Nei giorni scorsi abbiamo parlato dei dati preoccupanti rilevati dal Ministero della Sanità giapponese in merito alla centrale nucleare di Fukushima, i quali dimostrerebbero ancora una volta che il disastro nucleare di Fukushima, verificatosi a seguito del violento terremoto dell’11 Marzo 2011, è tutt’altro che finito. Non la pensa evidentemente in questo modo uno studio universitario pubblicato oggi nella nazione del Sol Levante, il quale sostiene che l’esposizione alle radiazioni degli abitanti di Fukushima dovuta al consumo di alimenti contenenti cesio radioattivo si sta rivelando più debole del previsto. Dopo aver esaminato circa 33.000 persone per oltre un anno, fra ottobre 2011 e novembre 2012, una equipe dell’Università di Tokyo ha individuato del cesio 137 o 134 solamente sull’1% degli individui testati. I ricercatori, che hanno utilizzato speciali strumenti in grado di individuare la presenza di radiazioni all’interno del corpo umano, affermano inoltre che in nessuno dei 10.237 bambini di una scuola primaria della regione sono emerse tracce di cesio radioattivo. I risultati sono, secondo loro, migliori del previsto tenuto conto delle stime effettuate sulla base del precedente che fu il disastro di Chernobyl in Ucraina nel 1986. “Lo studio mostra che il livello di esposizione alle radiazioni dovuto agli alimenti è estremamente basso“, insiste l’equipe del professor Ryugo Hayano. Ciò si spiegherebbe con l’efficacia dei controlli effettuati per escludere dalla catena alimentare i prodotti contaminati. I ricercatori ritengono tuttavia che la sorveglianza alimentare deve continuare insieme ai controlli sulle persone, poichè se la radioattività del cesio 134 può scomparire in due anni, quella del cesio 137 può rimanere nell’ambiente per 30 anni.
Fukushima, nuovo studio ne ridimensiona la contaminazione: “cesio radioattivo più debole del previsto”


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