L’8 marzo del 1832 un terremoto di magnitudo 6.6 colpiva la zona del Marchesato, in Calabria. A distanza di quasi due secoli il dott. Geologo Attilio Porchia ci invita a compiere un viaggio nella storia, attraverso le cronache di chi quel terremoto lo visse, con tutto il suo carico di distruzione e dolore. Perché è anche con la memoria storica di ciò che è successo in passato, che si può prevenire ed evitare che nuovi danni e disastri accadano in futuro. Ancor di più oggi che i progressi della Scienza ci permettono di sapere quali sono le aree a maggior rischio sismico (e purtroppo la Calabria è fra queste). Pubblichiamo di seguito l’articolo.
Era il 1832, nell’Italia centro settentrionale continuavano i moti rivoluzionari contro la chiesa guidata da papa Gregorio XVI. L’unità d’Italia era lontana, ma da lì a poco, il 18 marzo, il ventiseienne Giuseppe Mazzini avrebbe scritto e pubblicato il primo numero del periodico “La Giovine Italia”. Nell’Italia meridionale il Regno delle Due Sicilie, costituitosi nel 1816, era governato da Ferdinando II, con il quale si viveva un periodo di prosperità ed espansione economica.
“Nell’ottava luce di Marzo del 1832 nessun segno di prossima catastrofe sulla Catanzarese regione si osservava. Placido, e sereno, il cielo, cheto l’aere, indocilito e terso il mare, spensierati i Calabresi ed alle consuete blandizie o uffici della vita intesi …. quieti e tranquilli, tutti glielementi adunque erano in pace. Menzogniere apparenze, la terra chiudeva nel suo grembo tristi e potenti furori che tosto con orribile sconvolgimento della natura avrebbe sbrigliati”.
Inizia così la descrizione che nel 1832, Giovanni Pagano, inviato del Regno delle due Sicilie, fa di quanto si osservava nelle ore precedenti al catastrofico terremoto che, all’1.30 dell’otto marzo, colpì la Calabria centro orientale.
Ma questo non fu l’unico terremoto accaduto in Calabria: possiamo ricordare quelli del 1639 in cui due forti terremoti, il 27 marzo e l’8 giugno, colpirono il primo il versante Cosentino della Sila e, il secondo, il versante ionico, distruggendo gli abitati del Crotonese e quelli lungo la valle del Crati. Il 1783 fu un anno in cui la Calabria subì una lunga crisi sismica con eventi di magnitudo elevata che portarono distruzione dalle province meridionali fino a quelle settentrionali della Calabria, con numerosi morti e forti eventi sismoindotti. Ne seguirono altri, come quello del 1905, “terremoto delle Calabrie”, fino a quello forse più conosciuto e menzionato nelle cronache del 1908 di Reggio e Messina. Tutti eventi che per il loro lungo tempo di ricorrenza ne hanno fatto perdere memoria alle generazioni future, ma le cui tracce sono visibili ad un occhio attento nei vecchi fabbricati abbandonati, nei ruderi, nei dipinti, nei toponimi.
L’epicentro del sisma del 1832 fu localizzato nell’entroterra del Marchesato, con una Magnitudo stimata pari a 6.6 ed un risentimento macrosismico fino a X° negli abitati del Crotonese, in prossimità dell’epicentro e, di circa VIII° – IX° a Catanzaro e nel Catanzarese. Dalle prime righe dello scritto di Pagano, emerge un quadro di tranquillità e di vita quotidiana, con i calabresi intenti a svolgere le consuete mansioni, il cielo sereno, il mare calmo, e nulla faceva presagire ciò che da lì a poco sarebbe accaduto.
“Ed ecco che in sulle 22 ore italiane del cennato giorno la terra lievemente dapprima, e poscia gagliardamente di tratto in tratto si scuoteva, ma non tanto che gravi iatture arrecasse; ma scorsa di un’ora e mezzo la notte orrendi forieri orrendo fenomeno annunziavano”.
Dalla descrizione fatta da Pagano si può comprendere che la scossa principale fu preceduta da eventi a magnitudo inferiore tanto che egli scrive “..non tanto che gravi iatture arrecasse..” ovvero senza arrecare gravi danni, ma poi, continua, passata di un’ora e mezza la notte, ovvero all’1:30, quelle scosse si rivelarono degli orrendi presagi di quanto di li a poco sarebbe avvenuto. “Un intenso, universale, e cupo rimugghiamento sul fiume Corace nella fatal ora udissi, dopo il quale la terra violentemente fu agitata, e scossa per lunga ora, ed ogni cosa fra spaventi, dolori, e fragore, e ruine avvolse. Tutti i paesiche sorgevano tra i fiumi Neto e Corace in un istante giaquero”.
