Traffico illegale di pelli di pitone al vaglio degli esperti Ue: il punto della situazione

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Traffico illegale di pelli di pitone al vaglio degli esperti Ue in questi giorni a Bruxelles. L’Unione europea sta valutando di bandire presto le pelli in arrivo dal Vietnam e dall’Indonesia, Paese quest’ultimo dove negli ultimi dieci anni il commercio dei preziosi rettili e’ triplicato. Il primo importatore globale interessato? E’ l’Italia, con la sua industria conciaria e le griffes della moda di lusso. Il dossier ‘pitoni’ e’ all’esame del gruppo che riunisce le autorita’ scientifiche dei 27 Stati membri dell’Unione europea per la Convenzione sul commercio internazionale di specie di flora e fauna selvatica minacciate di estinzione (Cites). La proposta parte dalla Commissione europea, che ha recepito i suggerimenti del World conservation monitoring centre (WCMC). ”C’e’ la possibilita’ che una decisione di stop dell’Ue al commercio proveniente da Vietnam e Indonesia possa essere presa rapidamente” spiega Marco Valentini, funzionario del ministero dell’ambiente ed ex capo del gruppo europeo. Gli esperti Ue combinano le informazioni disponibili sulle specie interessate, in questo caso il ‘pyton reticulatus’, con la situazione nel Paese di provenienza. Il Vietnam e’ gia’ stato bocciato e l’Indonesia e’ chiamata a fornire chiarimenti. Il bando per l’import di pelli di pitoni dal Vietnam ”potrebbe scattare anche prima di Natale – spiega l’esperto – e l’altro, una volta chiesti chiarimenti all’Indonesia, potrebbe partire a febbraio 2013”. L’Europa e’ il principale importatore di pelli di pitone in arrivo dal Sudest asiatico e decine di migliaia sono quelle che arrivano in Italia, soprattutto dai due Paesi sotto esame a Bruxelles. Lo scopo della Convenzione Cites e’ quello di monitorare il commercio di specie protette, lanciando l’allarme se le quantita’ diventano insostenibili per l’equilibrio in natura. Un primo divieto di import di pelli di pitone nell’Ue e’ gia’ in vigore con la Malesia e scattando quello per Vietnam eIndonesia, l’unica possibilita’ per il traffico illegale sara’ quello di aggirarlo facendo passare la merce da Paesi vicini, come Laos e Cambogia. A quel punto pero’ questi Paesi dovranno giustificare l’aumento del commercio e partirebbero nuovi divieti: l’effetto domino del bando Ue e’ appena cominciato.

MODA ITALIANA SOTTO ACCUSA – Oggi sono quasi mezzo milione le pelli di pitone esportate dal Sudest asiatico, soprattutto da Indonesia, Malesia e Vietnam. Il principale importatore e’ l’industria europea della moda, con l’Italia al top, seguita da Germania e Francia. Un commercio che mette a rischio estinzione le specie di pitone, a partire dal ‘reticulatus’ asiatico, secondo quanto riferisce l’ultimo rapporto del Centro internazionale del commercio (ITC) e dell’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn), insieme al programma Traffic con il Wwf. La stima del giro d’affari annuale delle pelli di pitone e’ di un miliardo di dollari e il rapporto rileva che quasi il 70% della merce risulta passare da Singapore. Ma il problema e’ una generale mancanza di ‘trasparenza’ del mercato globale circa la provenienza degli stock nel Paese, che potrebbe facilitare il ‘riciclaggio’ delle pelli da diversa origine. ”Il rapporto mostra che i problemi dell’illegalita’ persistono nel commercio delle pelli di pitone – spiega Alexander Kasterine, dell’ITC – e questo puo’ costituire una minaccia per la sopravvivenza delle specie”. Secondo Kasterine ”l’industria della moda e quella conciaria hanno un grande ruolo da giocare nel sostenere la Convenzione sul commercio internazionale di specie di flora e fauna selvatica minacciate di estinzione (Cites) e i Paesi in via di sviluppo perche’ assicurino che le forniture siano legali e sostenibili”. Nonostante oltre il 20% delle pelli espoertate dal Sud Est asiatico siano dichiarate come provenienti da animali in cattivita’, secondo il rapporto non si tratta di un dato convincente, perche’ i costi di allevamento sostenuti perche’ i pitoni raggiungano la taglia adatta per essere uccisi risultano piu’ elevati di quelli del prezzo di mercato a cui poi viene venduta una pelle. ”Una pelle di pitone reticulatus di 2,5 metri – spiega Massimiliano Rocco, responsabile specie, Traffic e foreste del Wwf Italia – che sul mercato in Indonesia costa circa 125 dollari, dopo la lavorazione puo’ trasformarsi in cinque portafogli, due borse e due paia di scarpe, rendendo anche oltre diecimila euro”. Secondo l’esperto del Wwf Italia ” ‘bisognerebbe rafforzare il sistema dei controlli, studiare con attenzione le rese e le utilizzazioni delle pelli, scarti e conce, primarie informazioni per evitare le introduzioni e il lavaggio di pelli illegali nel nostro Paese”. Un forte monitoraggio del commercio della fauna selvatica e’ nello stesso interesse dell’industria italiana, che se dovesse perdere la risorsa perche’ non viene gestita in maniera sostenibile all’origine, rischia di perderla per sempre. ”Finora – commenta Rocco – non si registrano iniziative da parte del mondo privato perche’ cambi qualcosa”.

