Terremoti, gli esperti: “il disastro di L’Aquila non ha insegnato nulla, siamo molto preoccupati per il Sud”

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Celebriamo oggi il 4° anniversario del disastroso terremoto di L’Aquila, dove 309 persone persero la vita a causa di una scossa di magnitudo 6.3, forte ma non certo fortissima o distruttiva. Oggi, dopo 4 anni da quel drammatico disastro, ci chiediamo cos’è cambiato nel nostro Paese per quanto riguarda il tema della prevenzione sismica, e quindi cosa abbiamo imparato da quella tragedia. La nostra impressione è che nulla sia cambiato, a partire dalle istituzioni disattente fino ai cittadini fatalisti che continuano a vivere nell’indifferenza rispetto a simili problemi. Non tutti, ovviamente, ma la maggioranza. Basti osservare i commenti ai nostri articoli in cui riportiamo le inchieste e i pareri degli esperti sul rischio sismico del nostro Paese. “E basta, portate sfiga, state zitti“… nel classico spirito fatalista di chi preferisce avere paura delle scosse anziché attrezzarsi per poterle superare senza problemi.
Piuttosto in questi 4 anni abbiamo imparato una cosa: che è tutta colpa degli esperti, del mondo della scienza, di coloro che non l’avevano previsto. Sono stati condannati al carcere, ma solo in Italia si pone il problema della prevedibilità dei terremoti perché in altri Paesi del mondo non hanno bisogno del “preavviso” in quanto costruiscono in modo tale che i palazzi rimangano in piedi anche a fronte delle scosse più devastanti, con magnitudo che in Italia non potrebbero mai verificarsi per natura (superiori a magnitudo 7.5-8.0!), e la ricerca sulla previsione dei sismi attiene esclusivamente al mondo scientifico.
Intanto proprio oggi ci ha scritto il dott. Alessandro Martelli, un grande esperto del settore nonché Presidente dell’associazione GLIS (“GLIS – Isolamento ed altre Strategie di Progettazione Antisismica”) e dell’ISSO (“International Seismic Safety Organization”). Riportiamo integralmente la sua lettera che ci sentiamo di sottoscrivere in toto, con la speranza che sia da monito per tutti:

Caro Direttore,

in tanti mi hanno scritto, anche recentemente, per sapere se le preoccupazioni espresse l’anno scorso dai sismologi dell’Università di Trieste e dell’Accademia delle Russa delle Scienze, circa il possibile verificarsi di un forte terremoto nell’Italia Meridionale nel “medio termine”, restino confermate o meno. A tutti ho risposto personalmente, ma forse vale la pena divulgare quanto sto scrivendo ai singoli, ritornando su un argomento a lei ben noto.

Purtroppo, in base al riesame della situazione effettuato dai triestini il primo marzo scorso e dai russi all’inizio dell’anno, le suddette preoccupazioni permangono. I triestini riesamineranno i loro studi all’inizio di maggio.

Mi spiace davvero di essere nuovamente latore di notizie non confortanti (sottolineo nuovamente che – contrariamente a quanto scritto da molti organi di stampa e blog – io non sono un sismologo, bensì un ingegnere sismico, sebbene – ritengo – capace di valutare l’affidabilità dei colleghi sismologi con i quali collaboro). Però, nonostante le numerose accuse di allarmismo (ed anche di terrorismo) di cui sono stato oggetto l’anno scorso, resto iperconvinto che i timori dei suddetti sismologi non debbano essere taciuti all’opinione pubblica, affinché :

  • in essa cresca (nasca?) la cultura della prevenzione, che la porti ad adottare quelle misure che anche i singoli possono adottare;
  • essa pretenda che le istituzioni facciano finalmente il loro dovere nel campo della prevenzione.

Avrà certamente notato quanto le nostre istituzioni ed i nostri politici (peraltro specchio – sì “un po’ deformato”, ma pur sempre specchio – della nostra gente) restino sordi e ciechi in materia di prevenzione: quanti programmi elettorali ne hanno fatto cenno, in occasione delle ultime elezioni? Quanto se ne parla oggi, fra i problemi da affrontare (non dico risolvere, perché ciò è oggettivamente impossibile in tempi brevi) con la massima urgenza?

