Viareggio, ambiente e terremoti: quali soluzioni per un territorio “consumato”?

Per la bellezza del suo territorio, un tempo Viareggio era soprannominata “la perla del Tirreno”. Oggi, dopo anni di appannamento socio-culturale e turistico, per tornare a risplendere la cittadina versiliese dovrebbe tra l’altro risolvere alcune problematiche ambientali che ci descrive il geologo Giampiero Petrucci.

Un vecchio proverbio asserisce che a Viareggio tre cose sono presenti in abbondanza: acqua, rena (sabbia) ed ignoranza. In effetti molti abitanti e politici ignorano, o fanno finta di ignorare, i problemi ambientali presenti nel territorio della cittadina che ha creato il Carnevale più famoso d’Italia.

Un territorio che negli ultimi sessant’anni ha subìto numerose violenze, in primis urbanistiche ed ambientali. Lo sviluppo abnorme di interi rioni, accompagnato da politici scarsamente inclini a prendere in carico i conseguenti problemi ambientali, ha portato letteralmente a consumare suolo e sottosuolo, con gravi ripercussioni sulla qualità della vita e sul degrado dell’intera città. Nonostante numerosi ed accurati studi abbiano sottolineato più volte lo stato delle cose, le risposte della politica, carenti sia sotto il piano della tempestività che dell’incisività, non hanno portato benefici, anzi talora hanno sortito l’effetto contrario. Approfondiamo queste tematiche, con un unico fine: sensibilizzare non solo i cittadini, ma anche la neonata Giunta Comunale, a comprendere finalmente l’importanza di sviluppare interventi efficaci a salvaguardia dell’intero territorio comunale dal punto di vista ambientale.

Il lago di Puccini. Tra gli abitanti più illustri di Viareggio va certamente annoverato Giacomo Puccini, il celebre compositore, ultimo grande esponente della lirica italiana. Puccini, lucchese di nascita, era solito soggiornare in una villa (oggi adibita a museo) lungo le rive del lago di Massaciuccoli dove, tra una composizione e l’altra, passava il tempo andando a caccia od in bicicletta. Il lago attuale è il residuo di un’antica e più ampia laguna, ridotta poi allo stato odierno sia dalla natura, con l’avanzata della pianura alluvionale e la formazione di dune sabbiose litoranee, che dall’uomo, con opere di bonifica, molto efficaci in particolare nell’era fascista. Il lago, in sostanza una specie di stagno ad acque basse, ha un perimetro di circa 10 km ed un’area complessiva (compresa la zona paludosa) di circa 2700 ettari: si tratta della più grande estensione areale umida della Toscana.

Il lago di Massaciuccoli visto da ovest (da Wikipedia)
Il lago di Massaciuccoli visto da ovest (da Wikipedia)

