Conferenza sul Clima di Doha: grandi aspettative degli ambientalisti

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Il cambiamento climatico e’ gia’ in atto. Per questo e’ urgente passare dalla parole ai fatti. E’ questo l’invito che Greenpeace rivolge ai governi che si riuniscono da oggi a Doha per la Conferenza delle Parti della Convenzione Onu sul Cambiamento Climatico. In particolare, a Doha si decide della sorte del Protocollo di Kyoto che, per quanto largamente insufficiente, e’ l’unica legittima decisione globale per la limitazione delle emissioni di gas serra che di recente hanno superato il limite di 390 parti per milione. Dalla rivoluzione industriale del XVI secolo ad oggi abbiamo immesso nell’atmosfera 375 miliardi di tonnellate di carbonio. ”E’ ora che i governi, compreso quello italiano che promuove il carbone e le trivellazioni in mare, si diano da fare per rappresentare concretamente gli interessi delle popolazioni, sempre piu’ vittime del cambiamento climatico, e non quelli delle imprese fossili, dai petrolieri a chi costruisce centrali a carbone, che di tutto questo sono responsabili” dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. Greenpeace chiede che a Doha ci si accordi per un secondo periodo di impegni, senza permettere che il mercato dei diritti di emissione si riveli ancora una opportunita’ per le aziende di acquistare a basso costo il diritto di alterare il nostro clima. Ad oggi sono ancora a disposizione dei grandi emittitori di gas serra diritti residui per 13 miliardi di tonnellate di Co2, equivalenti a 2,5 volte le emissioni annue dell’Europa. Negli ultimi cinque anni, l’aumento dell’uso del carbone e’ stato responsabile di due terzi dell’incremento delle emissioni globali di Co2 e ormai istituzioni come la Banca Mondiale, la Cia e l’Unep lanciano allarmi molto chiari sui rischi che stiamo correndo. Purtroppo, sottolinea Boraschi, “l’economia mondiale sta accelerando nella direzione sbagliata. Per rimetterla in carreggiata a Doha ci vuole una leadership forte e lungimirante che definisca subito obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni di gas serra per dare un segnale chiaro agli investitori su quale sara’ il sistema energetico mondiale”. Nell’ultima Conferenza delle Parti, a Durban lo scorso anno, si e’ deciso di arrivare nel 2015 a un accordo vincolante sul clima; e che si sarebbe comunque andati avanti nella riduzione delle emissioni fino a quando tale accordo non entrasse in vigore, nel 2020. A Doha, secondo Greenpeace, bisogna stabilire obiettivi di riduzione delle emissioni piu’ ambiziosi al 2020 e dare concretezza alle altre decisioni di Durban come il Green Climate Fund che deve essere adeguatamente finanziato per fermare la deforestazione nei Paesi in via di sviluppo. La deforestazione e’ responsabile del 20% delle emissioni di gas serra oltre che della perdita di biodiversita’, gia’ minacciata dal cambiamento climatico.

Logo storico del WWF

“La fiducia tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo sara’ il fattore decisivo per il successo dei negoziati a Doha”. Cosi’ Mariagrazia Midulla, responsabile Clima e Energia del WWF Italia, commenta l’avvio dei negoziati sul cambiamento climatico a Doha, in Qatar che devono gettare le basi per un accordo equo, ambizioso e vincolante entro il 2015. La mancanza di fiducia, sottolinea Midulla, “e’ uno dei principali nodi del momento. I paesi sviluppati si sono impegnati, anche a bassi livelli, ma alcuni non hanno adempiuto ai loro impegni. Allo stesso tempo, i paesi in via di sviluppo sono stati spinti a prendere piu’ misure, ma senza impegni finanziari perche’ vengano attuate. Tutti i Paesi devono fare la loro parte per arrivare al livello di fiducia necessario per fare progressi. A nostro avviso, questo puo’ creare o distruggere i progressi verso la finalizzazione di un nuovo accordo globale entro il 2015 “. E l’imperativo non e’ mai stato cosi’ forte. Le recenti relazioni scientifiche sul cambiamento climatico mostrano che il mondo sta rapidamente tornando indietro sui suoi obiettivi di taglio alle emissione di Co2 e, se questo non si arresta bruscamente, il mondo dovra’ affrontare le conseguenze devastanti di un mondo piu’ caldo di 4° C, troppo rispetto ai 2°C che la scienza si raccomanda di non superare. “Solo quest’anno, abbiamo assistito ad alcuni degli effetti piu’ devastanti del cambiamento climatico in tutto il mondo. Poiche’ le emissioni di Co2 hanno raggiunto livelli record, il ghiaccio marino artico ha raggiunto i minimi storici, la siccita’ ha devastato le aree del mondo produttrici di grano e i prezzi di grano, mais e soia hanno raggiunto picchi storici. E quando i prezzi del cibo raggiungono il picco, i poveri soffrono la fame”, continua Midulla. ”Se i Paesi non sono pronti a dimostrare una maggiore ambizione (vale a dire meno emissioni e piu’ finanza), vivono in un universo parallelo, un universo in cui il cambiamento climatico non sta travolgendo il mondo come un treno in corsa”. Per questo, aggiunge Midulla, “chiediamo ai Paesi ricchi di avere piani credibili, in cui vengano mantenute le promesse di mobilitare risorse per il Clima e ci aspettiamo che i paesi in via di sviluppo facciano la loro parte, tenendo presente, in primo luogo, che la maggior parte di essi sono ancora paesi a basso reddito. La vera prova sta nel vedere se il mondo e’ pronto a un drastico taglio delle emissioni, in linea con quanto tutti i piu’ affidabili scienziati e le istituzioni ci stanno dicendo”.

