La straordinaria storia di Rita levi Montalcini: era in laboratorio anche il giorno in cui compiva 100 anni

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”Ho cento anni e ritengo di lavorare con piu’ intensita’, anche a livello sociale”. Cosi’, in una intervista all’ANSA in occasione del suo centesimo compleanno, Rita levi Montalcini spiegava il suo essere sempre attiva e al lavoro. E anche il giorno in cui raggiungeva il secolo di vita, ripeteva in laboratorio le stesse operazioni di sempre, i gesti che faceva nel laboratorio arrangiato in camera da letto nel quale era costretta a lavorare da giovane per le leggi razziali e che ancora oggi le sue collaboratrici considerano ”ancora utilissime”. E anche quel 22 aprile del 2009, per lei la giornata cominciava molto presto: sveglia alle cinque e, grazie a una speciale apparecchiatura necessaria per aiutare la sua vista ormai debolissima, leggeva, soprattutto articoli scientifici. Intorno alle 9,30, pronta per uscire di casa, andava all’Ebri, l’istituto che sognava e che era riuscita a realizzare. ”La ricerca italiana e’ di altissimo livello per capacita’ innovativa e ingegno, anche in assenza di finanziamenti”. Il problema, aggiungeva, e’ che ”questo Paese ancora favorisce i gruppi di potere piu’ che le capacita”’. Una possibile soluzione? ”Mah, si cerca, si spera nel futuro”. Piu’ facile, invece, pensare al futuro della ricerca che piu’ le stava a cuore, quella sul cervello: ”una volta questo campo era monopolio di anatomisti e comportamentisti, poi sono cadute le barriere e hanno cominciato a studiare il cervello anche fisici, chimici, informatici e biologi molecolari: sono aumentate enormemente le ricerche di grande valore sul sistema nervoso centrale”. Dal passato, pero’, c’era un esempio che per Rita Levi Montalcini restava un punto di riferimento: il segreto per il quale dalla scuola dell’anatomista Giuseppe Levi, nell’ universita’ di Torino degli anni ’30, sono usciti ben tre Nobel: la stessa Levi Montalcini e i suoi compagni di corso Renato Dulbecco e Salvador Luria. ”Tutti noi eravamo colpiti dal rigore assoluto al quale era improntata la personalita’ di Levi e il suo modo di condurre la ricerca sulle base delle conoscenze e non di invenzioni. Non abbiamo seguito il suo campo di studi, ma come lui abbiamo sempre affrontato la ricerca con grande rigore ed entusiasmo”. Rigore che, nella vita di laboratorio, fa binomio con liberta’: ”non si possono imporre limiti di alcun tipo alla scienza, non si mettono lucchetti al cervello. Il cattivo uso dellascienza non dipende dagli scienziati”. La sua liberta’ di studiare, Rita Levi Montalcini, ha dovuto difenderla fin da giovanissima. Prima con suo padre: ”alla mia scelta di voler studiare mio padre obiettava che per una donna non era necessario essere un professore, ma io mi sono opposta, volevo essere libera nella mia scelta”. Non sono riuscite a strapparle la liberta’ nemmeno le leggi razziali: ”le leggi di Mussolini mi hanno costretto a lavorare in camera da letto, ma le ricerche cominciate allora mi hanno portato al Nobel”. Il diritto a studiare continuava fino alla fine a difenderlo per i piu’ deboli: ”in Africa l’analfabetismo e’ diffuso soprattutto nelle donne”, ma grazie all’impegno della Fondazione che porta il suo nome ”siamo riusciti ad assegnare 7.000 borse di studio per le bambine, dalla scuola media all’universita’, speriamo di arrivare a 10.000 entro l’anno”.