Ma oggi questo specchio d’acqua, tanto caro a Puccini, è gravemente ammalato. Tre sono le problematiche ambientali che da tempo hanno incrinato la sua salute: salinità, eutrofizzazione ed interramento. E’ stato calcolato infatti che i continui apporti terrigeni che entrano nel lago, dovuti allo sfruttamento agricolo delle aree di bonifica, lo stanno condannando alla sua totale scomparsa nel giro di circa 150 anni. Ma non finisce qui. Il lago ha un unico emissario, il Canale Burlamacca, la cui foce sbocca in corrispondenza del porto di Viareggio: dal canale, in particolare nei mesi estivi quando, complice anche l’evapotraspirazione, il livello del lago scende di qualche decimetro al di sotto del livello del mare, entra acqua salata. Il lago così vede peggiorare la qualità delle sue acque: in alcune zone paludose, in particolare nei cosiddetti laghetti del Brentino, l’acqua è quasi salmastrosa. A peggiorare la situazione il cattivo funzionamento delle cosiddette “porte vinciane”, una specie di chiuse che dovrebbero impedire alle acque salate del Burlamacca di invadere palude e lago. In realtà non è così: le chiuse lasciano passare l’acqua sul fondo (proprio laddove staziona l’acqua salata!) e spesso vengono aperte abusivamente per il traffico marittimo, favorendo ancor di più l’ingressione salina. Per ovviare a questo grave inconveniente, dopo un forte ritardo legato alle solite pastoie burocratiche, è stata realizzata un’ulteriore barriera artificiale, detta “piccolo Mose” (prendendo spunto da quanto sviluppato a Venezia), la cui efficacia però è tutta da verificare. Ma il problema maggiore del lago è l’eutrofizzazione ovvero l’eccessivo accumulo nelle acque di sostanze nutritive (in particolare nitrati e fosfati) le quali accelerano le fasi naturali della vita lacustre.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici: scarichi civili ed industriali non depurati, massiccio impiego di fertilizzanti in agricoltura, dilavamento delle torbe sui terreni bonificati. Tutto questo provoca la proliferazione di alghe e soprattutto fitoplancton nelle acque del lago che in questo modo perdono ossigeno: la catena alimentare dell’ecosistema palustre si interrompe ed il lago “perde vita” poco a poco. Le soluzioni a questa preoccupante situazione ambientale devono essere ricercate nell’aumento della quantità di ossigeno nell’acqua, intervenendo però, al contrario di quanto sinora proposto, più sulle cause che sugli effetti. Dunque sarebbe necessario ridurre fortemente gli scarichi civili ed industriali mal depurati nel lago, abbassare la quantità di fertilizzanti in agricoltura (diversificando le colture e favorendo quelle biologiche), aumentare l’impiego della fitodepurazione oltre a, come già parzialmente sviluppato, allagare le zone di bonifica in cui è presente la torba (il cosiddetto lagunaggio). Un aggiornamento, tramite apposito monitoraggio ambientale, dei dati di salinità di acque e suoli dell’intero territorio comunale permetterebbe di individuare le zone più a rischio in cui adottare prioritariamente le soluzioni idonee. Pare inoltre utile favorire il deflusso di acque dolci nel lago, verificando la legittimità e comunque la reale necessità di alcune opere di captazione della falda e dell’acqua dei fossi nei dintorni del lago: opere che hanno provocato negli ultimi decenni la forte diminuzione delle entrate di acqua dolce nel bacino lacustre. Tutta da valutare invece l’efficacia del cosiddetto “tubone”, una megaopera di presa, oggetto di grandi dibattiti e discussioni, caratterizzata da una condotta di grande diametro, lunga circa 3 km ed in parte sotterranea, che dovrebbe trasportare acqua dal fiume Serchio al lago tramite il canale Barra. L’opera, il cui progetto esecutivo prevede l’esborso di circa 18 milioni di euro, fortemente voluta dall’Autorità di Bacino del Serchio, potrà servire probabilmente a migliorare il deficit idrico del lago, anche se rimane da verificare il suo impatto finale sulla qualità delle acque lacustri.

Il cuneo salino. In un ambiente costiero gli equilibri idrogeologici nel sottosuolo sono regolati dal cosiddetto “cuneo salino” ovvero dalla teorica superficie di separazione tra l’acqua dolce e quella salata. Questo equilibrio dipende da diversi fattori, il principale dei quali in Versilia è l’emungimento (pompaggio) di acqua dai pozzi che, se non regolamentato e indiscriminato, può portare all’intrusione del cuneo salino verso l’entroterra. Difatti il pompaggio costante e continuo, ad esempio per usi irrigui, provoca forti disequilibri nella falda, “consumando” in pratica l’acqua dolce a disposizione e richiamando verso l’alto quella salata. In alcune zone periferiche di Viareggio, dove l’emungimento è particolarmente elevato, la salinità dell’acqua è aumentata considerevolmente, con valori per cui ormai può essere definita non potabile e non più utilizzabile senza creare scompensi all’ambiente. Il problema è acuito, nelle zone di confine tra Viareggio e Massarosa, dall’azione delle idrovore del Consorzio di Bonifica le quali contribuiscono a deprimere la profondità della falda freatica, talora molto al di sotto del livello medio marino. Il primo passo da compiere per ovviare a questa problematica può essere il censimento dei pozzi esistenti, con particolare riferimento a quelli privati, aziendali e soprattutto abusivi. Il monitoraggio delle acque di questi pozzi, con valutazione delle portate medie annuali e dei valori di salinità, può concorrere in maniera decisiva all’individuazione delle aree più a rischio in cui sviluppare le necessarie contromisure per la salvaguardia dell’ambiente. Tali misure potranno essere, in una situazione di emergenza, anche non indolori come la regolazione dell’emungimento (tramite appositi contatori) o la mitigazione e l’adattamento alla salinizzazione delle colture, con accorgimenti come la microirrigazione, il leaching (mantenere un apporto idrico superiore alle effettive esigenze della coltura in modo da favorire l’eliminazione dei sali dal terreno), la rotazione delle colture e la miscelazione dell’acqua di irrigazione con acqua dolce. Tecniche tra l’altro già sperimentate con un certo successo nel Polesine e nel ferrarese dove i problemi dovuti al cuneo salino sono similari a quelli versiliesi.