In un’istante giacquero, ovvero andarono in rovina, e fu proprio ciò che accadde. Nel Marchesato, a Mesoraca, Marcedusa, Rocca di Neto, Papanice, Petilia Policastro San Leonardo di Cutro e Cutro, quasi tutti gli edifici crollarono. Crotone subì molti danni con oltre 100 edifici da ricostruire, così come Catanzaro, ove la scossa provocò il crollo di molte case e l’inagibilità di altrettante altre. Lievi danni subirono gli abitati nella provincia di Cosenza, mentre, la scossa, fu avvertita fino alla Sicilia e alla Puglia. Questi furono gli effetti sugli abitati, ma Pagano continua la sua descrizione.
“Ai lati del fiume Tacina la terra largamente apertasi, eruttò acqua bollente, e melma, la quale costituì dei banchi di arena biancastra. Altre aperture nelle fertili e ridenti campagne del Marchesato si dischiusero, nelle quali pregevoli e deliziose casine nabissarono. Una magnifica casina fu dalla violenza del tremuoto partita in due metà, delle quali una allontanata per più di 50 palmi dal sito primiero restò in piedi, e l’altra ridotta in minuti tritumi. Rocca di Tacina, piccola borgata, dopo essere stata balestrata mezzo miglio lontana dal suolo ove era edificata, fu smantellata sino dalle fondamenta, e talmente stritolata, che un mucchio d’infrante pietre coverie di calcina polverata all’estremo disfacimento avanzò. Alcune rupi si spezzarono, e grandi massi con grandi rovine ne rotolarono pel dorso delle colline fino al piano, o alle valli”.
In questo pezzo vengono descritti gli effetti sul territorio come conseguenza al terremoto, quelli che tecnicamente vengono chiamati effetti sismoindotti. Di recente le cronache Italiane, in seguito all’evento sismico che ha colpito l’Emilia Romagna, si sono occupate del fenomeno della liquefazione e, ciò che Pagano descrive nella prima parte, si riferisce proprio a questo. L’acqua fuoriuscita dalla terra che andò a formare banchi di sabbia biancastra è riferito proprio al fenomeno della liquefazione, ovvero un aumento della pressione dell’acqua all’interno del terreno e conseguente espulsione di materiale. La descrizione degli effetti continua con una serie di eventi riconducibili a fratturazione superficiale e frane indotte dal terremoto. Scrive Pagano che Rocca di Tacina, attuale Roccabernarda, venne “balestrata mezzo miglio lontana dal suolo ove era edificata”, ovvero fu interessata da una frana sismoindotta la cui presenza è confermata anche nel catalogo CEDIT (Italian Catalogue Of Seismic Ground Failures, www.ceri.uniroma1.it). In questo stesso catalogo, consultabile online, sono riportati anche i fenomeni di liquefazione precedentemente descritti avvenuti lungo il corso del fiume Tacina.
“Nè solo la terra, ma eziandio il mare e il cielo erano irati. Il fiotto ingrossato e rimugghiante si alzò sul suo livello, segnatamente nella foce del Targine, invadendo le sponde con larga inondazione ….. Ai fragori del tremuto univasi i rombi delle agitate onde, il rovescio di impetuosa pioggia…. le calabresi valli del supremo ed incomposto fragore, orrendamente echeggiavano”.
Non solo la terra ma anche il maree il cielo erano irati. Pagano descrive quello che accadde lungo la costa Ionica dalla foce del Fiume Tacina fino a Marina di Catanzaro, ovvero un innalzamento del livello del mare con effetti di maremoto e ingressione delle acque lungo la costa. Tale fenomeno trova riscontro anche negli studi fatti da diversi autori e raccolti nell’articolo di Rodolfo Zecchi “Distribuzione delle onde anomale nei mari Italiani”, (bollettino A.I.C. n° 126,127,128 / 2006), il quale analizza quei terremoti che hanno generato tsunami, onde anomale e variazioni del livello delle acque nei mari Italiani dal 79 d.C. Al 2002.
