Pur in presenza di un vortice polare troposferico carico e compatto in sede artica, la stagione autunnale ancora stenta a decollare, secondo quelli che sono i tradizionali pattern atmosferici del periodo, caratterizzati da un flusso zonale sparato a manetta e rinvigorito dal notevole “gradiente termico” e “gradiente di geopotenziale” che s’intensificava fra i poli e le medie latitudini. Il grande assente è proprio l’umido flusso perturbato atlantico, che sovente, in questo periodo dell’anno, convogliava le prime grandi perturbazioni di stampo puramente autunnale, con carichi di piogge battenti precedute da impetuosi venti di scirocco, ostro e libeccio. A cavallo fra gli anni 80 e gli anni 90, il flusso zonale oceanico, meglio definito dai meteorologi con il termine di “tempo atlantico”, interessava di frequente l’Europa e il nostro paese, con un costante passaggio di aree nuvolose e sistemi frontali, che dal vicino Atlantico si spingevano verso la Francia, il Portogallo e la Spagna, per invadere il Mediterraneo ed investire in pieno l’Italia, apportando abbondanti precipitazioni, specie lungo i versanti tirrenici e sulle regioni centro/settentrionali, mentre tra Alpi e Appennini si verificavano nevicate abbondanti. Queste perturbazioni, inserite in seno al flusso occidentale oceanico, sovente erano coadiuvate da una ventilazione spesso intensa, oltre la soglia d’attenzione, con l’attivazione di flussi sciroccali di matrice nord-africana (fronte caldo), a volte anche tempestosi, che precedevano l’irrompere delle più temperate correnti di libeccio (davanti il fronte freddo, settore pre-frontale), subito seguite dai più freddi e rafficosi venti di ponente e maestrale (dopo il fronte freddo, settore post-frontale), i quali pilotavano le masse d’aria fredde in discesa dal nord Atlantico sino al cuore del “mare Nostrum”, non appena il sistema frontale e l’annesso minimo barico erano traslati fra i Balcani, la Grecia e l’Egeo.
Nell’ultimo decennio il flusso perturbato proveniente si è gradualmente attenuato. Anzi, più di una attenuazione possiamo parlare di un vero e proprio rallentamento delle “Westerlies” lungo le medio-alte latitudini dell’emisfero boreale, a discapito di più complessi pattern con semi-zonalità o scambi meridiani (fra polo e tropici) più o meno intensi e prolungati nel tempo. La diminuzione del flusso zonale comporta l’istaurazione di pattern persistenti, con saccature e promontori anticiclonici distesi lungo i meridiani che influiscono pesantemente sulle dinamiche atmosferiche, prolungando le fasi perturbate come i periodi siccitosi o le ondate di calore o di freddo. Se si fra un confronto fra il decennio 1991-2001 e quello successivo, 2002-2012, si scopre che le correnti occidentali, una volta le vere dominatrici sullo scenario barico europeo e nord-americano, si sono sempre più indebolite, divenendo meno costanti e meno intense rispetto agli standard del passato (anni 80 e 90). Ripetendo lo stesso confronto oggi si nota come, sul medio Atlantico ed in prossimità dell’Africa settentrionale, sempre più spesso, durante la tarda stagione autunnale e l’inverno, si sia verificata una decisa accelerazione del flusso occidentale, nella media e alta troposfera, che ha comportato un deciso rinvigorimento del ramo principale del “getto sub-tropicale”, in scorrimento sopra l’Atlantico tropicale per dipanarsi a grandissima velocità (con “Jet Streaks” sui 250-300 km/h a 9000 metri di altezza) sopra la regione sahariana (dal Marocco all’Egitto) e la penisola Arabica.
