Il “Major Stratwarming” in atto sull’Artico conserva un grande potenziale gelido, ma per scatenarlo occorrono alcuni ingredienti indispensabili

Qualcosa di grosso bolle in pentola. Dopo la lunga pausa delle prime due decadi del mese di Gennaio l’inverno potrebbe tornare ad alzare la voce nelle prossime settimane, con nuove irruzioni fredde, dalle latitudini polari, pronte a riportare gelo e neve su gran parte delle aree continentali dell’emisfero boreale, fra nord America, Europa e Asia centro-settentrionale. Nonostante il valzer dei principali centri di calcoli internazionali le porte del grande freddo rischiano seriamente di spalancarsi entro l’ultima decade del corrente mese, con un sostanziale abbassamento dei valori termici, più consoni per la stagione, ed il ritorno della neve a bassa quota. Bastano solo i giusti ingredienti. In questi giorni sopra l’Artico si sta consumando un “Major Stratwarming” davvero rilevante, con un anomalo riscaldamento della bassa stratosfera di circa +50°C +60°C rispetto ai valori medi, come viene ben evidenziato da giorni dai modelli a 10 hpa. Come ben sappiamo, questo anomalo riscaldamento della bassa stratosfera, una volta attivo, tende gradualmente, a più riprese, ad espandersi verso l’alta troposfera, con un importante aumento termico che ha delle conseguenze importanti sull’evoluzione meteorologica al suolo. Lo “Stratwarming” è in grado di produrre una rottura o separazione (detto “split”) in due o più “lobi” del cosiddetto vortice polare. Quest’ultimo tende a spezzarsi in più “lobi”, che tendono a muoversi verso le latitudini più meridionali (in genere quelli principali si collocano tra l’Artico canadese, la Scandinavia e la Siberia orientale), apportando condizioni di maltempo, nevicate e un consistente calo termico fra Europa, nord-America e Asia centro-settentrionale, sul Polo Nord si forma un’area di alta pressione, con massimi barici che possono superare pure i 1040-1050 hpa.

Le più grandi ondate di gelo, di portata storica, che hanno investito il continente europeo nel 1929, 1963 e 1985, sono tutte associate ad un importante evento di “Major Stratwarming”. Generalmente, non appena gli effetti dello “Stratwarming” iniziano a dissiparsi, il vortice polare può ricomporsi dopo 15 giorni lungo le latitudini artiche, riposizionando il proprio minimo depressionario principale sopra il mar Glaciale Artico. Come già preannunciato lo “Stratwarming”, con molta probabilità, comincia ad insorgere quando la circolazione generale emisferica comincia a presentare un andamento piuttosto ondulato, per lo sviluppo di “forcing” troposferici sempre più intensi, specie fra il Pacifico settentrionale e il nord Atlantico, dove vanno a costruirsi imponenti “blocking” (promontori anticiclonici di blocco, distesi lungo i meridiani) che arrestano le impetuose correnti zonali. In questa fase sopra le latitudini artiche, a causa degli intensi “forcing” nell’alta troposfera, si possono verificare degli intensi riscaldamenti stratosferici che tendono a propagarsi verso l’alta troposfera, favorendo un sensibile aumento dei valori di geopotenziale che vanno ad instaurare una potente cellula anticiclonica dinamica troposferica sopra l’Artico.

La formazione di questo potente anticiclone artico va a destabilizzare la figura del vortice polare, la quale, di tutta risposta all’attacco anticiclonico e all’improvviso aumento dei geopotenziali in quota, andrà a spaccarsi in due o più “lobi” (“split”) in movimento verso le medie latitudini, fra l’Asia settentrionale, il nord America e l’Europa. Andando alla deriva, fra l’America settentrionale, l’Europa e l’Asia centro-settentrionale, i vari “lobi” del vortice polare, ormai frantumato in più tronconi dalla potente circolazione anticiclonica instaurata sopra il Polo Nord, tenderanno ad arrecare condizioni di intenso maltempo, con nevicate diffuse e un consistente calo termico nelle aree maggiormente interessate. I vari “lobi” secondari del vortice polare, scivolando verso le medie latitudini, vengono alimentati dal costante afflusso di masse d’aria molto gelide, d’estrazione artica, pilotate dal robusto anticiclone artico che si va a collocare, temporaneamente, al di sopra del mar Glaciale Artico, con massimi barici che spesso possono oltrepassare i 1040-1050 hpa.

