
La potente ondata di calore che nei giorni scorsi ha interessato gli stati occidentali degli USA, permettendo alla “Death Valley” di eguagliare il record di caldo assoluto mondiale con +53.9°C all’ombra registrati lo scorso 30 Giugno 2013 dalla stazione di Furnace Creek Visitor Center, sarebbe stata incentivata da un sensibile indebolimento del ramo principale del “getto polare” in scorrimento sopra il Pacifico settentrionale. In pratica ci troviamo di fronte il terzo evento estremo indotto dal nuovo pattern del “getto polare”, dopo le drammatiche alluvioni che hanno sconvolto l’Europa centrale e l’incredibile ondata di calore che a Giugno ha investito l’Alaska, facendo schizzare i termometri sopra i +35°C +36°C. Presentando un flusso alquanto lasco sopra il bacino del Pacifico il “getto polare”, rallentando, ha cominciato ad ondularsi, comportando la formazione di una serie di grani onde planetarie (le cosiddette “onde di Rossby”), fra il Pacifico nord-orientale e gli States. In seno a queste ondulazioni una profonda saccatura scivolata a largo della West Coast che ha interagito, più ad est, con una considerevole ondulazione anticiclonica (in senso orario) sopra gli stati occidentali degli USA. L’affondo della saccatura, a largo delle coste dell’Oregon e della California, indotto dal lasco flusso del “getto polare” sul Pacifico settentrionale, ha contribuito ad enfatizzare l’erezione verso latitudini settentrionali del promontorio anticiclonico sub-tropicale, che presentava i propri massimi principali al suolo ed in quota fra il Messico settentrionale e i deserti degli Stati Uniti sud-occidentali, con una estesa area di geopotenziali molto elevati in quota fra California orientale, Nevada e Arizona, dove le notevoli “Subsidenze atmosferiche” (correnti discendenti), indotte dai massimi di geopotenziale in quota, comprimendo l’aria calda verso i bassi strati hanno contribuito ad accumulare una vasta bolla di aria molto calda e piuttosto secca, davvero eccezionali, visto la presenza di isoterme di ben +35°C +36°C alla quota di 850 hpa.
La persistenza della saccatura in pieno oceano ha reso il promontorio anticiclonico sub-tropicale stazionario sugli USA occidentali, al punto da trasformarlo in un vero e proprio anticiclone di blocco che ha disteso i propri elementi principali fin sul confine canadese meridionale, con l’asse principale esteso lungo i meridiani e solo in parte eroso dall’avanzamento di un ciclone extratropicale a sud del golfo d’Alaska. Nel frattempo, mentre gli stati occidentali erano infuocati dall’irrobustimento di questo promontorio anticiclonico sub-tropicale di blocco che aspirava aria estremamente calda dai deserti degli USA sud-occidentali, più ad est, sugli USA centrali, si approfondiva una tagliente ondulazione ciclonica che affondava fino alle coste affacciate sul golfo del Messico. Sul ramo discendente di questa saccatura vi affluiva dell’aria più fresca e umida, dal territorio canadese, che ha rinfrescato il clima e rinnovato condizioni d’instabilità per l’isolamento di una circolazione depressionaria, alimentata dal “forcing” per curvatura ciclonica, che ha dispensato frequenti rovesci e temporali a carattere sparso, fra il versante orientale delle Montagne Rocciose e le pianure.

Al tempo stesso, sul lato ascendente di questa saccatura, si è sviluppato un altro promontorio anticiclonico che si è disteso verso l’East Coast ed il vicino Atlantico occidentale, con massimi di geopotenziale in quota. Insomma, un clima estremo e a dir poco pazzo che ha stupito non poco gli stessi meteorologi americani. Difatti non è che sia poi tanto normale misurare temperature prossime ai +50°C all’ombra nel deserto interno californiano, mentre al di là delle Montagne Rocciose (alla stessa latitudine), sugli Stati Uniti centrali si registravano temperature massime ben al di sotto delle medie per il periodo, con clima insolitamente fresco per il mese di Giugno. Finora, in questi ultimi due mesi, abbiamo assistito ad altre due ondate di calore particolarmente estreme, prodotte da un blocco della circolazione atmosferica nella media e alta troposfera, collegato ad un improvviso indebolimento del “getto polare” lungo le medie e alte latitudini dell’emisfero boreale. La prima volta avvenne fra la fine di Maggio e i primi giorni di Giugno, quando un immenso promontorio anticiclonico di blocco dall’Europa orientale di distese fino alla Scandinavia e alla Lapponia, convogliando un vasto flusso di aria calda sub-tropicale continentalizzata, che si diresse oltre il Circolo polare artico, facendo impennare i termometri oltre il muro dei +30°C sul territorio lappone.
La stessa ondata di calore e il blocco anticiclonico, a loro volta, impedirono la naturale evoluzione verso est dei sistemi depressionari provenienti dall’Atlantico, arrestandoli e rendendoli semi-stazionari all’altezza dell’Europa centrale. Una volta bloccati queste circolazioni depressionarie hanno dispensato piogge molto abbondanti fra Austria, Svizzera e Germania, con le conseguenti disastrose inondazioni che hanno messo sott’acqua mezza Europa centrale. Fra il 18 e il 22 Giugno un’altra imponente onda anticiclonica è rimasta stazionaria per più giorni fra l’Alaska ed il Canada occidentale, sospingendo su questi masse d’aria piuttosto calde e secche, precedentemente isolate sopra i Territori del Nord-Ovest e di Yukon, dove si sono ulteriormente surriscaldate, grazie all’insolazione diurna e alla presenza di aria piuttosto secca nei bassi strati. Questi eventi meteorologici cosi estremi ormai tendono a ripetersi sempre più spesso, comportando disagi considerevoli, soprattutto nel settore agricolo. Le ultime tendenze non prefigurano cambiamenti significativi. Ciò significa che entro fine mese un nuovo evento meteorologico estremo, legato al nuovo pattern del “getto polare”, colpirà altre aree dell’emisfero boreale, fra nord America, Europa e Asia.
Le interazioni fra l’arretramento dei ghiacci dell’Artico e l’indebolimento del “getto polare”
Il rallentamento della “getto polare” lungo le medie e alte latitudini dell’Atlantico settentrionale. In sostanza il “getto polare” è sempre meno intenso, comportando la formazione di onde planetarie (le cosiddette “onde di Rossby”) sempre più grandi e stazionarie. Tale rallentamento di questa fortissima corrente aerea che domina nell’alta troposfera, a quote superiori ai 9000 metri, per molti climatologi e meteorologi è imputabile al sensibile rialzo delle temperature dell’aria, su valori nettamente positivi, in sede artica. Questo brusco innalzamento delle temperature nella regione artica ha comportato uno scioglimento anticipato del ghiaccio marino della banchisa, tanto da aprire vasti tratti di acque libere dai ghiacci, come capita sempre più frequentemente nel mare di Barents e in quello di Kara. Il rapido scioglimento e l’arretramento dei ghiacci marini del Polo Nord, come abbiamo già avuto modo di spiegare in precedenti articoli, origina delle pesanti conseguenze che si ripercuotono su scala globale.

