Salute: “Essere o non essere”…un dilemma che, come la scienza, attraversa i secoli

To be or not to be: that is the question (esere o non essere, questo è il problema), è la celebre frase pronunciata dal principe shakspeariano Amleto all’inizio del suo soliloquio; è l’interrogativo esistenziale per antonomasia, quello tra il vivere (essere) o il morire (non essere), è il dubbio amletico che gli impedisce di agire ma, infondo, non è poi questo uno dei misteri più grandi della vita? Tutta la nostra esistenza ruota intorno a questa contrapposizione/congiunzione , ma qual è , a messo che ci sia,  il confine tra la dimensione corporale e quella spirituale? La morte non è solo uno dei momenti più significativi dell’esistenza umana, ma rappresenta per gli storici un motivo culturale utile a comparare i diversi periodi storici. L’uomo preistorico immaginava già un ‘altra vita oltre la morte e a dimostrarcelo sono gli scheletri di 6 adulti e 8 bambini risalenti al Paleolitico medio, rinvenuti a sud della città di Nazareth, nella grotta di Qafzeh.

Sistemati in posizioni rituali, erano cosparsi di ocra rossa, simbolo di sangue e vita, accompagnati ed attorniati , nel loro viaggio in attesa della rinascita, da conchiglie, crani animali ed altri utensili appartenuti loro in vita. Nell’antica Roma, tra gli Etruschi, i Greci ed in tutta l’area mediterranea, l’offerta di cibo era legata profondamente alla ritualità funebre: il capofamiglia, durante le feste funebri romane, congedava gli spiriti accorsi tra i vivi in occasione dei festeggiamenti, lanciando dietro di se per 9 volte, una manciata di fagioli secchi.
In Egitto , si era soliti preparare cibo specificamente per i defunti , collocandolo nella tomba, quasi come se i morti fossero in grado di interagire coi vivi.

La religione cattolica, che sopravvisse al crollo dell’Impero romano, divenne l’indiscussa protagonista del Medioevo, diffondendosi inizialmente nelle città, con un alto tasso di abitanti pagani nelle campagne. La popolazione, duramente provata dalla crisi economica e dalla invasioni barbariche, trovò poi in essa una vera e propria ancora di salvezza. Nei secoli bui, la popolazione era terrorizzata da vampiri, i morti che ritornavano, fermati dalla croce, con un lungo palo conficcato nel corpo, messi al rogo e dei quali venivano disperse le ceneri. Il sangue divenne l’alimento privilegiato delle anime tornate dall’aldilà. Tra i famosi cibi medievali vi è la nota “soul cake”( torta dell’anima), fatta con pane dolce,uva sultanina e ribes ed i bimbi, recitando una canzoncina, ne chiedevano una fetta andando porta a porta, in cambio della pietà per le anime. Nell’antropologia cristiana l’uomo è composto di un corpo mortale, destinato ad un rapido disfacimento e di un’anima immortale.

Di corpi, o meglio, di cadaveri, ne sa davvero tanto Gunther von Hagens , il controverso anatomopatologo tedesco che ha portato in giro nel mondo la sua Bodyworld, una vera e propria esposizione di corpi umani plastinati per coglierne, a suo dire, la bellezza. Come avviene normalmente con un puzzle, “l’uomo che sbuccia i cadaveri”, discutibile nella sua “arte”, seziona l’esemplare, lo immerge in acetone disidratandolo e ed effettuandogli un bagno di silicone, per poi sigillarlo in una camera a vuoto. L’acetone, sottovuoto, viene sostituito dal polimero che raggiunge le cellule più profonde. L’esemplare , una volta che il polimero si indurisce, può così essere conservato permanentemente.

E se von Hagens è senza dubbio lo scienziato pazzo dell’ anatomopatologia, come non citare il protagonista principale del romanzo di Mary Shelley, Frankenstein, il mostro creato da Victor Frankenstein all’interno del suo laboratorio, assemblando pezzi di cadaveri trafugati in cimiteri e obitori? Quest’ultimo è frutto di una penna alquanto creativa, ma in Erasing death, il suo nuovissimo successo, il dottor Sam Parnia fa sul serio !

Sam Parnia è lo specialista di una incredibile scienza medica: quella della resurrezione, che studia le morti cliniche, quelle in cui il paziente viene dichiarato clinicamente morto, dopo che il cuore cessa di battere.
Egli, capo del reparto di Terapia Intensiva presso lo Story Brook University Hospital, dopo the Lazarus Effect, in cui parla di nuovi metodi di rianimazione, mettendo nero su bianco le sue idee sulla morte, nel nuovissimo libro “Erasing death” afferma che, da quando ha preso le redini del reparto, il numero dei salvataggi ha subito un notevole incremento, passando dal 21 % al 33%. Quasi tutti i medici che praticano tecniche di rianimazione cardiovascolare , si fermano mediamente dopo 20 minuti di tentativi e ciò, a detta di Sam Parnia, è il frutto di ricerche mediche ferme agli anni 60 , secondo le quali dopo 3 o 5 minuti dall’arresto cardiaco, la mancanza di ossigeno provochi danni cerebrali irreversibili.

E’ proprio ai medici, quindi, che attribuisce la colpa degli insuccessi, tanto che il livello di resurrezioni ottenute dopo l’arresto cardiaco, in molti ospedali , è pari a zero. Tutti coloro che muoiono per cause reversibili, secondo il primario, possono essere riportati in vita, anche un’ora o più dopo la loro morte…basterebbe semplicemente implementare le tecniche di conservazione delle cellule, specie neuronali ed aumentare il tempo dedicato alla rianimazione, utilizzando macchine che rallentano i processi degenerativi innescati nel secondo che segue l’ultimo respiro, tra le quali l’ ECMO ,che consente l’ossigenazione del sangue, o altri strumenti di raffreddamento della temperatura corporea per preservare le cellule.

Con l’ausilio di speciali farmaci da iniettare nel corpo del paziente, si potranno bloccare, a suo dire, i processi di deterioramento cerebrali e di altri organi , forse riuscendo, tra vent’anni, a riportare in vita persone dichiarate morte da mezza giornata o da due giorni. Egli si fa promotore di un diverso modo di intendere la morte, personalizzando il dubbio amletico “To be or not to be”e cercando, forse, di dare un senso a quell’incessante scontro/incontro tra vita e morte.