L’uomo e il tempo, 3^a parte: greci e romani

Nel mondo greco e romano c’era molto spazio per le divinità, e non potevano mancare quelle dedicate al tempo; accanto alle divinità che erano in relazione con la meteorologia (Zeus si “occupava” di fulmini e pioggia, Eolo del vento, Poseidone delle tempeste, Demetra di agricoltura e stagioni), anche molti filosofi si posero problematiche legate ai fenomeni atmosferici, in particolare Diogene di Apollonia, Democrito, Gorgia, Esiodo (descrisse il clima nell’opera “Le opere e i giorni”).
Anassagora, Anassimene, Anassimandro, Empedocle sono citati da Aristotele nel suo famoso libro “Meteorologica”, nel quale si occupa approfonditamente di fenomeni che oggi annoveriamo fra quelli atmosferici.

Un tempo, il confine tra ciò che apparteneva allo Spazio e ciò che atteneva alla Terra non era certo ben definito. Come oggi sappiamo, tra l’altro, non esiste in assoluto un confine definito e netto, anche se la gran parte dei fenomeni di cui ci occupiamo si svolge nella troposfera (lo strato atmosferico che va dal suolo a circa 12 km di altezza). Ai tempi dei Greci, la distinzione tra fenomeni terrestri e celesti era approssimativa, ma non priva di senso: tutto ciò che avveniva, o era ritenuto avvenire, al di là della Luna, apparteneva allo Spazio. Ciò che avveniva al di qua, alla Terra.
Aristotele, beninteso, non si è occupato solo di nubi e piogge, ma addirittura ha esteso la sua ricerca intellettuale nei campi della geologia, ci ha parlato di stelle cadenti e di Via Lattea, come della salinità del mare. Un po’ troppo, si dirà. Ma in un mondo che si specializza sempre più e dimentica quanto i fenomeni siano profondamente legati l’uno con l’altro, appare forse più forzato il tentativo moderno di porre tutto in compartimenti stagni: la fisica, la medicina, la geologia e via dicendo.
I predecessori di Aristotele, per dir la verità, non comprendevano tale distinzione in elementi meteorologici terrestri e spaziali, ma ciò che letteralmente la meteorologia, come già ricordato, comporta etimologicamente: ciò che si trova in alto.
Basilare per capire Aristotele è la divisione dei costituenti della natura in quattro elementi: aria, terra, fuoco, acqua. Ad ogni elemento sono associate delle caratteristiche:

terra: secca e fredda
acqua: umida e fredda
aria: umida e calda
fuoco: secco e caldo

Gli elementi non sono immutabili, ma possono trasformarsi l’uno nell’altro, ma non tutti l’uno nell’altro con la stessa facilità.
I quattro elementi originariamente erano separati, ma si sono mescolati a causa principalmente dell’attrito del fuoco con il cielo della Luna in rotazione (nientemeno!). Gli elementi, secondo Aristotele, non si trovano mai allo stato puro: la terra domina negli oggetti pesanti, l’aria negli oggetti leggeri.
Anche nel formare il Cosmo gli elementi concorrono e si dispongono secondo la loro nobiltà, per così dire: la terra sta in basso, sopra c’è l’acqua, il fuoco che sale verso l’aria e, appunto, l’aria, elemento più nobile. Ancora più in alto si trova l’etere perfetto, la quintessenza. Sotto il cielo della Luna le cose mutano, hanno un tempo, al di sopra tutto è eterno.
I principi naturali che vengono posti come base per la spiegazione dei fenomeni meteorologici sono due: l’esalazione (o evaporazione) umida e quella secca. La prima è responsabile dei fenomeni in cui entra in gioco l’acqua (pioggia, brina etc.), la seconda di quelli in cui entrano in gioco luce e fuoco. L’aria viene vista costituita da un’esalazione umida e calda insieme a secca e calda. La prima è posta inferiormente, ed è un vapore che può trasformarsi in acqua. Fra i due strati però c’è un interscambio. Si ha interscambio, per esempio, quando il Sole colpisce un’area acquosa, generando una sostanza calda e umida, piuttosto che un terreno freddo e secco, generando una sostanza simile al fuoco. Acqua, aria, terra e fuoco sono ancora gli elementi base della Terra.
Si vede, da questo, lo sforzo mirabile di comprensione del mondo, che parte però da una profonda mancanza di conoscenza scientifica. I risultati però sono a volte piacevolmente coerenti con ciò che conosciamo oggi. Prendiamo come esempio la formazione della grandine: è corretta la spiegazione che Aristotele ne dà, poiché egli asserisce che in estate le nuvole sono spinte dal Sole più in alto, cioè dove le gocce d’acqua possono gelare e formare la grandine.
C’è una spiegazione corretta anche del fenomeno della formazione delle stesse gocce di pioggia, imputato all’unione di gocce più piccole. Oggi la chiamiamo coalescenza, ma il principio è il medesimo.
Tra altre varie teorie che non sono corrette, è interessante notare quanto una di queste sia ancora ben radicata nel pensare comune: che i tuoni siano causati dallo scontro fra nubi. Un po’ come se le nubi fossero entità solide che possano urtarsi fra loro, ed i fulmini non fossero derivati invece, come oggi sappiamo, dallo spostamento d’aria dovuto al loro scoccare.
E per quanto riguarda i romani? Se ne occuparono anche loro, ma non aggiunsero niente di sostanziale rispetto a quanto detto dai greci. In particolare se ne occuparono Seneca e Plinio. Seneca scrisse il “Naturales questiones”, diviso in sette libri e tre argomenti cardine: astronomia (caelestia), meteorologia (sublimia), geologia (terrena).
Egli si rifaceva probabilmente a ciò che scrisse Posidonio, piuttosto che direttamente ai filosofi da lui citati nel libro. La scienza viene però vista sempre in un’ottica morale e proprio con un discorso morale, ogni argomento si chiude in un epilogo.
Completamente diversa l’ottica di Plinio il Vecchio, che non possiamo definire certamente scienziato, se ci basiamo sulle sue affermazioni, tratte dalla enciclopedia da lui redatta, “Naturalis historia”: indagare al di là del cielo non è compito dell’uomo, né ne ha la capacità la sua mente…”è una follia che alcuni abbiano cercato di misurare il cosmo con la mente…è una follia, senza dubbio una follia, avanzarsi oltre il cielo…”. Insomma, al di là del cielo stellato non è possibile né abbiamo il diritto di gettare lo sguardo. L’opera di Seneca? resta mirabile in quanto soprattutto un pratico e, per l’epoca, fondamentale sunto della conoscenza scientifica dell’epoca, un manuale da poter utilizzare per scopi pratici.