Sottosuolo e pinete. I terreni presenti nel sottosuolo di Viareggio sono essenzialmente costituiti da sabbie, più o meno addensate, talvolta limose. Le varie perizie geologiche eseguite, con prove e sondaggi, confermano questa situazione, corredandola di una notizia fondamentale: la profondità della falda acquifera è molto vicina alla superficie, attestandosi mediamente intorno al metro. I dati storici indicano una costante risalita della falda, almeno in certe zone della città, nell’ultimo secolo: non è un caso che ad ogni nubifragio le vie cittadine si allagano e nei parchi cittadini persistono a lungo pozzanghere e laghetti. Il terreno si satura rapidamente d’acqua. Le cause che hanno portato a questo fenomeno sono da ricercare anche nell’abnorme consumo di territorio e di sottosuolo, con la realizzazione di numerose cantine e vani sotterranei, in particolare nelle zone di nuova e nuovissima edificazione. Questo significa che le fondazioni e le cantine di molti fabbricati sono ormai costantemente immerse nell’acqua, con evidenti segni di umidità e, nei casi più gravi, infiltrazioni nei muri perimetrali. Il problema riguarda in particolare le vecchie costruzioni, quelle degli anni ’60 e ’70. Un caso simile si sta verificando, ad esempio, anche a Milano dove, causa la chiusura di alcune industrie che emungevano grandi quantità di acqua, la falda continua ad alzarsi, inondando certi corridoi della metropolitana costruiti negli anni ’60, senza le opportune impermeabilizzazioni sulle pareti. Il fenomeno, complesso e di difficile soluzione, è stato acuito a Viareggio dai continui pompaggi di acqua (tramite i cosiddetti well-points) per l’abbattimento della falda preventivo alla realizzazione di scavi: il disequilibrio creato nel sottosuolo dai continui flussi e riflussi ha portato talora a crepe e cedimenti nei fabbricati circostanti lo scavo. Pompaggi che oltretutto contribuiscono al “richiamo” del cuneo salino, aggravando la situazione. Per fermare la risalita della falda, si dovrebbe limitare l’ulteriore consumo del sottosuolo, ponendo ferrei limiti agli scavi sotterranei, come tra l’altro già eseguito dal Comune di Forte dei Marmi. Poiché, ormai, si deve convivere con questo fenomeno, potrebbe essere utile incentivare le ristrutturazioni edilizie, in particolare l’impermeabilizzazione dei vani sotterranei, proteggendo dunque il patrimonio immobiliare cittadino.

La saturazione del terreno comporta serie problematiche anche nelle pinete e nei parchi cittadini dove gli alberi di alto fusto, in particolare i pini, vedono le loro radici immerse nell’acqua per troppi giorni consecutivi, col risultato di venire “indeboliti” nelle loro attività biologiche, rimanendo per così dire quasi “affogati”. Spesso si formano veri e propri laghetti, con la falda praticamente in superficie. Le piante ovviamente hanno bisogno di acqua ma se ne hanno troppa, in particolare nelle loro radici, “soffrono”: così possono perdere aderenza al terreno fino ad essere sradicate, come avvenuto ripetutamente anche di recente, quando un albero improvvisamente caduto ha addirittura ucciso un pensionato che percorreva tranquillamente in bicicletta una pista ciclabile. Al fine della salvaguardia del territori e per la sicurezza dei cittadini pare dunque quanto mai opportuno esercitare un serio e corretto monitoraggio botanico, al fine di valutare eventuali altre situazioni a rischio (certamente presenti), in particolare per i pini.

