Egizi: la complessa tecnica della mummificazione (o imbalsamazione) e il culto dei morti

MUMMIA 3Gli Egizi, politeisti, adoravano le forze della natura e un gran numero di animali (gatti, buoi, serpenti, coccodrilli, sciacalli, tori, scimmie, scarabei, ibis) e col tempo, anche divinità dall’aspetto umano (Osiride, Iside, Ra e Faraone).

Erano convinti dell’immortalità dell’anima, che essa tornasse, di tanto in tanto, a visitare il proprio corpo e che potesse vivere serenamente nell’oltretomba solo se il corpo si fosse mantenuto intatto.

MUMMIE

La mummificazione o imbalsamazione è il metodo con cui questo popolo conservava i corpi dei defunti, preservandoli dalla decomposizione. La parola “mummia” deriva dall’espressione araba “mumia”, che significa “bitume”. L’uso di imbalsamare i corpi fu forse suggerito agli antichi Egizi dall’osservazione di un fenomeno naturale: i morti, in origine sepolti in semplici fosse scavate nella sabbia del deserto, si conservavano a causa dell’estrema aridità climatica; mentre quando essi cominciarono a seppellire i defunti in tombe e sarcofagi, dovettero elaborare una tecnica che permettesse loro di ottenere lo stesso risultato. Il corpo veniva disteso su un tavolo, lavato e purificato. Dopodiché gli imbalsamatori, utilizzando uncini in bronzo, estraevano il cervello del morto attraverso le narici. In seguito, praticavano un’incisione sul lato sinistro del ventre, estraendo intestino, stomaco, fegato e polmoni, tranne il cuore, che per gli Egizi rappresentava la sede dell’intelletto, delle passioni e delle facoltà umane. Gli organi venivano essiccati, trattati con oli e resine e riposti nei vasi canopici, dei contenitori sistemati vicino al sarcofago.

MUMMIFICAZIONE 1Dopo aver pulito la cavità con vino di palma, la riempivano con mirra, cannella, paglia, stoffa, imbottiture e tamponi per ridare al corpo una forma naturale, ricucendo l’addome, rimodellando alcune parti (es. il naso) e rimpiazzando gli occhi con pietre circolari. Il defunto veniva immerso per 40 giorni in un composto salino fortemente disidratante detto “natron”, in modo da fargli perdere tutti i liquidi, fino al completo essiccamento. In seguito, lo si lavava con una cerimonia nelle acque del Nilo per eliminare tutti i residui salini, per poi fasciarlo con bende di lino, a volte spalmate con resine e unguenti per sigillare il corpo. La testa veniva a volte ricoperta da una maschera funeraria e tra gli strati di tessuti venivano inseriti gioielli e amuleti per proteggere la vita nell’aldilà. La mummificazione era applicata anche ad animali domestici e a quelli sacri alle divinità. Quella di un alto dignitario poteva protrarsi anche per parecchi mesi e, nel caso di un Faraone, quasi un anno. Ad esempio, il procedimento di imbalsamazione della regina Meresankh III, forse una delle mogli di Chefren, durò 272 giorni.

MUMMIA 1Gli imbalsamatori egiziani riservavano differenti trattamenti agli organi sessuali femminili e maschili: per le donne, veniva praticata l’asportazione totale delle ovaie e dell’utero, mentre le loro parti esterne venivano spalmate con resine o chiuse con pezzi di stoffa. Gli organi sessuali maschili non venivano solitamente toccati, anche se esistono casi di evirazione (a Ramesse II e Seti I vennero asportati gli organi sessuali e, dopo un’adeguata preparazione, essi vennero riposti in una statuetta cava di legno dorato raffigurante Osiride). La mummia, dopo essere stata deposta in una cassa antropoide dipinta, a volte contenuta all’interno di altre, con un baldacchino sovrastante che rappresentava il cielo e le stelle, veniva portata su una slitta verso la tomba, seguita da una processione funebre recante cibi, bevande, mobili e oggetti personali per arredare le camere funerarie, mentre le donne emettevano lamenti funebri. All’entrata della tomba avveniva la cerimonia detta “ apertura della bocca” , la cassa veniva sollevata verticalmente, in modo che un sacerdote potesse toccare gentilmente, con un’ascia da falegname in miniatura, i punti corrispondenti a occhi, naso, labbra, orecchie, mani e piedi come per sollevare il legno e farli funzionare. La frase di rito era: “La mia bocca è aperta! La mia bocca è spaccata da Shu ( dio dell’aria) con quella lancia di metallo che usava per aprire la bocca degli Dei. Io sono il Potente, siederò accanto a colei che sta nel grande respiro del cielo”. La cassa veniva così calata nella tomba e al suo interno si collocavano gli oggetti funebri, sigillando l’entrata con pietre e fango.