I PAI, Piani di Assetto Idrogeologico: strumenti importantissimi di prevenzione sconosciuti ai più

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pai_olbiaUno degli strumenti più importanti per la difesa dal rischio idrogeologico sono i PAI, i Piani di Assetto Idrogeologico. Realizzati sull’onda di passate catastrofi, come quella di Sarno del 1998, sono strumenti importantissimi che contengono, ad esempio, la mappatura delle aree a maggior rischio alluvione e frana, ma anche le misure necessarie a ridurre tali rischi. Li redigono le Autorità di Bacino, e sono disponibili per microaree all’interno dei bacini idrografici del territorio nazionale. Anche per la Sardegna, anche per le zone colpite in queste ore dalla tragica alluvione che ha ucciso almeno 18 persone. Purtroppo però, restano molto spesso lettera morta.

Un po’ perché mettono le amministrazioni di fronte a situazioni difficilissime da gestire: interi quartieri e abitati costruiti in zone perimetrate come ad elevatissimo rischio idraulico o frana, dovrebbero esser sgomberati, alcune abitazioni dovrebbero essere addirittura demolite: sono situazioni molto delicate, nelle quali i cittadini in primis non accettano di essere delocalizzati, e le amministrazioni ci pensano bene a scontentare la popolazione. In secondo luogo esistono casi in cui sono le amministrazioni stesse a mettere i bastoni fra le ruote alle perimetrazioni: come denunciato oggi da uno dei geologi che ha redatto i PAI relativi alle aree oggi colpite dall’alluvione in Sardegna. In questo articolo si denuncia come in alcuni comuni sardi i sindaci abbiano fatto di tutto per evitare che determinate aree venissero delimitate come a rischio, perché ciò avrebbe tolto terreni all’edificazione.  Nelle aree a rischio infatti entra in vigore per legge il cosiddetto “vincolo PAI”, che vieta nuove edificazioni. Il problema sono poi le varianti che aggirano i PAI, e la mancanza di fondi per far sì che i piani di messa in sicurezza vengano attuati. Servirebbero decine di miliardi di euro per realizzare quanto pianificato dai PAI in tutta Italia, mentre ogni anno vengono stanziate poche decine di milioni di euro, assolutamente insufficienti (anche nell’ultima legge di stabilità, i fondi stanziati sono di 30 milioni, mentre quelli che saranno necessari per fronteggiare la sola emergenza Sardegna ammontano già a 20 milioni, secondo quanto affermato oggi dal Presidente del Consiglio Enrico Letta).

pai_sardegnaTornando ai PAI, essi sono stati inseriti legislativamente da un decreto legge nel 1998 (il d.l. n.180/1998 consultabile qui), chiamato anche “decreto Sarno” perché approvato dopo gli eventi del maggio 1998 che uccisero quasi 200 persone in provincia di Salerno. Basta cercare su motori di ricerca come Google e si trovano facilmente i pdf con relazioni geologiche e mappatura delle aree a rischio. In certi casi la consultazione di queste mappe è resa difficile da burocrazie e inefficienze, ma in molti casi (almeno una volta è il caso di dirlo, qualcosa funziona), sono consultabili facilmente. Ecco ad esempio il sito dove è possibile consultare il webGIS con la mappatura della pericolosità idraulica di Olbia: dalla sua consultazione si nota come fossero delimitate a rischio diverse aree andate sott’acqua ieri e dove ci sono state vittime e danni. Qui un altro sito con un webGIS dove è disponibile la mappatura PAI di tutta la Sardegna.

Stessa cosa vale per altri casi del passato: erano segnate in rosso le aree devastate dall’alluvione delle Cinque Terre di due anni fa, da Vernazza a Monterosso, così come i quartieri di Genova e i tanti altri luoghi devastati negli ultimi mesi da piene e frane. C’è ancora molto da fare alla mappatura delle aree a rischio, ci sono aree non coperte e certamente errori, ma a cosa servono i PAI se nessuno li consulta? Se non si fa qualcosa per impedire che quelle aree delimitate in rosso, o in blu, o in verde a seconda della gravità, diventino l’ennesimo teatro di un disastro? Se lo Stato non finanzia le opere di difesa preferendo lo stanziamento di fondi per costruire nuove opere, autostrade, linee di alta velocità? Se il problema del dissesto non diventa patrimonio culturale di tutti ed esigenza della collettività?  Se si resta ciechi e sordi ai problemi in attesa del prossimo disastro? Se si preferisce continuare con la cementificazione del territorio?