Tredici anni fa la strage di Soverato: da allora poco e niente contro il rischio idrogeologico

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Il 10 settembre del 2000, esattamente tredici anni fa, si verificava una delle più gravi “stragi nel fango” d’Italia. Il camping “Le Giare”, costruito a ridosso del torrente Beltrame, in un’area soggetta a esondazione naturale, veniva spazzato via da un’onda di piena. Morivano 13 persone, fra cui turisti e membri di una colonia estiva formata da disabili e volontari. La piena arrivò prima dell’alba, e fu causata in primo luogo da un tappo formatosi a monte del campeggio, in una strettoia. Le forti piogge cadute nelle 48 ore precedenti avevano ingrossato il torrente, il quale aveva portato con sè e poi depositato detriti causati dagli incendi estivi fino a formare una vera e propria diga. Quando la diga di detriti cedette, l’ondata di piena fu ancora più distruttiva. La gran quantità di fango in sospensione nelle acque del torrente ne aumentò la distruttività, e quando la colata raggiunse il campeggio, ogni cosa venne spazzata via.

La strage di Soverato riempì le prime pagine dei giornali per diversi giorni, e si tornò a parlare, a soli due anni dalla strage di Sarno, della necessità di fare di più per ridurre il rischio idrogeologico nel nostro paese. Sono passati tredici anni ma le stragi nel fango sono continuate a ritmo sempre maggiore, ogni autunno e primavera. L’elenco è lunghissimo e drammatico, i morti centinaia, i danni miliardi di euro. E la prevenzione continua ad essere deficitaria. Si è continuato a costruire nelle zone a rischio esondazione, negli alvei dei fiumi, in aree a rischio frana, sui versanti delle colline e delle montagne stravolgendsoveratoone gli equilibri. Tutto questo è proseguito negli anni in una vera pioggia di cemento, che segue ancora oggi, incoraggiata dai frequenti condoni edilizi ma anche grazie alle deroghe alle leggi dell’uso del suolo al livello locale, o per cambio di destinazione d’uso.

Un altro fatto gravissimo degli ultimi decenni è stato l’abbandono delle campagne, dove è venuto a mancare il presidio del territorio di chi le abitava. I vecchi borghi di montagna, le coltivazioni in quota e in collina, i terrazzamenti, sono caduti in abbandono. I canali di scolo non hanno più avuto manutenzione, i terreni una volta coltivati si sono compattati e resi impermeabili alle piogge a causa di incendi e desertificazione. Tutto questo mentre le valli, le zone di pianura, le stesse campagne un tempo coltivate, si riempivano di nuove costruzioni, strade, cemento, diventando perciò impermeabili all’acqua.

disastri SOVERATO: UN ANNO DOPODal punto di vista legislativo lo Stato ha fatto ben poco per proteggere il territorio. Solo nel 1989 venne approvata la prima legge che si occupava di difesa del suolo. Rimase lettera morta fino al 1998, quando la strage di Sarno “ricordò” ai politici l’importanza di prendere ulteriori misure. Vennero allora approvati i PAI, i piani stralcio per l’assetto idrogeologico, importantissimo strumento di pianificazione. Si tratta di elaborati cartografici e relazioni che individuano al dettaglio le aree a rischio frana e a rischio inondazione, individuando anche quali debbano essere le misure da mettere in opera per ridurre il rischio.

Tuttavia anche i PAI restano spesso lettera morta, e in certi casi sono già datati, superati dall’aumento dei fenomeni meteorologici eccezionali e dalle nuove costruzioni. Zone indicate come non ad alto rischio dieci anni fa potrebbero esserlo oggi.

soverato-La messa in sicurezza che quei documenti reclamano, è inoltre quasi assente. Servirebbero 30-40 miliardi secondo il Consiglio nazionale dei Geologi e il Ministero dell’Ambiente per mettere almeno in sicurezza i punti più a rischio. Gli enti locali si trovano però a fare le spese con spaventosi tagli di bilancio, mentre da parte dello Stato non arriva un solo euro per le misure urgenti. Lo stesso Ministero dell’Ambiente è stato praticamente azzerato dai tagli degli ultimi anni. In certi casi servirebbero anche scelte coraggiose, come la demolizione di edifici troppo a rischio e la delocalizzazione di zone abitate in aree più sicure.

Ad ogni post-catastrofe però, la macchina dei soccorsi costa alle casse dello Stato ben di più di quanto costerebbe la prevenzione. Per non parlare delle vite umane e dei dolori enormi causati da queste perdite, che non hanno prezzo e mai potranno essere rimediate. Quanti morti ancora deve aspettare l’Italia per svegliarsi da questo incubo di fango che dura da decenni?