IL QUADRO DEL COMMERCIO ILLEGALE – Non solo pitoni, ma anche elefanti, tigri, rinoceronti, gorilla: sono loro le principali vittime del commercio illegale di fauna selvatica, un fenomeno che non conosce crisi e che secondo le ultime stime del Wwf ha un valore di almeno 19 miliardi di dollari. ”La domanda di prodotti naturali illegali – spiega Massimiliano Rocco, responsabile specie, Traffic e foreste del Wwf Italia – e’ in aumento di pari passo con la crescita economica nei Paesi consumatori emergenti, e con denaro facile e profitti sempre piu’ alti per le organizzazioni criminali”. Ecco qualche dato e spunto di riflessione : – CIFRE: Il commercio illegale di fauna selvatica, escludendo la pesca e il legname, vale almeno dieci miliardi di dollari. 60.000 dollari al chilo e’ il prezzo raggiunto dal corno di rinoceronte. Una pelle di pitone in Indonesia costa 125 dollari e dopo la lavorazione e trasformazione in oggetti di lusso, in Europa, puo’ fruttare oltre diecimila euro. Nel solo 2011 e’ stato sequestrato avorio proveniente da 2.500 elefanti. 100 milioni di tonnellate di pesce, 1.5 milioni di uccelli vivi e 440.000 tonnellate di piante medicinali sono commercializzati illegalmente ogni anno; – IMPATTO: Questo traffico fuorilegge non solo spoglia la natura delle sue risorse, ma impoverisce le comunita’ locali e crea problemi di instabilita’ economica e sociale. Gran parte del commercio di prodotti illegale di specie selvatiche e’ oramai gestito da reti criminali sofisticate con un respiro internazionale. I profitti derivanti dal traffico della fauna selvatica sono utilizzati per l’acquisto di armi, per finanziare i conflitti civili e il terrorismo e attivita’ connesse; – RISCHIO SALUTE: il commercio illegale e’ un commercio non controllato, animali infetti e la loro carne possono trasferire malattie, minacciando la salute delle persone, del bestiame e degli ecosistemi. Sono oltre 200 le zoonosi/patologie infettive trasmissibili tra cui Ebola, epatite A e B, aspergillosi, botulismo, salmonella; – INIZIATIVE GOVERNI: Nel quotidiana guerra con bracconieri, Paesi come Sudafrica e Camerun hanno messo in campo mezzi dell’esercito, come elicotteri o aerei spia, per bloccare la perdita di rinoceronti ed elefanti. 2.500 sono i nuovi ranger assunti in Camerun per proteggere la fauna; – LA CAMPAGNA: Il Wwf ha deciso di contrastare il bracconaggio e al commercio illegale lanciando la campagna globale ”Kill the trade that kills”, che vede in campo tutti i 156 uffici nazionali del Wwf per smuovere l’interesse di tutti quelli che non vogliono lo sterminio di tigri, elefanti e rinoceronti.