Le cascate dell’Amendolea: la natura selvaggia e incontaminata nel cuore dell’Aspromonte

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Il silenzio è totale. L’unico rumore, che va e viene, è quello degli alberi scossi dal vento. Ogni tanto si espande nel cielo l’eco dei rapaci, ma gli unici suoni che ci accompagnano costantemente nel percorso sono il battito cardiaco e l’ansimo del fiato.

Il tracciato è duro, come sempre in montagna. Come sempre nella vita quando bisogna fare delle conquiste, come ogni volta che si vuole raggiungere un traguardo importante.

Le bellezze della natura sono spesso nascoste gelosamente negli anfratti più selvaggi e difficilmente raggiungibili dei monti, ma la fatica e la sofferenza del duro cammino sono anche l’essenza del piacere di vivere, almeno per un momento, in armonia con il mondo della natura.

Qui, nel cuore dell’Aspromonte, non c’è alcun tipo di linea telefonica. I paesini sono lontani, figuriamoci le città, tanto meno il mare. Il mondo è selvaggio e incontaminato, rispecchia una natura rigogliosa e lussureggiante che la nostra umanità e il sistema di vita della moderna società ha completamente dimenticato.

Il cammino continua su uno stretto viottolo alla cui destra c’è il dirupo, tra ruscelli, pini, faggi e pioppi.

Ad un tratto inizia a farsi sentire una melodia scrosciante in sottofondo che passo passo si fa sempre più forte: sono loro! E’ il rumore dell’acqua delle cascate dell’Amendolea, chiamate in dialetto locale “U schiucciu da Spana”.

Arriviamo così al belvedere, siamo a1.300 metrisul livello del mare e da qui si possono ammirare i cinque salti delle acque del menta in tutta la loro forza, in tutto il loro splendore.

Il cammino continua ad essere duro, ma arrivati qui non si può tornare indietro. La vista delle cascate dall’alto è un richiamo troppo forte per mollare proprio adesso. Attirano come se fossero una calamita, il loro invito è come la classica offerta cui non si può rinunciare.

Non si può rinunciare davvero, tanto sono belle le cascate più grandi d’Aspromonte.

Si continua a scendere finché non si arriva a1.100 metrinella fiumara che mantiene una minima portata d’acqua per tutto l’arco dell’anno, in ogni stagione. Da qui bisogna risalirla per un paio di centinaia di metri, pochi minuti tra i massi più o meno grossi e la vista che si apre davanti ai nostri occhi è magica, poetica, ammaliante.

Un favoloso laghetto, profondo nel suo centro massimo più di tre metri, contiene l’acqua che sprofonda dall’ultimo salto delle cascate dette anche “Cascate di Maisano”: è fredda, freddissima, ma d’estate non sono pochi gli avventurieri che decidono di tuffarsi.

E non siamo da meno. Dopo il caldo immagazzinato nei mesi scorsi nelle nostre città affacciate sul Mediterraneo, un bagno così freddo (la temperatura dell’acqua è stimata tra +12 e +13°C!) non può che rigenerare i muscoli e la mente.

L’acqua scorre all’infinito, non si ferma mai. Il suono delle gocce con le rocce è come la “ninna nanna” che ci cullava da bambini, perché è puro, sano, genuino.

Le cascate sono in piena sintonia con il mondo che le circonda, il suggestivo prospettodel massiccio montuoso della Calabria meridionale.

Lo scenario dell’Aspromonte è verde, piacevole, riposante. La montagna è originale, poiché regala colori e tonalità differenti in ogni stagione. L’estate è quella del verde, che in Aspromonte certo non manca.

Molti pensano che l’Aspromonte si chiama così perché è un monte aspro. In realtà, invece, l’Aspromonte di aspro ha ben poco. Piove tantissimo in tutto il massiccio e addirittura in alcune aree intorno alla vetta principale cadono circa tremila millimetri di pioggia l’anno: sono alcune tra le zone più piovose d’Italia.

Montalto (detto anche Monte Cocuzza) con i suoi 1.956 metri sul livello del mare, è denominato “tetto del Mediterraneo”, non tanto perchè sia la cima più elevata del “Mare Nostrum”, come lo chiamavano i Romani, ma quanto per la vicinanza con il mare stesso: lo jonio a sud/est, lo Stretto a ovest, il Tirreno a nord: l’Aspromonte è immerso nel Mediterraneo e regala scorci paesaggistici unici in ogni momento della giornata.

L’origine del nome è da ricercare negli antichi greci, che si insediarono tra settimo e sesto secolo a.C. a Reggio e Locri, sullo jonio.

Tramite l’etimologia di aspròs  montòs, termini greci che significano rispettivamente “bianco” e “monte”, possiamo dire che l’Aspromonte è il monte bianco del sud ed è evidente come l’odierno accostamento con il ben più recente termine “aspro” è solo uno scherzo del destino, un caso.

I greci chiamarono “bianco monte” questo massiccio per la colorazione biancastra delle rocce del versante jonico e soprattutto per il perdurare dell’innevamento ben oltre la stagione invernale, come avviene ancora oggi quando molto spesso oltre i1.700 metriresistono nevai anche fino a giugno e in alcuni casi eccezionali fino alla prima metà di luglio.

Proprio nel versante jonico, a Canolo, esistono delle rocce dolomitiche che sono chiamate a loro volta le “dolomiti del sud”: c’è di tutto in Aspromonte, è la perfetta sintesi di Alpi e Appennini.

E’ un mondo lussureggiante, fatato e selvaggiamente genuino che è dista anni luce dalle nostre moderne e tecnologiche comodità, dalle nostre città di asfalto, cemento e metallo.

Un mondo incontaminato, poco conosciuto, che sa regalare ogni giorno nuove e grandi emozioni.

COME ARRIVARE

Le cascate dell’Amendolea sono originariamente chiamate “U schiucciu da Spana”, la “cascata della Spana”. Presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria è infatti conservata una carta del 1874 che conferma questa denominazione comunque tramandata da numerosi pastori della zona.

L’Amendolea è la fiumara delle cascate, quindi è la denominazione più corretta, mentre “Maesano” è il più recente nome di “battesimo” comunque non precisissimo, poiché la contrada “Maesano” si trova ben più a sud nella vallata verso lo jonio. Inesatto è anche “Cascate del Menta”, poiché il Menta è un’altra fiumara che altro non è se non un affluente dell’Amendolea.

Per arrivare alle cascate bisogna percorrerela SS183 fino al bivio per Montalto che indica la direzione per Polsi, Montalto e le Cascate lì segnalate come “Maesano”.

Dopo circa 8km di salita, di fronte a un altro bivio, bisogna svoltare a destra versola Digadel Menta, indicata dai segnali stradali. Da quel punto in poi si continua per 7km seguendo la strada principale, asfaltata, e si arriva alla Diga. Si prosegue scendendo il costone a valle dello sbarramento per 1km di ripida discesa, in cui però la strada è asfaltata e protetta da guard-rail. A valle si parcheggiano le automobili, si tocca con mano il punto preciso in cui il Menta si tuffa nell’Amendolea, si guada la fiumara e inizia il percorso, indicato durante tutto il sentiero dalle bandierine dipinte sulle rocce con colore rosso/bianco dal Cai di Reggio Calabria.

Il percorso a piedi non è difficile, anche se il fondo è a tratti sconnesso e molto spesso scosceso. Il tempo per scendere fino alle cascate, raggiungibili solo d’estate, è di circa 60 minuti, poco più per risalire. Per il belvedere da dove si possono osservare dall’alto invece sono 40 minuti sia all’andata che al ritorno e si può andare in tutte le stagioni.