Questo, in effetti, è il titolo di un articolo del 5 marzo 2013 apparso sulla rivista “Vanity Fair” che riporta alcuni passaggi della richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati, tratti da un articolo del Corriere della Sera.
Ormai è passato più di un anno da quel fatidico 13 gennaio 2012, quando tutti noi italiani e gran parte dei telespettatori sparsi nel mondo intero, sono rimasti attaccati ai loro televisori, attoniti nell’ascoltare la notizia di un dramma che aveva il sapore dell’incredibile. Ma il sapore più amaro è arrivato nei giorni successivi, quando si sono appresi i particolari che hanno portato una nave da crociera, con a bordo oltre 4000 persone, sugli scogli: uno stupido gioco, detto “inchino”, che consisteva nel passare quanto più vicino alla costa, mentre la nave faceva un saluto con le sirene!
Roba che se una cosa del genere l’avesse fatta un ragazzino con il suo motorino, avremmo gridato tutti all’incoscienza dei giovani!
Così siamo venuti a sapere che: Dayana e Williams Arlotti, padre e figlia morti insieme, «non avevano trovato posto sulle scialuppe al ponte 4, lato sinistro». Sono stati «indirizzati da membri dell’equipaggio sul lato destro del medesimo ponte e, mentre stavano attraversando il corridoio all’interno della nave, sono caduti nella voragine verificatasi a seguito del definitivo ribaltamento sul fianco destro della nave stessa, precipitando in una zona allagata del medesimo ponte 4» e sono morti «per asfissia da annegamento».
Allo stesso modo, molte vittime hanno vissuto nella realtà quei momenti terribili, abilmente descritti nel suo film Titanic dal regista James Cameron. È accaduto a Maria D’Introno, che ce l’aveva quasi fatta, era riuscita a salire su una scialuppa, ma fu costretta a risalire a bordo «perchè l’eccessiva inclinazione non consentiva di calare in mare la scialuppa». Le dissero di andare sul lato destro del ponte ma, a causa del «crescente allagamento», fu costretta a lanciarsi in mare e lei non sapeva nuotare. Oppure a Giuseppe Girolamo, del gruppo dei musicisti sulla nave che, con un gesto eroico, ha ceduto la possibilità di salvarsi ad altri passeggeri, lasciando loro il suo posto su una scialuppa di salvataggio.
Troppe persone hanno trovato una morte orribile, per causa di qualcuno. Per colpa di alcuni vigliacchi, molti sono stati costretti a diventare eroi, mentre in effetti stavano solo facendo il proprio dovere e volevano fare esclusivamente una piacevole crociera.
In quei giorni io mi sentivo amareggiato per diversi motivi. Per le tante vittime dovute solamente alla stupidità umana, per alcune frasi sulla codarderia e l’incompetenza, che sembravano riferite a tutti gli italiani, mentre in effetti dovevano essere attribuite solo a poche persone. Ed inoltre anche per una particolarità, che forse notavo solamente io e pochi altri meteorologi come me: nella fase di soccorso e messa in sicurezza della nave, il contributo che poteva essere offerto dalla meteorologia è stato sottovalutato.
Così ho voluto scrivere un libro, che raccontasse quegli episodi proprio per come venivano vissuti in quei momenti. Si intitola “Quella notte al Giglio” (di Alfio Giuffrida) edito da Sovera.
In esso ho voluto raccontare la sofferenza fisica, per alcuni fino alla morte, che hanno subito uomini, donne, bambini, persone invalide, oltre ai rispettivi familiari.
Ma per descrivere quella sofferenza, mi è sembrato che scegliere uno dei passeggeri sarebbe stato limitativo a quella sola persona. Mentre gli eroi sono stati molti! Per estenderlo a tutti ho scelto un protagonista che sicuramente non era a bordo, ma che in tal modo può rappresentare tutte le 4229 persone che quella sera erano presenti. Ho ricevuto molti complimenti dalle persone che lo hanno letto, per cui penso che l’effetto sia stato quello che effettivamente volevo!


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