Alluvione Sardegna: il grande impegno dei geologi Sardi, urgono nuova mappatura ed efficaci sistemi di monitoraggio e allarme

Stavolta l’iniziativa è veramente importante, quasi una svolta epocale. L’alluvione che ha sconvolto la Sardegna il 18 novembre scorso rappresenta un’occasione unica, da non perdere, per un deciso e decisivo salto di qualità nella salvaguardia del territorio, valutazione del rischio idrogeologico e tutela dei cittadini. Sin dal primo momento della catastrofe, i geologi sardi, guidati dal Presidente Regionale Davide Boneddu, pur evidenziando le gravi responsabilità di chi non ha curato a dovere il territorio, hanno dato la loro massima disponibilità, volontaria e gratuita, sia per la dettagliata individuazione dei danni che soprattutto per la valutazione del rischio idrogeologico residuo attraverso una nuova mappatura delle aree colpite tesa all’individuazione delle zone più vulnerabili e, di conseguenza, anche ad una nuova e più attenta pianificazione urbanistica.

In questo contesto, sotto l’egida di Gian Vito Graziano, Presidente dell’Ordine Nazionale dei Geologi e già promotore dell’istituzione dell’Ufficio Geologico Territoriale, nasce e si sviluppa proprio in questi giorni una nuova idea che, se realizzata concretamente, potrebbe rappresentare la chiave di volta per rilanciare finalmente il controllo e la salvaguardia del territorio da parte dei geologi, le cui figure professionali, nonostante tutti i disastri che hanno colpito il nostro paese dal Vajont ad oggi, rimangono ancora troppo sottovalutate e male impiegate.

I geologi italiani, questo è il punto focale, intendono riappropriarsi del territorio, in piena e totale sinergia con la Protezione Civile e le amministrazioni locali, dimostrando una volta per tutte che le loro competenze specifiche e l’esperienza dei disastri passati possono contribuire in maniera decisiva, se recepite ed applicate nei tempi e nei modi corretti, non solo alla tutela del paesaggio ambientale ed urbanistico ma anche alla prevenzione dalle catastrofi naturali. La politica deve imparare ad ascoltare i geologi, ma nello stesso tempo i geologi devono farsi ascoltare non più soltanto attraverso polemiche, accuse e sterili discussioni sui media ma bensì tramite progetti concreti ed un lavoro attento e puntuale sul campo il cui coordinamento potrebbe essere eseguito proprio dall’Ufficio Geologico Territoriale, una volta istituito secondo quanto prevede l’apposito disegno di legge.

Ecco dunque la nuova proposta dei geologi sardi: un progetto-pilota, una specie di plot tecnico che, sulla valutazione di quanto accaduto il 18 novembre scorso, serva come modello di riferimento per una nuova gestione del territorio dal punto di vista geoambientale ed urbanistico. In primis, ovviamente, per la Sardegna, ma in seguito eventualmente anche per il resto d’Italia. Per la prima volta nel nostro paese, squadre di geologi, a partecipazione totalmente volontaria e gratuita, si sono occupate della stima dei danni in Sardegna, ultimando il lavoro sul campo nel giro di tre settimane, affiancando la Protezione Civile e consentendo una più rapida ed efficace valutazione degli effetti alluvionali. Il secondo step del modello, ancora in via di definizione, rappresenta la svolta vera e propria: realizzare in ogni Comune interessato dall’evento alluvionale, una nuova mappatura geoambientale che contenga tutti i parametri fondamentali per la salvaguardia del territorio ed una più attenta pianificazione urbanistica. Dunque, inizialmente, la redazione di una nuova “carta del rischio idrogeologico”: tale mappa dovrà essere ovviamente basata su quanto accaduto il 18 novembre e perciò modificare sensibilmente, aggiornandola, la cartografia già esistente, soprattutto quella a livello di PAI (Piano di Assetto Idrogeologico), peraltro ormai superata proprio a causa degli ultimi disastri. Sarà interessante, oltre che scientificamente stimolante, il confronto tra la cartografia “vecchia” e quella “nuova” perché si potranno eventualmente evidenziare le aree dapprima non considerate a rischio e, al contrario, alluvionate nell’ultimo tragico evento: ecco dunque come l’intervento dei geologi, supportati anche dalle più moderne metodologie come foto satellitari e sistemi GIS-SIT, può finalmente contribuire in maniera concreta, ed in tempi relativamente rapidi, alla salvaguardia del territorio.