Il terremoto più forte mai registrato in Garfagnana è datato 7 settembre 1920. La sua magnitudo fu 6.5, dunque fu diverse decine di volte più intenso della scossa del 21 giugno 2013. La scheda con i danni macrosismici rilevati nel 1920 mostra come a Viareggio si registrarono danni del VII grado scala MCS (fonte INGV)

Sismicità e sicurezza. Da un punto di vista sismico, Viareggio si trova in “classe 3”, soggetta a “scuotimenti modesti”: ciò comunque non deve indurre all’ottimismo assoluto perché è la stessa classe in cui si ritrova, ad esempio, l’Emilia colpita dal sisma del maggio 2012. Viareggio non è mai stata epicentro di un terremoto, ma è stata comunque interessata da eventi di un certo rilievo, sviluppatisi tra Lunigiana e Garfagnana, due zone sismogenetiche che in più di un’occasione (anche recentemente) hanno fatto tremare l’intera Versilia, procurando alcuni danni, peraltro poco noti se non dimenticati. Difatti la leggenda popolare per cui a Viareggio il terremoto non può fare danni perché “c’è la sabbia”, che in qualche modo dovrebbe “proteggere” la città dalle scosse, è totalmente infondata scientificamente. Le norme antisismiche a livello nazionale sono state a lungo tempo troppo permissive (Perché l’Italia trema? Cause e rimedi dei terremoti che affliggono il nostro paese: in questo modo in tutta Italia esistono milioni di edifici senza alcuna protezione antisismica (Terremoti: rischio sismico, microzonazione, liquefazione e prevenzione: intervista alla prof.ssa Teresa Crespellani) e Viareggio, il cui sviluppo urbanistico è stato abnorme tra gli anni ’50 ed i ’90, non fa eccezione.

Il terremoto più forte mai avvertito a Viareggio è datato 7 settembre 1920. Di magnitudo 6.5, ebbe l’epicentro in Garfagnana dove produsse gravissimi danni e provocò 200 morti: risulta il quarto sisma più intenso del Novecento in Italia. (Esclusiva MeteoWeb: tutti i terremoti con magnitudo superiore a 5.5 della storia d’Italia). A Viareggio si segnalano lesioni alle chiese di S. Andrea e S. Paolino dove crollò parte del soffitto, con danni quantificabili intorno al grado VII della scala Mercalli. Abbiamo già spiegato perché Garfagnana e Lunigiana sono due zone sismogenetiche importanti (Terremoti: tettonica, sismicità e rischi di Garfagnana e Versilia e Terremoto, sciame sismico in Versilia: sorpresa, allarmismo o impreparazione? E se arrivasse una scossa più forte?). Qui basta ricordare che mai negli ultimi 80 anni sono state ben avvertite a Viareggio tre scosse di magnitudo compresa tra 4.4 e 5.2 nel giro di soli cinque mesi, come accaduto tra la fine di gennaio e l’inizio di luglio del 2013, con i ben noti movimenti tellurici aventi epicentri in Garfagnana e Lunigiana. Scosse che tra l’altro hanno creato non poco sconcerto in città e, le più recenti, pure nelle spiagge affollate.