“…Intanto, spuntata la nuova aurora, e scemato cosiffatto furore, ed inanimiti i Calabresi, variamente alla propria salute, ed alle particolari tendenze, e circostanze intendevano. Gli scampati, guardavan con orrore le proprie miserie, ed ormai volgevano il pensiero e lo sguardo alle rovine che rinchiudevano i cari corpi del padre, della madre, del fratello, del figlio; e trepidi e addolorati cominciarono ad aggirarsi per le tristi macerie, colla speranza di trar vivi o semispenti gli amati parenti, ed aiutarli, o dar loro sepoltura se morti”.
Credo ci sia poco da commentare in questo pezzo, dal quale, seppur espresso con un linguaggio in disuso, lascia intendere ciò che accadde nelle ore successive al disastroso terremoto. Infine Giovanni Pagano conclude la sua descrizione dicendo: “Intorno alla cagione del calabrese sovvertimento furon varie le opinioni, alcuni per lo elettricismo, altri pel vulcanico fuoco inclinando; ma sebbene le cause dei tremuoti fossero, pari a quelle di molti naturali fenomeni, avviluppate in dense tenebre, nondimeno, vagliando tutte le circostanze che intervennero in quella orrenda agitazione, non è a dubitare, che sì l’elettricismo, che le influenze vulcaniche contribuirono. L’esclusivismo è mai condannevole, precisamente nella oscura materia delle naturali cagioni”.
In riferimento alla causa di un tale disastro furono varie le opinioni che venivano espresse, chi optava per “l’elettricismo” chi per le “influenze vulcaniche”, di certo, commenta Pagano, sebbene le cause dei terremoti, così come quelle di molti altri fenomeni naturali, fossero avvolte dalle tenebre, nulla è da escludere in una materia così oscura.
Oggi sappiamo che non è così, quelle tenebre in cui erano avvolte le cause dei fenomeni naturali si sono ampiamente schiarite. La ricerca scientifica nel campo delle scienze della terra ha compiuto passi da gigante, ed oggi sappiamo quali sono le cause dei terremoti, ne comprendiamo le leggi che li regolano ma, allo stesso tempo, sappiamo che non è possibile arrivare ad una soluzione deterministica di queste leggi e, quindi, alla previsione di un terremoto. Non siamo in grado di prevedere il giorno l’ora ed il luogo in cui avverrà il prossimo terremoto e, probabilmente non si riuscirà mai ad arrivare ad una previsione del genere.
Ciò che sappiamo, attraverso lo studio delle sorgenti sismogenetiche, ovvero delle faglie capaci di generare dei terremoti, è dove avverranno i terremoti, e quale sarà la massima magnitudo attesa. La previsione, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, viene fatta in modo statistico e, da tali studi, nascono le mappe di pericolosità sismica del territorio italiano, ovvero quelle mappe che indicano le aree del territorio nazionale in cui è più probabile che avvenga un terremoto in riferimento ad un lasso di tempo di riferimento. Il mondo scientifico si sta muovendo verso un affinamento delle previsioni probabilistiche, ovvero verso una maggiore risoluzione temporale nelle previsioni probabilistiche, al fine di renderle più utili su finestre temporali più corte, previsioni che, comunque, rimarranno sempre di tipo probabilistico.
La prevenzione resta quindi l’unico modo per affrontare un terremoto, per poterci convivere, prevenzione da farsi attraverso la pianificazione territoriale e attraverso la costruzione di edifici, pubblici e privati, nel rispetto delle normative antisismiche ma, prima di tutto, nel rispetto delle regole che gli stessi eventi naturali ci dettano e, perché no, come spero di essere riuscito a fare in questo articolo, attraverso la memoria storica, ricordando quello che è avvenuto, informandoci, informando, prendere coscienza che ciò che vediamo in televisione non è poi così lontano dalla nostra realtà, che è già avvenuto in passato e che sicuramente avverrà di nuovo in futuro. A cominciare dalle scuole in cui, purtroppo, è previsto ben poco riguardante la geologia e le scienze della terra, ma nelle quali, forse, qualche insegnante di buona volontà, potrebbe di sua iniziativa almeno cominciare a parlare anche di queste storie, e sono certo susciterebbe interesse e curiosità nei ragazzi, rendendo gli argomenti trattati meno distanti dalle realtà locali.
Dott. Geol. Attilio Porchia


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