mantello costituisca il 68% della massa della Terra, abbiamo solo idee teoriche della sua composizione e del suo funzionamento. E’ il motore che muove il nostro pianeta e ci spiega il motivo per cui esistano terremoti, vulcani e continenti. “Abbiamo molte vignette sui libri di testo, ma ci manca una conoscenza dettagliata”, afferma ancora Teagle. Il governo giapponese ha già notevolmente investito nel progetto attraverso la costruzione di Chiky. Se il supporto giapponese dovesse essere combinato ad altri finanziamenti, la foratura potrebbe cominciare prima della fine del decennio, rendendo possibile l’obiettivo entro il 2020.