Ad acuire il problema sotto l’aspetto sismico, le caratteristiche del sottosuolo viareggino dove sono presenti tutti i fattori predisponenti della liquefazione, fenomeno di cui MeteoWeb ha ripetutamente parlato (La Versilia come l’Emilia? Il rischio-liquefazione è molto remoto ma teoricamente presente). E’ vero che mai in passato esiste traccia di fenomeni di liquefazione a Viareggio e che generalmente le apposite verifiche, eseguite in caso di nuove costruzioni o ristrutturazioni ma solo a partire dal 2008 (all’entrata in vigore dell’apposito DM), risultano negative. Ma è altrettanto vero che la stragrande maggioranza dell’edificato viareggino, in particolare i fabbricati scolastici di ogni ordine e grado, non è mai stata seriamente verificata sotto questo punto di vista. Si deve pensare che dal 1920 ad oggi a Viareggio troppe cose sono cambiate: l’urbanizzazione è abnorme, la falda acquifera è sempre meno profonda, il territorio e l’ambiente sono totalmente diversi rispetto a cent’anni fa. Dunque come potrebbe rispondere la città ad un terremoto di magnitudo intorno a 6.0 con epicentro in Garfagnana? Quanto è alta la vulnerabilità del territorio? Quali sono le aree più a rischio? Quanto sono sicuri gli edifici pubblici? Domande che meritano, se non una risposta certa, almeno attenzione dalla nuova Giunta Comunale. Oltre a nuove indagini con moderne tecnologie scientifiche le quali non possono prescindere inizialmente dall’istituzione di una specie di “carta d’identità” dei fabbricati, almeno per quelli pubblici: un documento tecnico contenente le informazioni identificative, progettuali, strutturali ed impiantistiche relative all’edificio a partire dalla sua costruzione fino allo stato attuale. Il secondo passo, ben più complesso e variegato, può essere costituito dalla realizzazione di una “mappa multilivello” del sottosuolo atta all’individuazione degli strati potenzialmente liquefacibili o comunque più sottoposti potenzialmente all’amplificazione sismica. Infine, anche in considerazione della grande quantità di cantine esistenti sul territorio comunale (le fondazioni a platea rappresentano la tipologia peggiore in caso di liquefazione), sarebbe necessario potenziare indagini e verifiche, per la corretta valutazione delle situazioni teoricamente più vulnerabili. Eseguire cioè quella che in gergo è definita come “microzonazione”, (Terremoti: rischio sismico, microzonazione, liquefazione e prevenzione: intervista alla prof.ssa Teresa Crespellani) l’operazione tecnico-scientifica di suddivisione del territorio comunale in zone omogenee sotto il profilo della risposta sismica, ottenuta tenendo conto dell’interazione tra onde sismiche e condizioni geologiche, topografiche e geotecniche di suolo e sottosuolo. Ovvero ciò che è totalmente mancato ad esempio in Emilia, con i risultati che tutti conoscono.

Monitoraggio ambientale. In conclusione sarebbe necessario per la salvaguardia dell’intero territorio viareggino rivedere seriamente e continuativamente i valori dei principali parametri ambientali, aggiornando e digitalizzando (tramite il cosiddetto SIT) le vetuste carte tematiche geoambientali, comprese quelle relative a salinità e liquefazione. Eseguire dunque un nuovo monitoraggio ambientale, non solo relativo alle acque, superficiali e sotterranee, ma anche al suolo ed al sottosuolo. Senza dimenticare l’atmosfera e la qualità dell’aria, potenziando le attuali stazioni di rilevamento, con particolare riferimento all’inquinamento elettromagnetico (provocato soprattutto dalle troppe antenne di telefonia mobile) ed alla mappatura della presenza, ancora significativa, di eternit sul territorio comunale. Argomenti sui quali il neo Sindaco, Leonardo Betti, e l’Assessore all’Ambiente, Gloria Puccetti, dovranno presto dare risposte alla cittadinanza, mettendo finalmente in campo le competenze e la professionalità di cui tanto s’è parlato in campagna elettorale dove non sono mancati riferimenti allo stop del consumo di suolo e sottosuolo. La nuova Giunta Comunale, sostenuta anche da partiti e movimenti che fanno di ecologia ed ambiente i dogmi del loro programma politico, è infatti adesso chiamata, dopo le promesse elettorali, ad operare un drastico cambiamento rispetto alle inefficaci politiche ambientali dei precedenti amministratori ed a realizzare un incisivo salto di qualità nella gestione della città e del suo patrimonio urbanistico, architettonico, paesaggistico e naturale. Solo in questo modo Viareggio potrà riappropriarsi veramente del suo territorio e sperare di poter tornare un giorno ad essere nuovamente definita “la perla del Tirreno”. Altrimenti politica e cittadini avranno perso l’ennesima battaglia.