Troppo (oltre il 70%, le ricordo) del nostro costruito non è in grado di reggere alle scosse sismiche alle quali, prima o poi, è assai probabile (per non dire quasi certo) che torni ad essere soggetto (ciò in base all’esperienza passata, che, purtroppo, si tende presto a dimenticare). È concepibile che l’ospedale di Mormanno sia stato messo fuori uso già da un terremoto “modesto” come quello recente del Pollino? Se tali sono le condizioni di quell’ospedale, quali mai saranno quelle delle scuole calabresi? (“Sorvoliamo” poi su quelle delle abitazioni). Dobbiamo “ringraziare” i nostri parlamentari (tranne alcune nobili eccezioni), che, invece di obbligare le istituzioni regionali e locali a verificare l’adeguatezza dei nostri edifici strategici e pubblici entro pochi mesi, così come era stato previsto dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274 del 2003, hanno ottusamente e colpevolmente prorogato tale obbligo fino a quest’anno, grazie al cosiddetto decreto “milleproroghe”! Dobbiamo “ringraziare” i nostri rappresentanti regionali e locali, che (nuovamente salvo alcune nobile eccezioni) assai poco hanno fatto “loro sponte”  ed anzi, in molti casi, hanno “gradito” quei reiterati rinvii (Però, chi li ha eletti quei parlamentari e quei rappresentanti regionali e locali?).

Le tecnologie in grado di rendere sicure le nostre costruzioni, sia nuove che esistenti, sono disponibili, da anni. Ovviamente far ciò ha un costo notevole, anche in considerazione dell’enormità del problema da affrontare. Per risolverlo è indispensabile agire per priorità ed occorrerà qualche decennio. Anche le nuove metodologie sviluppate dai sismologi sono di estrema importanza per definire le suddette priorità. Se non si inizia mai, spaventati dall’enormità del problema, continueremo a “regalare” vittime alle prossime generazioni. E continueremo a “regalare” loro anche i costi della ricostruzione, che sono almeno tripli rispetto alla spesa da affrontare ora per mettere in sicurezza le nostre costruzioni.

Un paese che ambisca a definirsi civile non può non mettere a bilancio, ogni anno, spese il cui beneficio si vedrà solo tra qualche anno, o forse anche fra qualche decennio  (omettendo di citare le vittime che, con tali stanziamenti, si potranno evitare); beneficio, che, però, con certezza si vedrà: direi che si tratta di un “investimento produttivo”, anche dal punto di vista meramente economico, o no? (Però, esiste, in Italia, la mentalità dell’investimento?).

Gli attuali timori dei sismologi triestini e russi significano che, in base ai risultati dei loro studi, essi ritengono che il suddetto “prima o poi” potrebbe non essere tanto in là nel tempo. Spero anch’io vivamente che tali timori siano eccessivi (ogni studio ha sempre una certa probabilità di “fallimento”). Però, se anche così fosse ma continuiamo a chiudere gli occhi davanti al pericolo che ci sovrasta a causa dell’elevata vulnerabilità del nostro edificato, “regaleremo” comunque il problema (frutto della nostra colpevole miopia ed inerzia) ai nostri figli, o ai nostri nipoti, o, comunque, alle future generazioni.

L’opinione pubblica deve svegliarsi, ognuno deve fare ciò che singolarmente può fare (spendendo un po’, certamente, ma la vita ha un “valore” elevato, o no?) e coloro che hanno raggiunto la necessaria consapevolezza devono organizzarsi e pretendere che anche le nostre istituzioni si sveglino. Non facciamo l’errore di sperare che siano esse – le nostre istituzioni – a svegliarsi da sole, cioè se non costrette! E non diamo tutte le colpe solo ad esse, chiamandoci ipocritamente fuori.

Mi rendo ben conto del fatto che il confine tra l’informazione che io ed altri ci ostiniamo a cercare di fornire (nel settore, molto delicato, della prevenzione sismica) e l’allarmismo è molto labile e che basta “un nulla” perché i nostri messaggi inducano, invece, al panico. Molti “non ci arrivano”, molti non vogliono sapere, alcuni (ma pur sempre troppi) agiscono in base ad interessi assai poco nobili. Però, sono confortato da numerosi messaggi pervenutimi, che mostrano che sono anche in tanti ad aver compreso i nostri obiettivi. Perciò, continueremo a dire la verità (ovviamente nei modi dovuti), sperando che altri non continuino a cercare di demolire la nostra opera, distorcendo le nostre parole ed attribuendo ad esse fini che certamente non abbiamo (come, purtroppo, è avvenuto, per quanto mi riguarda, dopo il terremoto in Emilia dell’anno scorso).

Mi perdonerà se ho ripetuto cose di cui lei e molti suoi lettori sono già ben consapevoli, e per essermi fatto prendere dalla foga. Ma le scrivo perché occorre creare una rete di persone in grado di comprendere il problema della prevenzione sismica (e non solo) in tutti suoi aspetti e che siano disponibili ed in grado di trasmettere ad altri, in loco, il nostro messaggio, affinché la percezione del rischio e la cultura della prevenzione crescano (nascano) nel nostro paese.

Ciò anche confidando che le Istituzioni facciano urgentemente la loro parte anche in questo settore, attivando programmi di informazione partecipata della popolazione, sull’esempio di un ottimo progetto da poco avviato dal Comune di Ferrara.

Confido, dunque, in lei, così come nelle numerose altre persone, di varie località italiane, con le quali sono entrato in contatto.

Un caro saluto