Difatti, con lo scioglimento dei blocchi di ghiaccio marino che compongono la banchisa del mar Glaciale Artico (o oceano Artico), le aree soggette al cosiddetto effetto “Albedo” si riducono sensibilmente, causando a sua volta un indebolimento dei “gradienti termici orizzontali” e dei “gradienti di geopotenziali” fra la regione artica e la fascia temperata delle medie latitudini, li dove solitamente si localizza il “fronte polare”, luogo di nascita e sviluppo dei profondi cicloni extratropicali che assieme ai “Centri d’Azione” (anticicloni mobili e autonomi che si staccano dagli anticicloni principali che dominano sulle latitudini sub-tropicali) dettano l’andamento meteo/climatico alle nostre latitudini. Ma l’indebolimento dei “gradienti termici orizzontali” e dei “gradienti di geopotenziali” tra le medie e alte latitudini ha come primo risultato un sensibile indebolimento della portata del ramo principale della “getto polare”, con una sua conseguente ondulazione. Questo effetto contribuisce a stabilire degli impianti circolatori più meridiani che determinano intense ondate di calore e una persistenza delle anomalie termiche mensili su aree geografiche particolarmente vaste, rendendo le configurazioni barica molto più stabili nel tempo, anche per settimane o mesi. Ormai è assodato come il notevole riscaldamento dell’Artico in genere ha come prima ripercussione un notevole rallentamento del flusso zonale che domina lungo le medie latitudini, dirigendo l’andamento meteo/climatico sui vari continenti.
L’indebolimento delle correnti occidentale si avverte soprattutto alle quote medio-alte della troposfera, con un forte rallentamento del ramo principale della “getto polare”, che sovente si presenta fra i 30° e i 60° di latitudine nord e sud, ai confini fra la Cella di Hadley e di Ferrel. Perdendo buona parte della sua forma il “getto polare”, per una nota legge fisica, comincia ad ondularsi su se stessa creando delle grandi onde su scala planetaria, meglio note come le “onde di Rossby”. Le “onde di Rossby”, lunghe da 1.000 a 10.000 km, si formano con una precisa successione di tempi e tendono a muoversi da ovest verso est, con una velocità di propagazione che è direttamente proporzionale alla loro lunghezza e alla velocità media di spostamento delle correnti nell’alta troposfera. Nel periodo primaverile ed estivo, quando inizia l’arretramento dei ghiacci marini della banchisa del Polo Nord e il vortice polare (caratterizzato da geopotenziali bassi alla quota di 500 hpa) comincia gradualmente ad indebolirsi e a restringersi su una determinata area del mar Glaciale Artico, le “onde di Rossby” tendono a rallentare la loro velocità di propagazione da ovest ad est, originando dei Pattern climatici abbastanza durevoli che potrebbero portare ad una maggiore probabilità di eventi meteorologici estremi che derivano da condizioni prolungate, come siccità, inondazioni, ondate di freddo o avvezioni d’aria calda con onde mobili di calore insistenti per intere settimane. Tale pattern climatico, enfatizzato dal rapido scioglimento dei ghiacci artici e dalla riduzione delle aree interessate dall’”Albedo”, ha favorito l’avvento cosi frequente di queste continue ondate di calore lungo la fascia temperata dell’emisfero boreale, agevolando la costruzione di ampi e robusti promontori anticiclonici di blocco sub-tropicali, ben strutturati in quota dalle ampie ondulazioni orarie, in seno al “getto polare”.


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