”A Doha si chiude una fase storica dei negoziati sul clima. Quella in cui ci si era illusi che per superare la crisi climatica fosse sufficiente l’impegno legalmente vincolante di riduzione delle emissioni da parte dei soli paesi industrializzati. E si avvia la transizione verso un nuovo accordo globale con un ‘arco d’impegni’ vincolanti per tutti i paesi nel pieno rispetto dell’equita’, secondo il principio di responsabilita’ comuni ma differenziate tra paesi ricchi e poveri. Come concordato a Durban lo scorso anno, l’accordo dovra’ essere sottoscritto entro il 2015 e divenire operativo entro il 2020”. Lo sottolinea, in una nota, Legambiente, commentando i lavori della 18ma Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Per avviare la transizione a Doha, aggiunge Legambiente, si dovra’ adottare il programma di lavoro della cosiddetta ‘Piattaforma di Durban’, che con una dettagliata tabella di marcia deve guidare i negoziati per raggiungere un nuovo accordo globale giusto, ambizioso e legalmente vincolante entro il 2015. Nel programma di lavoro si dovra’ in particolare definire il percorso negoziale per colmare il preoccupante gap esistente (8-13 Gt di CO2 secondo il recente rapporto dell’Unep) tra gli impegni di riduzione assunti sino ad ora dai diversi paesi e la riduzione di emissioni indispensabile per rientrare nella traiettoria di riscaldamento del pianeta non superiore almeno ai 2*C, tenendo conto del nuovo Rapporto IPCC previsto per l’ottobre 2014. E senza mai dimenticarsi per un momento che gli impegni di riduzione attuali ci stanno portando verso una via di non ritorno con un surriscaldamento stimato tra i 3.5*C e i 6*C. ”In questo contesto e’ fondamentale approvare a Doha il rinnovo degli impegni previsti dal Protocollo di Kyoto, in scadenza alla fine di quest’anno”, ha dichiarato Mauro Albrizio, responsabile Politiche Europee di Legambiente. ”Sino ad ora – ha aggiunto – tra i paesi industrializzati, hanno garantito la sottoscrizione l’Unione europea, la Svizzera e la Norvegia. Mentre Usa, Canada, Giappone e Russia si sono gia’ detti contrari. Australia e Nuova Zelanda invece devono ancora assumere una decisione finale. Nonostante cio’ il ‘Kyoto 2′ e’ uno strumento indispensabile a garantire la transizione verso il nuovo accordo globale; e’ l’architrave del nuovo accordo e garantisce la continuita’ degli impegni di riduzione legalmente vincolanti per il periodo di transizione 2013-2020”.

”La 18esima Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici che si apre oggi a Doha puo’ dare un contributo importante anche per uscire dalla crisi economica. Perche’ non si tratta solo di contrastare il surriscaldamento del Pianeta e di mitigare gli effetti sempre piu’ evidenti del mutamento climatico in atto, come i fenomeni climatici estremi e le siccita’ che colpiscono fasce sempre piu’ ampie del Pianeta e che si abbattono anche su alcune aree del nostro Paese. Ma si tratta di proporre un cambiamento culturale e un diverso modello di sviluppo, fondato su un’economia a basso tenore di carbonio, che fa della green economy un fattore strategico”. Lo afferma Ermete Realacci, responsabile Green economy del Pd, commentando l’apertura della Cop18 a Doha. “Nel nostro Paese – aggiunge – gia’ oggi esiste una green Italy che interessa il 23,6% delle imprese creando occupazione, tanto che il 38,2% delle assunzioni complessive programmate per l’anno in corso si deve alle aziende che investono in tecnologie green. E sempre le imprese ‘verdi’, come emerso dal recente rapporto GreenItaly 2012 di Fondazione Symbola e Unioncamere, sono quelle che innovano di piu’ e che meglio competono sui mercati globali”.