Bisogna però sottolineare come senza la complicità delle due importanti figure anticicloniche oceaniche dell’emisfero boreale, l’alta pressione delle Aleutine sul nord Pacifico e quello delle Azzorre sull’Atlantico settentrionale, lo “Stratwarming” sopra l’Artico alle volte non basta per arrecare importanti ondate di gelo verso le basse latitudini. Difatti, una disposizione lungo i meridiani delle due importanti figure anticicloniche oceaniche, con grossi e robusti “blocking” che riescono ad arrestare il flusso delle “Westerlies” sull’intero emisfero (il famoso “2 wave pattern”), non fa altro che accrescere gli scambi meridiani, spianando la strada per la discesa di grandi blocchi di aria gelida polare, direttamente dalla Calotta dell’Artico, lungo i bordi orientali delle circolazioni anticicloniche. Queste sono le condizioni adatte anche per l’attivazione dei cosiddetti flussi retrogradi (o antizonali), quando l’anticiclone oceanico tende ad agganciare (attraverso lo “Scand+”) le propaggini occidentali dell’anticiclone termico “russo-siberiano” in propagazione verso la Russia europea, che trasportando le masse d’aria molto gelide, di natura continentale (freddo “pellicolare” siberiano), dalle pianure Sarmatiche fino al cuore dell’Europa, tramite il gelido soffio del “Burian”.

Ecco gli ingredienti che servono a far piombare il grande gelo sul vecchio continente

Come abbiamo già preannunciato sopra l’attuale pattern climatico presenta un grosso potenziale che potrebbe deporre a favore dell’arrivo del grande gelo su una larga fetta del continente europeo, ma non solo. Ma per riuscire a concretizzare questa grande potenziale occorre avere la grande collaborazione dell’anticiclone sub-tropicale delle Azzorre, la principale figura barica termoregolatrice del clima europeo, pronta a ergersi con i propri elementi lungo i meridiani, costituendo l’invocato “blocking” (blocco anticiclonico) capace di contenere l’avanzata delle “Westerlies” in uscita dal Canada e dagli Stati Uniti, con una ampia curvatura (in senso orario) del ramo principale del “getto polare” proveniente dall’America settentrionale. Ma per sviluppare dei “blocking” anticiclonici molto robusti in sede oceanica occorrono grandi “forcing” troposferici che nei prossimi giorni potrebbero essere alimentati dall’ingente quantità di calore latente sprigionato dalla “Madden Julian Oscillation”, altro indice protagonista nelle future dinamiche troposferiche.

Molto probabilmente, entro la fine del mese, la “MJO”, evolvendo verso est sopra gli arcipelaghi indonesiani, dove si vedrà un rapido incremento della convenzione con intensa attività temporalesca, potrebbe passare alla fase 6. Un posizionamento dei massimi di convenzione idoneo per alimentare, più a nord, grandi onde troposferiche anticicloniche (aree di forte “Subsidenza atmosferica”) ad onda lunga, fra il Pacifico orientale e la West Coast di Canada e USA, e l’Atlantico orientale, nel tratto antistante le coste dell’Europa occidentale, in grado di imprimere una marcata curvatura oraria del “getto polare”, aprendo ad una circolazione generale spiccatamente meridiana, con estesi scambi di calore convergenti sul mar Glaciale Artico. In tale contesto si potrà inquadrare pure la marcata erezione, verso le alte latitudini, dell’anticiclone delle Azzorre, la quale spingendosi verso le latitudini artiche imprimerà la solita azione a “tenaglia” nei confronti del vortice polare, il quale, già pressato dal marcato “Stratwarming” in azione nella bassa stratosfera polare, verrà costretto alla resa, dividendosi in due o tre lobi principali pronti a scivolare fra l’area canadese e quella siberiana. Se a ciò aggiungiamo un indice “NAM” negativo, che depone a favore di un vortice polare molto instabile, il quadro diviene ancora più chiaro. Ora non ci resta che aspettare la risposta dai tropici per il verdetto definitivo.