Era il 25 ottobre 1954 quando una delle più gravi alluvioni della storia recente d’Italia colpiva l’area campana di Salerno e della Costiera Amalfitana. Centinaia di millimetri di acqua caddero sull’area, con picchi di 500 mm. Vietri sul Mare, Cava de’Tirreni, Maiori, Salerno: questi furono i luoghi maggiormente devastati. Ci furono frane, case spazzate via, ponti crollati e ferrovie interrotte in più punti. Una enorme frana si staccò da una montagna recentemente disboscata e spazzò via il villaggio di Molina ed un antico ponte. Venne parzialmente distrutta Maiori, e per l’ingente apporto di detrito dalle alture dell’interno cambiò la linea di costa. Il bilancio delle vittime fu gravissimo: 318 morti, 250 feriti e oltre 5.000 senza tetto.
Troppi morti e troppi disastri sarebbero però ancora dovuti accadere perché qualcosa si muovesse anche in campo legislativo. Erano gli anni del boom economico e l’espansione edilizia marciava a ritmi serrati, senza minimamente prendere in considerazione l’assetto del territorio. Gli argini fluviali venivano incanalati dal cemento per aumentare le zone edificabili, i ponti costruiti con luce troppo ridotta diventavano tappi in caso di piene, il disboscamento dissennato aumentava le frane, e l’estrazione di inerti dagli alvei fluviali per formare il calcestruzzo con cui venivano tirate su le periferie delle città italiane, creava gravi squilibri nel reticolo idrografico.
Del resto, si sarebbe dovuto attendere il 1989, con l’approvazione della Legge 183/89 in materia di difesa del suolo, perché a livello legislativo si cominciasse a muovere qualcosa in materia di pianificazione territoriale.


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