Il “Chergui”, il bollente vento di caduta che interessa la costa marocchina facendo schizzare i termometri fino a +50°C

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La situazione sinottica ideale alla sua attivazione

Il “Chergui” è un vento molto caldo, secco e polveroso che investe frequentemente le coste atlantiche del Marocco, con sostenute raffiche da Est e E-NE, provenienti dai deserti interni del Maghreb. Questo vento può spirare spesso, per più giorni, lungo le coste atlantiche del Marocco, rendendo il clima molto opprimente per il brusco rialzo termico che l’accompagna. Oltre a portare tanta polvere e sabbia dai deserti del Maghreb, esso produce rapide e forti scaldate, con i termometri che nel giro di pochi minuti posso schizzare al di sopra i +43°C +45°C, per l’effetto favonico prodotto dalle raffiche di caduta dai rilievi della catena montuosa dell’Atlante occidentale. Per questo motivo il “Chergui” non è molto amato dalle popolazioni marocchine, visto le elevate temperature e la presenza di un enorme quantità di pulviscolo desertico, trasportato dai deserti interni del Marocco, che rende l’aria irrespirabile, causando molti disagi, soprattutto nei soggetti anziani e a coloro che soffrono di disturbi respiratori. Dal punto di vista sinottico questo vento si attiva ogni volta che l’anticiclone delle Azzorre, disteso lungo i paralleli, poiché schiacciato lungo i paralleli da un rinforzo del flusso zonale lungo le medie latitudini, va ad invadere con il suo bordo orientale il Mediterraneo occidentale, mentre al contempo una “lacuna barica”, con pressione poco più bassa dei valori medi (sotto i 1010 hpa), si va ad isolare davanti l’Atlantico, poco a largo delle isole Canarie o di fronte il Portogallo meridionale.

Un tratto della costa atlantica marocchina

Questo tipo di impostazione barica predispone le isobare, che si estendono dal margine meridionale dell’anticiclone oceanico, quasi in parallelo alla costa del Marocco settentrionale. Tale assetto delle isobare lungo le coste marocchine origina sostenuti venti da nord-est o E-NE che dall’ovest dell’Algeria si muovono verso il Marocco, convogliando masse d’aria molto calde e secche che si mettono in movimento in direzione del confine marocchino, alle volte accompagnate da tempeste di polvere o di sabbia se il “gradiente barico orizzontale” lungo il bordo meridionale dell’anticiclone delle Azzorre è piuttosto fitto. Una volta che la sostenuta ventilazione nord-orientale impatta contro la barriera formata dalle montagne dell’Atlante, oltre i 3000-4000 metri, la ventilazione da nord-est tende a essere deviata più da E-NE o da Est (una vera e propria “distorsione orografica”), versandosi verso le coste atlantiche marocchine con una componente più tipicamente orientale, con raffiche anche intense, che possono superare i 50-60 km/h. Difatti, superando le elevate vette delle montagne dell’Atlante marocchino, i venti caldi di “Chergui“, discendendo lungo il versante sottovento (con declivi di ben 2000-3000 metri) verso la costa atlantica, tendono a scaldarsi ulteriormente per effetto della notevole “compressione adiabatica”, raggiungendo le aree sottostanti come correnti d’aria favoniche veramente “bollenti” che causano bruschi ed improvvisi rialzi termici, mentre l’umidità relativa scende sotto il 20 % 15 % (per la “compressione adiabatica”).

L'intenso episodio di "Chergui" del Luglio 2012

Il “Chergui” è il principale responsabile delle forti ondate di calore che nel periodo tardo primaverile ed estivo colpiscono buona parte della costa marocchina, facendo volare i termometri oltre la soglia dei +46°C 48°C all’ombra. Grazie all’azione favonica del “Chergui” nel primo pomeriggio di lunedì 16 Luglio 2012 la città di Marrakesh, posta a circa 468 metri di altezza, ha sperimentato un impressionante aumento termico, con un picco assoluto di ben +48.9° all’ombra, mentre in altre località limitrofe la colonnina di mercurio lambì il muro dei +49°C all’ombra. Oltre al dato di Marrakesh quel giorno pure la città di Safi si avvicinò per poco al suo record assoluto di +47.2°C del Luglio 1967. Allora il “Chergui” si concentrò poco più a nord. Si tratto di un “Chergui” mostruoso che fece schizzare la temperatura fino a +48°C nella capitale marocchina Rabat, due gradi e mezzo oltre qualsiasi altra temperatura mai raggiunta prima. Evidentemente l’effetto favonico indotto dai rilievi dell’Atlante può essere veramente tremendo in Marocco, però devono sussistere tutti i fattori giusti in un dato luogo, specie i tassi di umidità relativa molto bassi e raffiche di vento di caduta che provocano una consistente azione di “compressione adiabatica”. Molto probabilmente se l’intera fascia pianeggiante rasente la costa e le limitrofe aree interne a bassa quota fossero tappezzate di stazioni meteorologiche, nei peggiori eventi di “Chergui”, si potrebbe superare pure lo storico record di caldo assoluto di Semara (Sahara occidentale), che con i +50.7°C detiene la temperatura più alta registrata in Africa dal dopoguerra. Un valore che può definirsi abbastanza affidabile a differenza di molti altri dati inaffidabili che hanno caratterizzato la storia climatologica del continente africano.