In realtà più che di una zonalità bassa (originale) nella maggior parte dei casi ci troviamo a che fare con il cosiddetto “getto derivato”, ossia un possente flusso occidentale che si attiva lungo il margine meridionale di un ampio “delta” (separazione del ramo principale del “getto” in due rami secondari “derivati”) della “corrente a getto”, spesso centrato in pieno Atlantico o in prossimità dell’East Coast degli States. Non si tratta quindi di un flusso zonale originale. Secondo alcuni climatologi la diminuzione e il rallentamento delle cosiddette “Westerlies” può essere causato da una persistenza di anomalie termiche negative delle acque superficiali di grandi oceani (Pacifico e Atlantico) lungo le latitudini temperate. Tali anomalie negative delle acque oceaniche, alle latitudini temperate, si frappongono al maggior riscaldamento riscontrato sulla regione artica, a seguito della rapida riduzione d’estensione dei ghiacci, che ogni estate tendono a sciogliersi sempre più rapidamente sul mar Glaciale Artico. Ciò agevola un indebolimento del “gradiente termico orizzontale” e del “gradiente di geopotenziale” che normalmente s’instaura alle medie latitudini, tenendo in vita il flusso del “getto polare” e le potenti “Westerlies” che girano attorno l’emisfero, tentando di equilibrare il perenne squilibrio termico fra la fascia tropicale e la regione artica. Noi già dallo scorso anno avevamo messo in evidenza, in diversi articoli, come il riscaldamento dell’Artico stia contribuendo a rendere le configurazioni bariche e gli schemi sinottici sempre più persistenti e duraturi nel tempo sulle medie latitudini, con intervalli che possono persistere per interi mesi.
Questa persistenza può dare luogo a pesanti ondate di caldo, intense avvezioni fredde, siccità o situazioni meteorologiche estreme, come eventi alluvionali e prolungati periodi di maltempo, che possono rimanere “stabili” per più giorni, settimane o addirittura mesi interi. Difatti il notevole riscaldamento dell’Artico in genere ha come prima ripercussione un notevole rallentamento delle “Westerlies” (o flusso Zonale), gli impetuosi venti dai quadranti occidentali che dominano lungo le medie latitudini dirigendo l’andamento meteo/climatico sui vari continenti. L’indebolimento delle correnti occidentale si avverte soprattutto alle quote medio-alte della troposfera, con un forte rallentamento del ramo principale della “Jet Stream”, che sovente si presenta fra i 30° e i 60° di latitudine nord e sud, ai confini fra la Cella di Hadley e di Ferrel. Perdendo buona parte della sua forma il “getto polare”, per una nota legge fisica, comincia ad ondularsi su se stesso creando delle grandi onde su scala planetaria, meglio note come le “onde di Rossby”. Le “onde di Rossby”, lunghe da 1.000 a 10.000 km, si formano con una precisa successione di tempi e tendono a muoversi da ovest verso est, con una velocità di propagazione che è direttamente proporzionale alla loro lunghezza e alla velocità media di spostamento delle correnti nell’alta troposfera.
Nel periodo primaverile ed estivo, quando inizia l’arretramento dei ghiacci marini della banchisa del Polo Nord e il vortice polare (caratterizzato da geopotenziali bassi alla quota di 500 hpa) comincia gradualmente ad indebolirsi e a restringersi su una determinata area del mar Glaciale Artico, le “onde di Rossby” tendono a rallentare la loro velocità di propagazione da ovest ad est, originando dei Pattern climatici abbastanza durevoli che potrebbero portare ad una maggiore probabilità di eventi meteorologici estremi che derivano da condizioni prolungate, come siccità, inondazioni, ondate di freddo o avvezioni d’aria calda con onde mobili di calore insistenti per intere settimane. Negli ultimi anni ne abbiamo avuto la prova, basti pensare alla tremenda ondata di calore che nell’estate del 2010 ha attanagliato la Russia europea (+40°C a Mosca) e la taiga siberiana, la lunga siccità verificatasi negli USA a cavallo fra il 2011 e il 2012 (un vero disastro per l’agricoltura) o alle ondate di calore e alle precoci ondate di freddo che hanno colpito parte dell’Europa orientale ad inizio Ottobre. Dati ed eventi molto chiari su cui bisogna riflettere molto attentamente per capire quali possono essere gli scenari futuri prognosticabili.


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