Il termine fata deriva dal latino “fatum”, pertanto le fate potrebbero essere intese come “capaci di predire o cambiare il futuro”( “fatum”significa destino, fato), oppure potrebbero essere considerate come “compagne dei fauni”, dal latino “fauna”. I fauni erano le divinità campestri, identificate col dio Pan. Le fate sono la massima espressione ddella natura. Nel folcrore sono raffigurate come persone, spesso di sesso femminile, dotate di ali e poteri magici per cambiare le stagioni, il tempo e gli avvenimenti. A volte delle dimensioni di un moscerino, altre volte grandi come persone, si pensa che siano un’antica popolazione dell’Europa del nord, irlandese per l’esattezza, chiamata Tuada de Dahan che, all’arrivo dei Celti, si è nascosta sotto terra, dimenticata dal resto del mondo, uscendo di tanto in tanto allo scoperto per sedurre o maledire qualche sventurato umano che percorre il loro territorio. Quando parliamo di fate, ci viene subito in mente Trilly, vero e proprio simbolo della Disney. “Tinkerbell”, meglio nota come “Campanellino”, la graziosa fatina che non parla emettendo, per comunicare, un suono tipo quello generato dallo scuotimento di una piccola campanella, che solo i bimbi possono ascoltare. Archiviamo Trilly, dai capelli biondissimi raccolti in una coda impeccabile,dalla frangia ribelle, dal vestitino verde sfrangiato e dal corpo formoso che esibisce, mettendo in risalto la sua bellezza fatata, mettiamo da parte, solo per oggi, le buffe smorfie della più celebre fatina del mondo e la sua scia dorata di polvere magica quando è in volo.
Voglio parlarvi delle mostruose fatine di Tessa Farmer, un’artista nata nel 1978 a Birmingham, Regno Unito, ma residente a Londra, con all’attivo meravigliose mostre del calibro di “Pensare l’impensabile” e “Mondi in miniatura”. Le sue mini-sculture non hanno nulla a che vedere con Campanellino, in quanto con esse la favola pastorale si tramuta in scienza del macabro, dalle solide basi biologiche ed entomologiche. Si tratta di figure alte poco meno di un centimetro, realizzate con pezzettini di materiale organico, radici, foglie, insetti morti , dai dettagli così talmente intricati, che per poterne comprendere appieno la loro bellezza, bisogna avvalersi dell’aiuto di una lente di ingrandimento. Tessa Farmer, prendendo in prestito i formulari dell’occultismo vittoriano, li evolve in chiave futuristica e, in un certo senso, “aliena”.
Le sue apocalittiche narrazioni hanno per protagoniste creature che popolano un piccolo mondo sotterraneo, che attaccano i piccoli ragni, che sono in lotta con le api. Il mito delle fate, che ha fatto sognare decine di generazioni, viene rivisitato in termini più gotici, sinistri, ammalianti. Si tratta di installazioni interamente realizzate con materiale biologico, frutto di un minuzioso ed accurato lavoro di assemblaggio con cui Tessa, utilizzando una particolare illuminazione, riesce a dare al pubblico, in visita alle sue spettacolari mostre, l’illusione di un panorama reale di cui le fate sono le protagoniste assolute. Minuscole creature scheletriche, dunque, lontane anni luce dalla raffigurazione folcloristica e tradizionale.
Ogni modello di scena panoramica utilizzato nei musei, descrive un massacro ad opera di questo spietato esercito di esserini combattenti. E’ del tutto erroneo etichettare genericamente le opere di Tessa Farmer come “Insect Art”, in quanto esse non sono il frutto di assemblaggi di materiale organico fine a sè stesso, ma raffigurano le vicende di un piccolo mondo popolato da minuscole creature dai tratti molti simili a quelli umani, che l’artista chiama “Angeli dell’Inferno” o “Fate“. Le fate buone, simbolo di Natura magica ed incontaminata, cedono il posto a mostruose creature che, seppur piccine, sono spietate carnefici, crudeli sfruttatrici al di là dei fini alimentari. La Farmer riesce ad adattare il romanticismo vittoriano al pragmatismo scientifico, mettendo in luce il fatto che questi “Angeli dell’Inferno” sono presagio di una microscopica apocalisse. Tutte le figure sono lavorate a mano, per poi essere schierate in sbalorditive formazioni di battaglia.
In una celebre raffigurazione la scultrice, utilizzando figure microscopiche con radici, ali di mosca, zolle di terra …raffigura come il nostro scoiattolo rosso sia stato sconfitto da quello grigio. Gli scoiattoli grigi sono arrivati dall’America più di 100 anni fa, a scapito degli scoiattoli rossi. Oggi nel nord Inghilterra e in Scozia, gli scoiattoli grigi vengono cacciati e massacrati per garantire la sopravvivenza di quelli rossi. La Farmer, specializzata presso il Museo di Storia Naturale, ha lì coltivato l’interesse verso le vespe parassite che, per poter sopravvivere, depositano le uova in altri insetti, solitamente nei bruchi che, senza saperlo, li coltivano e , non appena avviene la schiusa delle uova, vengono da essi uccisi, non potendo quindi più trasformarsi in farfalle. Le fate carnivore uccidono, divorano le altre creature e poi, da ingegneri e abili costruttrici, usano le loro ossa per edificare. Per la scultrice le sue creature sono vive. A volte congela persino i suoi insetti, poichè l’insetto morto potrebbe contenere ancora uova. Durante un’esposizione, una sua opera, infatti, è stata divorata da uova di falena che si erano salvate nel nido di vespe e una volta schiuse, le larve hanno divorato un uccello, riducendolo a scheletro. Le Fate di Tessa Farmer sono un inno al ciclo naturale di vita e morte e colpiscono lo spettatore per diversi aspetti: per la loro complessa realizzazione, per la loro evidente somiglianza con gli umanoidi, per il ribaltamento della simbologia classica che vede le Fate come la massima espressione della natura.


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