Dissesto idrogeologico, 26 anni fa il disastro della Valtellina

MeteoWeb

Sono passati 26 anni dal drammatico luglio 1987, quando la Valtellina venne colpita da un disastro idrogeologico di enormi proporzioni. Le frane e le esondazioni provocarono 53 morti, migliaia di sfollati e la distruzione di interi centri abitati, strade e ponti.

Tutto iniziò nella giornata del 15 luglio, quando la formazione di una depressione atlantica nel sud dell’Islanda creò le condizioni per i primi forti temporali sulle Alpi, come viene descritto sul sito di Meteo Valtellina che ricostruisce le condizioni meteorologiche di quei tragici giorni.

Nei giorni successivi la depressione scese verso il centro Europa e, il 17 luglio, i temporali iniziarono a colpire fortemente l’area alpina in provincia di Sondrio e in tutta la Lombardia. Il 18 luglio si registrarono fenomeni piovosi estremi, fra cui il picco record di precipitazioni presso il Lago di Scais, in Val Caronno. In 24 ore caddero ben 305 mm di pioggia. Inoltre l’aumento delle temperature spostò la linea di neve oltre i 4000 metri, mille metri al di sopra del limite delle nevi medio stagionale. Ciò provocò un rapido scioglimento in alta quota e un aumento ulteriore delle portate dei torrenti.

VAL POLANel tardo pomeriggio del 18 luglio 1987 ci fu il primo disastro. I terreni montani ormai erano saturi e si innescarono frane e smottamenti.

Il condominio “La Quiete”, costruito in una valle laterale della Valtellina presso il piccolo centro di Tartano, proprio ai piedi di  un versante molto ripido ed instabile, venne spezzato in due da un grosso mud-flow, un flusso di fango e acqua ad alta velocità dotato di una potenza distruttiva enorme. I detriti del palazzo vennero scaraventati più a valle contro l’albergo “Gran Baita”, pieno di turisti. Morirono 19 persone.

Più a valle, nella Valtellina ma anche nell’alto bacino del Lago di Como, nell’alta Val Brembana e in Val Camonica, i torrenti e i fiumi (fra cui l’Adda) si gonfiarono fino ad esondare, trascinando via strade, ponti ed abitazioni. Da Capina Val di Sotto a Sondalo, in Val d’Adda, gran parte delle infrastrutture venne rasa al suolo. La distruzione della statale SS 38 e della ferrovia in molti punti rese inoltre molto difficili i soccorsi, che avvennero soprattutto in elicottero.

Il 28 luglio, alle ore 7.25, avvenne la nuova catastrofe: una frana di proporzioni enormi, con un volume di oltre 30 milioni di metri cubi, si abbatté sulla valle laterale denominata Val Pola. Il paese di Sant’Antonio Morignone e le due contrade di Morignone e Piazza furono completamente distrutte. Questi centri abitati erano stati evacuati e non subirono vittime. Nei giorni precedenti infatti i geologi avevano fatto scattare l’allarme, avendo rilevato sulla montagna una enorme frattura in progressiva estensione.

valtellinaLa frazione di Aquilone invece, che non era stata evacuata perché ritenuta al sicuro, venne devastata dallo spostamento d’aria fortissimo. Morirono 22 persone. Ci furono altre 7 vittime, operai che lavoravano al ripristino della statale, ingombra di detriti per gli smottamenti dei giorni precedenti.

L’enorme massa di detriti risalì per 300 metri il versante opposto formando una diga naturale che sbarrò il corso del fiume Adda. Si formò un lago naturale il cui livello cresceva di ora in ora, e che se esondato avrebbe potuto causare un nuovo effetto Vajont riversandosi verso la bassa Valtellina.

In poco tempo venne realizzata un’opera di drenaggio con tubi sotterranei che by-passavano la diga naturale e si riuscì  ad evitare il peggio. Ancora oggi le opere costruite allora sono parzialmente visibili sul luogo.

Il disastro della Valtellina accese nuovamente in Italia il dibattito sul rischio idrogeologico e sulle responsabilità dell’uomo in questo tipo di disastri. Alcuni politici e amministratori parlarono di ineluttabilità dei fenomeni franosi. Altri, fra cui geologi, ambientalisti e giornalisti sottolinearono invece come negli ultimi decenni il territorio fosse stato alterato e sconvolto dalle costruzioni senza criterio, dai piani urbanistici troppo permissivi, del costruire ovunque e in malo modo, e di come l’abbandono delle aree montane, la mancanza di manutenzione dei pendii montuosi un tempo terrazzati, la cementificazione selvaggia, l’imbrigliamento dei canali, la mancanza di pulizia degli alvei, fossero fra le cause del disastro.

Proprio due anni prima inoltre, nel 1985, era stato approvato il primo condono edilizio della storia d’Italia. Abitazioni costruite in zone idrogeologicamente a rischio, soggette a frane o a inondazione, erano diventate regolari dopo il semplice pagamento di una multa.

A 26 anni da quel disastro e dopo tantissime ulteriori stragi nel fango, l’Italia ha fatto alcuni importanti passi avanti ma anche tanti passi indietro. La cementificazione del territorio e l’abbandono delle aree montane è proseguita, ci sono stati tre nuovi condoni edilizi e centinaia di vittime per inondazioni e frane. Qualche passo avanti importante c’è stato, come l’attuazione dei Piani di Assetto Idrogeologico e la  redazione delle carte del rischio idrogeologico, su cui sono indicate le zone dove non si può costruire. Queste carte però, nella maggior parte dei casi restano chiuse nei cassetti delle amministrazioni ed i piani di nuovo assetto urbanistico restano nell’aria. E così si continuano a contare morti e disastri, anno dopo anno. Ventisei anni sono serviti a poco.