Ma non solo: questa nuova carta infatti dovrà tenere conto di altri parametri quali, ad esempio, le caratteristiche della falda freatica, la litostratigrafia del sottosuolo, i fenomeni alluvionali storici precedenti (al fine di evidenziare le differenze tra i vari eventi in funzione delle precipitazioni meteo e della diversa antropizzazione), la franosità dei versanti, l’uso del suolo (con particolare riferimento alla devastazione provocata dagli incendi) e lo sviluppo urbanistico (capace di incrementare talora a dismisura il disastro in termini economici e di vittime umane). In questo modo, con la sovrapposizione incrociata di tutti i dati, sarà possibile ottenere la “carta di vulnerabilità”, sintesi finale e strumento imprescindibile sia di controllo del territorio che di pianificazione urbanistica. Questa metodologia certamente non è nuova anche se poco nota all’opinione pubblica (e pure poco valorizzata), ma è tuttavia inedito il ruolo giocato dai geologi di un’intera regione che, è giusto ribadirlo, svolgono questa attività in maniera del tutto gratuita e volontaria, contribuendo in maniera decisiva alla diminuzione del “tempo di risposta” nel rapporto disastro-mappatura e fornendo un supporto fondamentale alle istituzioni, spesso troppo lente e timide a recepire i messaggi dei tecnici.

Ma non finisce qui. Perché l’ultimo passo del progetto-pilota tende all’introduzione di un modello di monitoraggio, su scala comunale e/o di bacino, destinato alla prevenzione ed alla messa in sicurezza dei cittadini da ulteriori eventi alluvionali catastrofici. Il progetto, che potrebbe essere presentato già entro la fine del mese di gennaio 2014, dovrebbe basarsi su due fattori fondamentali: la disponibilità dei dati H24 in tempo reale e la risposta del territorio sotto l’aspetto idrogeologico. Imprescindibili paiono perciò la conoscenza in tempo reale dell’andamento del livello idrometrico nei principali corsi d’acqua del bacino e l’entità delle precipitazioni nonché l’immediata trasmissione dei dati alla centrale operativa. Dunque una sorta di sistema d’allarme idrogeologico immediato.

Tra gli strumenti più importanti in questo contesto troviamo i pluviometri, disposti a rete, alimentati tramite pannelli fotovoltaici e dunque in grado di operare anche in condizioni meteo estreme ed in presenza di blackout elettrico. Questi strumenti, tra l’altro piuttosto semplici e relativamente costosi, consentono di valutare in tempo reale l’andamento delle precipitazioni ed in particolare il momento esatto in cui inizia la cosiddetta “bomba d’acqua”, rilasciata dai cumulonembi, capace di generare le terribili esondazioni che tutti abbiamo visto negli ultimi anni (Giampilieri, Genova, Cinque Terre, Atrani, ecc.): nei grafici delle precipitazioni tale fatidico momento corrisponde infatti alla verticalizzazione della curva di riferimento e dunque è ben individuabile, consentendo così di dare l’allarme in tempi ragionevolmente sicuri. L’esperienza di queste catastrofi infatti testimonia che il tempo intercorso tra l’inizio della “bomba d’acqua” e l’arrivo dell’onda di piena nel fondovalle è sì variabile e funzione dell’estensione del bacino imbrifero, ma comunque generalmente non inferiore ad alcune decine di minuti, per arrivare addirittura ad un’ora o più, come accaduto recentemente in Sardegna, in particolare ad Olbia.

Il sistema potrebbe poi essere implementato dall’uso di idrometri, gli strumenti atti a misurare i principali parametri caratterizzanti un corso d’acqua come altezza idrometrica, portata e velocità il cui aumento improvviso, se associato alla previsione di precipitazioni persistenti ed alla verticalizzazione della curva pluviometrica, rappresenta un’ulteriore conferma alla situazione di rischio potenziale. Piezometri (per la misura della profondità ed il comportamento della falda freatica) e stazioni di rilevamento meteo-climatico completano il quadro in cui deve impostarsi anche un opportuno sistema di attenzione, allerta ed allarme tramite cui avvertire la popolazione in caso di pericolo ed evacuazione (speakeraggio, sms, sirene, ecc.). Dunque le idee, la volontà, la disponibilità, le conoscenze scientifiche e la professionalità sembrano non mancare. I geologi sardi sono pronti alla sfida: adesso tocca alle autorità ed alle amministrazioni locali dimostrare lo stesso impegno e la stessa collaborazione nella salvaguardia del territorio e dei cittadini.